Per alcuni secondi Ettore non riuscì a capire se la donna stesse parlando di lui oppure di un altro bambino.
Il locale continuava a vivere intorno a loro: una tazzina urtò un piattino, qualcuno chiamò il cameriere, una macchina frenò sulla ghiaia del parcheggio.
Ettore sentiva soltanto il battito del proprio cuore.
«Chi glielo aveva detto?» domandò.
La donna lasciò il suo polso e cercò il manico del deambulatore.
«Mio marito, Cesare. Disse che il bambino non era sopravvissuto. Lucia non volle più tornare a casa e io non riuscii a raggiungerla.»
Ettore si sedette per non darle la sensazione di essere sottoposta a un interrogatorio.
Le indicò la sedia di fronte e chiamò il cameriere, chiedendo un bicchiere d’acqua.
Quando la donna fu comoda, le domandò il nome.
«Agnese Bellini.»
Sua madre gli aveva raccontato di essere nata Bellini, ma il cognome non veniva mai pronunciato a tavola.
Ettore ricordò una vecchia fotografia, conservata in un cassetto e mostrata una sola volta: Lucia giovanissima, davanti a un portone verde, accanto a un uomo severo.
La donna ritratta al suo fianco era stata tagliata dall’inquadratura.
Adesso non sapeva più se fosse davvero un incidente.
«Mia madre è nata il ventidue febbraio», disse lentamente.
«Del millenovecentosettantasette», completò Agnese.
«Da piccola aveva paura dei temporali e voleva dormire con la luce del corridoio accesa.»
Quella seconda informazione era qualcosa che Ettore conosceva.
Lucia ancora oggi lasciava accesa una luce quando pioveva forte, dicendo che era soltanto per non inciampare andando in cucina.
Lui aveva sempre finto di crederle.
«Devo chiamarla.»
Agnese impallidì.
«Non voglio rovinarle la vita. Se non desidera vedermi, non costringerla.»
Ettore estrasse il telefono, ma prima di comporre il numero le chiese se preferisse aspettare.
Lei annuì senza convinzione.
Il giovane chiamò la madre e si spostò di due passi, abbastanza vicino perché Agnese non si sentisse abbandonata.
«Ettore? È successo qualcosa con la moto?»
«No, mamma. Sto bene. Ti devo chiedere una cosa sulla nonna.»
Dall’altra parte non arrivò alcuna risposta.
Ettore guardò Agnese, che teneva il medaglione stretto nel pugno.
«Si chiama Agnese Bellini?»
«Dove hai sentito quel nome?»
«È qui davanti a me. Dice che suo marito le raccontò che il tuo bambino era morto.»
Il respiro di Lucia cambiò.
Poi si udì un rumore secco, come qualcosa appoggiato troppo in fretta su un tavolo.
«Ettore, ascoltami. Non farla andare via. Mandami la posizione. Arrivo.»
«Mamma, è davvero lei?»
«Mandami la posizione», ripeté Lucia, stavolta con una voce che suo figlio non le conosceva.
Ettore condivise il luogo e tornò al tavolo.
Agnese aveva lasciato il medaglione accanto al bicchiere, ma non lo perdeva mai di vista.
Il cameriere portò anche una fetta di torta, spiegando che la signora non aveva mangiato nulla da quella mattina.
Lei lo ringraziò senza toccarla.
«Sua figlia sta arrivando», disse Ettore.
Agnese si portò una mano alla bocca.
Non chiese se fosse contenta, arrabbiata o disposta ad abbracciarla.
Era come se la sola possibilità di rivederla fosse già troppo grande per essere pronunciata.
Il campanello della porta suonò e un uomo sulla cinquantina entrò con una cartellina blu.
Indossava un cappotto chiaro e si guardò intorno con l’impazienza di chi ritiene che gli altri siano sempre in ritardo.
Agnese abbassò gli occhi.
«È lui», sussurrò.
L’uomo raggiunse il tavolo.
«Signora Bellini, doveva essere sola. Abbiamo un appuntamento per chiudere questa storia.»
Ettore si alzò.
«Sono qui per accompagnarla. Di che cosa si tratta?»
«Una questione privata tra proprietario e inquilina. Silvio Valli. Lei chi sarebbe?»
Per un istante Ettore ripensò alla promessa fatta pochi minuti prima.
Sarebbe stato facilissimo dire che era il nipote e recitare il ruolo concordato.
Ma ora quel legame poteva essere vero, e proprio per questo non voleva usarlo come una menzogna.
«Mi chiamo Ettore Rinaldi. Prima di firmare qualunque documento, la signora vuole capire cosa le state chiedendo.»
Valli aprì la cartellina.
Dentro c’era un foglio intitolato “Risoluzione consensuale del contratto” e una proposta di consegna dell’appartamento entro trenta giorni.
L’uomo parlò di lavori necessari, di una vendita imminente e di una piccola somma che Agnese avrebbe ricevuto in cambio della firma.
Quando Ettore domandò una copia del contratto attuale e delle comunicazioni inviate, Valli chiuse subito la cartellina.
«Sono dettagli per il mio consulente. Alla signora conviene accettare, finché sono disposto a offrirle qualcosa.»
«Mi lasci almeno leggere», disse Agnese.
«Ne abbiamo già parlato.»
Ettore notò quanto velocemente la donna ritirasse la mano dal foglio.
Capì che il problema non era soltanto l’appartamento.
Era il modo in cui Valli aveva imparato a parlarle, come se le domande di una persona anziana fossero ostacoli da superare.
«Oggi non firma», disse Ettore, con calma.
«Può lasciarle una copia e aspettare che chieda un parere.»
Valli lo fissò.
«Quindi è il famoso nipote?»
Agnese, che per tutta la mattina aveva temuto quella domanda, alzò finalmente il viso.
«È una persona che mi sta aiutando. Per oggi è sufficiente.»
Il proprietario lasciò sul tavolo un biglietto da visita e promise che non avrebbe aspettato in eterno.
Quando se ne andò, Agnese raccolse il foglio con il numero di telefono senza riuscire a infilarlo nella borsetta.
Ettore lo ripose per lei accanto alla catenina.
Passò quasi un’ora.
Agnese aveva bevuto metà dell’acqua e mangiato due bocconi di torta quando una piccola automobile grigia si fermò davanti alla vetrata.
Una donna scese così in fretta da dimenticare di chiudere bene la portiera.
Aveva i capelli scuri raccolti dietro la nuca e il volto pallido di Lucia Rinaldi.
Entrò, vide Ettore e poi la donna seduta al suo tavolo.
Non avanzò subito.
Agnese si voltò e, per la prima volta dopo ventisette anni, madre e figlia si guardarono senza che nessuno potesse parlare al posto loro.
Lucia mosse le labbra.
«Mamma?»
Agnese tentò di alzarsi.
Ettore le fu accanto prima che il deambulatore si spostasse.
La voce della donna anziana uscì spezzata.
«Mi avevano detto che tuo figlio era morto.»
Lucia guardò suo figlio, poi il medaglione sul tavolo.
Aveva gli occhi pieni di lacrime, ma non tese ancora le braccia.
«E a me», rispose, «avevano detto che tu non volevi più vedermi.»
Per scoprire chi aveva tenuto separate madre e figlia, continua con la Parte 3.













