Gabriele arrivò venticinque minuti dopo, ancora con la giacca da lavoro addosso.
Entrò dal cancello senza suonare e si fermò vedendo la scatolina del regalo dimenticata sul mobile dell’ingresso.
«Che cos’è questa storia?» chiese.
Gli porsi la lettera che avevo lasciato sul tavolo e gli mostrai sul telefono le fotografie scattate poco prima.
La lesse in piedi, senza togliersi la giacca.
Quando arrivò alla firma, le sue dita strinsero il foglio fino a piegarne un angolo.
«Lucia Ferri», ripeté.
«Non abbiamo mai sentito questo nome».
«Nemmeno una volta».
Entrammo insieme in cucina.
Ginevra aveva riempito il lavandino d’acqua, come se mettere in ordine potesse cancellare ciò che era successo.
Ofelia sedeva nello stesso posto e aveva gli occhi rossi.
«Voglio una risposta», disse Gabriele.
«Perché ci hai detto che eravamo stati abbandonati?»
Ginevra si asciugò le mani con uno strofinaccio.
«Non ricomincerò da capo. Io e Renato vi abbiamo cresciuti. Questo è ciò che conta».
«Conta anche sapere da dove veniamo».
«Voi non capite come funzionavano le cose allora».
Gabriele appoggiò la lettera sul tavolo.
«Allora spiegacele».
Ofelia si schiarì la gola.
«Quando siete arrivati, Lucia era stata molto male. C’era stata una lunga degenza e nessuno in famiglia poteva occuparsi stabilmente di voi. La situazione era stata valutata dai servizi sociali e poi dal tribunale».
Sentii Gabriele trattenere il fiato.
Quella era già una storia diversa da una donna che se ne andava senza voltarsi.
«Quindi non ci aveva lasciati davanti a un istituto?» domandai.
Ofelia guardò sua figlia.
«Non nel modo in cui ve l’hanno raccontato».
«Non fare la santa adesso», sbottò Ginevra.
«Eri presente a ogni decisione».
«Sì», ammise Ofelia.
«Ed è per questo che dovrò rispondere anch’io delle mie scelte».
Mi tornò in mente il garage.
Renato vi passava i pomeriggi a riparare vecchie biciclette, e Ginevra non entrava mai perché detestava l’odore dell’olio.
Dopo il funerale aveva fatto sgomberare quasi tutto, ma la grossa cassetta degli attrezzi era rimasta dietro una scaffalatura.
«Cosa sapeva Renato?» chiesi ancora.
Ginevra fece un sorriso amaro.
«Vostro padre vedeva sempre il bene nelle persone. Anche quando non c’era».
«Non è una risposta».
Ofelia si alzò.
«Renato aveva trovato una busta anni prima di morire. Ricordo che litigaste per questo».
«Basta, mamma!»
Non aspettai altro.
Chiesi a Gabriele di seguirmi nel garage.
L’aria sapeva di cemento umido e legno vecchio; sul ripiano più alto c’erano ancora alcune scatole che Renato aveva etichettato con la sua scrittura larga.
Gabriele accese la torcia del telefono.
«Ricordi quando ci lasciava scegliere i bulloni per le biciclette?»
«Tu gli portavi sempre quelli sbagliati».
Per un istante sorridemmo entrambi.
Poi ci piegammo davanti alla cassetta degli attrezzi, impolverata ma ancora chiusa con il piccolo fermaglio di metallo.
Dentro trovammo chiavi inglesi, una matita consumata e un quaderno verde con la copertina macchiata.
Sul primo foglio c’era scritto: «Per non dimenticare le cose importanti».
Riconobbi subito la grafia di Renato.
Le prime pagine contenevano misure, appunti e nomi di pezzi di ricambio.
Più avanti comparvero annotazioni sui nostri compleanni, sulle gare scolastiche e su un dente caduto a Gabriele durante una gita.
Continuai a sfogliare finché non vidi una data risalente a quattordici anni prima.
«Oggi è arrivata un’altra busta per i bambini. Ginevra l’ha messa via prima che la vedessi. Ho chiesto chi scrivesse. Mi ha risposto che era una faccenda chiusa».
Gabriele avvicinò la torcia.
Poche righe sotto, Renato aveva aggiunto una frase più tremante.
«Ho saputo che Lucia continua a chiedere notizie. Non conosco tutta la verità, ma i ragazzi un giorno dovranno avere la possibilità di ascoltarla».
Mi sedetti su una vecchia sedia pieghevole.
Renato non era rimasto del tutto all’oscuro.
Aveva capito che qualcuno nascondeva delle lettere, ma si era fermato davanti alla rabbia di sua moglie.
Quella debolezza mi faceva male proprio perché veniva da un uomo che avevo sempre ammirato.
Gabriele sfogliò indietro di qualche pagina e trovò un altro appunto, scritto poche settimane dopo.
Renato aveva provato a chiedere che almeno una fotografia fosse conservata per quando fossimo cresciuti.
Ginevra aveva risposto che parlarci della nostra origine avrebbe messo a rischio la serenità della famiglia.
«Mi sono fermato davanti alla sua rabbia», aveva annotato Renato.
«Ma non sono sereno. Non so cosa possano scegliere i bambini, se nessuno permette loro di conoscere le possibilità».
Rimasi a lungo a fissare quelle righe.
Da bambino avevo creduto che Renato sapesse sempre proteggerci.
Scoprire che aveva esitato non cancellava le sue recite in prima fila o i pomeriggi nel garage.
Mi costringeva però a vedere la distanza fra voler bene a qualcuno e trovare il coraggio di difenderlo.
«Perché non ce l’ha detto?» sussurrò Gabriele.
«Forse pensava di avere tempo».
Tra le ultime pagine trovammo un indirizzo a Piacenza e un numero di telefono scritto a matita.
Accanto compariva il nome di Lucia Ferri, identico a quello sulla busta.
Non sapevamo se abitasse ancora lì, ma era il primo luogo concreto da cui cominciare.
Prima di richiudere il quaderno, una piccola fotografia scivolò sulle mie ginocchia.
Ritraeva Renato con noi due davanti al garage, il giorno delle biciclette nuove.
Sul retro aveva scritto: «Non dovranno mai chiedere il permesso di sentirsi amati».
Tornammo in cucina con il quaderno.
Ginevra lo riconobbe subito e si irrigidì.
«Dove l’avete preso?»
«Era di papà», rispose Gabriele.
«E ci ha lasciato almeno abbastanza per capire che non eri l’unica a conoscere Lucia».
Ofelia riconobbe la copertina verde e si portò una mano alla bocca.
«Ginevra mi aveva detto di aver buttato via tutti i suoi appunti».
«C’è qualcos’altro?» chiesi.
La nonna abbassò gli occhi.
«Una lettera di Renato. Ma non è in questa casa».
«Dov’è?»
«L’ho tenuta io. Avevo paura di quello che sarebbe successo se l’aveste letta prima di conoscere la verità».
Per la prima volta non mi interessò litigare.
Volevo parlare con la donna che ci aveva scritto e chiederle di persona ciò che nessun altro aveva saputo dirci.
Guardai Gabriele.
«Andiamo a Piacenza?»
«Adesso», rispose.
Prima di uscire, Ofelia ci avvertì che Lucia non sapeva della nostra visita.
Poi mi fermò per un istante trattenendomi per la manica.
«Valerio, forse Lucia pensa che siate stati voi a rifiutarla».
Guardai Gabriele: non avevamo ancora incontrato quella donna e qualcuno aveva già fatto in modo che temesse il nostro giudizio.
Per scoprire chi aveva messo quelle parole tra una madre e i suoi figli, continua con la Parte 4.













