La mattina dopo trovai Gabriele seduto al mio tavolo, con due tazze di caffè ormai fredde.
Aveva dormito da me perché nessuno dei due voleva restare solo con quanto avevamo scoperto.
La copia della lettera firmata con i nostri nomi era tra le tazze, sotto una fotografia di Renato.
«Ho controllato i miei vecchi quaderni», disse.
«A diciotto anni firmavo in un altro modo. Persino il mio nome lo abbreviavo sempre».
«Non ci serve dimostrare che non siamo noi a ricordare male», risposi.
«Sappiamo che non l’abbiamo scritta».
«Sì, ma voglio che Ginevra lo dica davanti a noi».
Quella differenza spiegava molte cose di noi.
Io cercavo una risposta che rendesse comprensibile il passato.
Gabriele voleva che qualcuno assumesse finalmente la responsabilità di averci fatto male.
Avevamo entrambi ragione, ma nessuna delle due cose sarebbe stata semplice.
Prima di uscire chiamammo Lucia.
Le dicemmo che saremmo tornati da Ginevra e le chiedemmo il permesso di conservare la copia della lettera.
«È vostra quanto mia», rispose.
«Vi prego soltanto di non discutere per difendermi. Fate quello che serve a voi».
Mi colpì che non ci avesse chiesto di punire nessuno.
Dopo vent’anni di parole pronunciate per decidere al posto nostro, qualcuno ci stava lasciando la possibilità di scegliere.
Ginevra aprì la porta prima ancora che suonassimo il campanello.
Non sembrava aver dormito.
Sulla credenza dell’ingresso c’era ancora la scatolina color crema, intatta, e i gigli bianchi si piegavano dentro un vaso troppo stretto.
«Siete venuti a rimproverarmi ancora?» domandò.
«Siamo andati da Lucia», dissi.
Per un secondo Ginevra restò senza fiato.
Poi il suo viso si chiuse.
«È riuscita a raccontarvi la parte in cui era una vittima?»
«Ci ha mostrato documenti, lettere e un messaggio scritto a nostro nome», disse Gabriele.
«Quel messaggio non è nostro».
Le posò davanti la copia.
Ginevra non fece neppure finta di leggere.
«Volevo evitare che una sconosciuta vi confondesse le idee».
«Eravamo maggiorenni», replicò Gabriele.
«Non potevi decidere per noi».
«Siete sempre stati ingenui. Soprattutto Valerio».
Quel nome pronunciato con disprezzo mi riportò per un istante davanti al tavolo dei compiti.
Ma ora avevo ventitré anni, un lavoro e una casa mia.
Non avevo più bisogno del suo permesso per restare in piedi.
«Hai scritto tu quella lettera?» domandai.
Ginevra guardò il foglio e annuì appena.
«L’ho scritta io e ho messo i vostri nomi in fondo.
Pensavo che Lucia, vedendoli, avrebbe smesso di cercarvi».
«Senza chiederci niente», dissi.
«Senza chiederlo», ammise.
Gabriele fece un passo indietro.
«Hai imitato le nostre firme?»
«Non ho preso niente che vi appartenesse», rispose lei.
«Hai preso le nostre parole», dissi.
«Hai deciso come dovevamo sentirci verso una persona che non avevamo mai incontrato».
Ginevra si sedette, come se finalmente quel confronto la stancasse.
Per un momento vidi una donna di sessant’anni sola in una cucina troppo grande.
Non bastò a cancellare il bambino che ero stato, ma mi impedì di trasformare la rabbia nell’unica cosa che avessi da dirle.
«Perché?» chiesi.
«Non parlo soltanto di quella lettera. Perché ci hai raccontato che ci aveva abbandonati?»
Ginevra fissò il tavolo.
«Quando siete arrivati, Renato vi ha amati dal primo giorno.
Io volevo essere indispensabile come lui.
Ogni volta che arrivava una lettera di Lucia, mi sembrava che qualcuno potesse ricordarvi che non ero stata la prima».
«Ci hai ripetuto per anni che dovevamo esserti grati», dissi.
«Come potevamo sentirci liberi di volerti bene?»
«Non sai cosa significa sentirsi la seconda scelta».
Gabriele ebbe un sorriso amaro.
«Lo sappiamo fin troppo bene».
Ginevra abbassò gli occhi, ma non chiese scusa.
La sua paura spiegava una parte di quello che aveva fatto; non lo rendeva meno grave.
Le parlai dei compleanni senza torta, della cerimonia del diploma e delle volte in cui ci aveva ricordato che avremmo dovuto ringraziarla per il tetto sopra la testa.
Non lo feci per ferirla.
Volevo che capisse che il silenzio su Lucia non era stato un errore isolato, ma una scelta che aveva dato forma a tutta la nostra infanzia.
«Renato vi avrebbe difesi», mormorò Ginevra.
«Ci ha difesi in tanti modi, ma su questa storia ha esitato», risposi.
«Nel suo quaderno ha ammesso che avremmo dovuto sapere.
Avrei voluto che avesse trovato il modo di dircelo mentre era ancora vivo».
Lei si passò una mano sul viso.
«Era convinto che dire la verità bastasse a sistemare tutto».
«No», disse Gabriele.
«Era convinto che ci appartenesse».
Prima di andarcene, le dicemmo che per il momento non volevamo telefonate né visite.
Avremmo conservato la documentazione e chiesto un parere a un professionista su quella lettera falsa, senza decidere lì, in cucina, quali passi compiere.
La nostra priorità era conoscere Lucia e capire che tipo di rapporto potessimo costruire davvero.
Restammo ancora qualche minuto nella cucina.
Gabriele indicò una vecchia fotografia di Renato, rimasta in soggiorno dentro una cornice impolverata.
Le chiese se potevamo prenderla.
Ginevra osservò quel volto sorridente e rispose di sì con un cenno quasi impercettibile.
Non sentii trionfo.
Riprendere un ricordo di nostro padre non significava sottrarle il suo matrimonio.
Significava soltanto che, per una volta, qualcosa della nostra infanzia sarebbe tornato con noi senza doverlo elemosinare.
Ginevra si alzò di scatto.
«Dunque adesso mi cancellate?»
«No», risposi.
«È proprio questo il punto. Non faremo a te quello che tu hai fatto a lei. Ma non puoi chiedere di restare al centro della nostra vita mentre neghi quello che hai fatto».
Fuori, Gabriele rimase fermo vicino alla macchina.
«Credevo che sentirmelo confessare mi avrebbe fatto stare meglio».
«E invece?»
«Adesso so che aveva sempre capito quanto ci avrebbe feriti».
Nel pomeriggio Ofelia ci telefonò.
Non provò a difendere sua figlia.
Ci chiese di raggiungerla nel suo appartamento, dall’altra parte della città, perché aveva qualcosa di Renato da consegnarci.
Quando entrammo, trovammo sul tavolo una busta ingiallita con i nostri nomi scritti nella grafia che conoscevamo dalle pagelle firmate e dalle cartoline di Natale.
Il sigillo era ancora intatto.
«Me la diede dopo una delle discussioni con Ginevra», disse Ofelia.
«Mi chiese di conservarla finché foste stati abbastanza grandi da fare domande.
Poi siete cresciuti, e io ho continuato a trovare una scusa per rimandare.
Avevo paura di perdere mia figlia.
Così ho tradito anche la fiducia di vostro padre».
Gabriele prese la busta, ma non la aprì.
Stavolta nessuno ci avrebbe imposto il momento della verità.
Che cosa aveva voluto dirci Renato con quella lettera mai consegnata? Scoprilo nella Parte 6.













