Per un istante cercai una spiegazione innocua.
Forse Ginevra parlava dei conti di casa o di una storia esagerata davanti alle amiche, una delle tante in cui si dipingeva come una madre senza difetti.
Poi sentii la voce di Ofelia, e nessuna di quelle scuse fu più possibile.
«Quella donna ha scritto ancora, Ginevra. Non puoi fingere che non esista».
La risposta arrivò senza esitazione.
«Può scrivere finché vuole. Non riceveranno niente».
Mi appoggiai allo stipite del corridoio.
Il profumo dei gigli mi salì alla testa e per un momento temetti di cadere.
Non sapevo chi fosse «quella donna», ma lo intuivo con una precisione che mi spaventava.
«I ragazzi adesso sono adulti», insistette Ofelia.
«Prima o poi potrebbero voler sapere».
«Non chiedono perché non sanno che c’è qualcosa da chiedere».
Entrai in cucina prima che potesse aggiungere altro.
Ginevra sedeva al tavolo con una tazza di caffè, mentre Ofelia teneva le dita strette intorno al manico della propria.
Entrambe si voltarono verso di me.
«Buon compleanno», dissi, senza riconoscere la mia voce.
Ginevra guardò i fiori, poi il corridoio alle mie spalle.
«Da quanto sei qui?»
«Abbastanza per sapere che ci avete mentito».
Ofelia impallidì.
Ginevra si alzò così in fretta che la sedia urtò il pavimento.
«Non permetterti di entrare in casa mia e accusarmi».
«Chi è la donna che continua a scrivere?»
«Hai ascoltato una conversazione privata».
«Chi è?» ripetei.
Ginevra serrò le labbra.
Avevo visto quella stessa espressione quando da bambino portavo a casa una nota: un silenzio preparatorio, seguito da parole che dovevano farmi vergognare.
Ma stavolta non abbassai gli occhi.
Ofelia si alzò lentamente.
«Valerio, forse dovremmo sederci tutti».
«Tu lo sapevi?» le domandai.
La nonna non rispose.
Fu sufficiente.
«Ci avete sempre detto che nostra madre ci aveva lasciati in un istituto e non era più tornata. È vero?»
Ginevra incrociò le braccia.
«È la storia che vi abbiamo raccontato per il vostro bene».
«Non ti ho chiesto perché ce l’hai raccontata».
«Non sai cosa comporta crescere due bambini che qualcun altro non ha saputo tenere».
Fu Ofelia a interromperla.
«Basta, Ginevra».
Quella parola, pronunciata dalla donna che raramente contraddiceva sua figlia, cambiò il modo in cui ci guardammo.
Ginevra distolse lo sguardo e io capii che la paura, per la prima volta, non era soltanto mia.
«Dov’è la sua lettera?» chiesi.
«Quale lettera?»
«Hai detto che ha scritto ancora. Voglio vedere quello che ha mandato».
Ginevra si mosse verso il corridoio, ma non la seguii.
Rimasi accanto al tavolo, con la lettera ancora invisibile fra noi.
«Se non vuoi mostrarmela, cercherò le risposte altrove.
E non terrò Gabriele all’oscuro di questa conversazione».
«Naturalmente. È sempre pronto a pensare il peggio di me».
«Non abbiamo bisogno di pensarci. Ti ho sentita ridere».
Ofelia indicò la credenza, quella sotto la finestra.
«Nel cassetto più basso», disse quasi senza voce.
Ginevra si voltò verso di lei.
«Mamma!»
«Non posso continuare a far finta che non sia successo niente».
Aprii il cassetto.
C’erano tovaglie piegate, vecchie ricevute e un sacchetto di elastici.
In fondo, sotto una cartellina di bollette, trovai una busta color avorio già aperta.
Sul retro era stato scritto un nome: Lucia Ferri.
Sul davanti compariva l’indirizzo di Ginevra.
In alto a destra c’era un timbro postale di Piacenza e una data di tre settimane prima.
Era indirizzata a Ginevra, ma sotto il suo nome, in una grafia più piccola, qualcuno aveva scritto: «Per Valerio e Gabriele, se vorrete consegnarla».
Sfilai il foglio senza sedermi.
«Cara signora Ginevra, so che forse non desidera più ricevere mie notizie. Non chiedo di entrare nella vita dei ragazzi senza il loro consenso. Vorrei soltanto che sapessero che sono ancora qui e che, se un giorno vorranno incontrarmi, non dovranno giustificare nulla. Non ho mai smesso di pensare a loro».
Rilessi le ultime parole.
Non era una domanda di denaro né un rimprovero.
Era il tentativo di una persona che non sapeva nemmeno se i suoi figli avrebbero aperto una busta.
Mi venne in mente un pomeriggio di molti anni prima.
Avevo dodici anni e un compagno di classe aveva preparato un albero genealogico con le fotografie dei nonni.
Io avevo chiesto a Ginevra se esistesse almeno un’immagine della donna che ci aveva partoriti.
«Non ricominciare con queste fantasie», mi aveva risposto.
«Se qualcuno se n’è andato, un motivo ci sarà. Pensa alle persone che ti hanno dato da mangiare».
Quella sera avevo strappato il mio disegno dell’albero perché non sapevo quali nomi scriverci.
Avevo pensato di aver fatto una domanda ingrata.
Adesso capivo che avevo fatto una domanda pericolosa soltanto per chi custodiva la risposta.
«Quante volte ha scritto?» domandai a Ofelia.
La nonna si tamponò gli occhi con un fazzoletto.
«Non saprei dirti il numero esatto. All’inizio più spesso. Poi a ogni compleanno, quando poteva».
«E voi cosa le rispondevate?»
«Che eravate al sicuro. Che crescevate bene».
«Le avete mai detto che non conoscevamo neppure il suo nome?»
Ofelia non alzò lo sguardo.
«No».
Ginevra batté il palmo sul tavolo.
«In questa casa non devo essere processata da un figlio che non sa cosa sia sacrificarsi».
Mi accorsi di non essermi mai sentito così lucido.
Non ero venuto per metterla alla prova.
Ero venuto per farle gli auguri, con un regalo scelto pensando ai suoi gusti, e stavo scoprendo che il prezzo dei suoi sacrifici era stato il nostro diritto di sapere.
«È nostra madre?» chiesi.
Ginevra non rispose.
«Lucia Ferri è la donna che ci ha partoriti?»
«Vostra madre sono stata io», replicò.
In quel momento il telefono mi vibrò in tasca.
Era un messaggio di Gabriele: «Allora? Ti ha almeno detto grazie?».
Non sapevo come spiegargli una cosa simile con poche parole.
Gli mandai le fotografie della busta e del foglio, poi scrissi: «Vieni qui. Ho bisogno che tu ascolti tutto».
Ginevra allungò la mano.
«Quella lettera è arrivata a casa mia».
La ripiegai con attenzione e fotografai la busta e il foglio davanti a lei.
«Ma parla di noi.
Gabriele ha il diritto di leggerla quanto me».
«Io vi ho protetti da una donna che non era in grado di occuparsi di voi».
«Forse», risposi, «ma non ci hai mai lasciato decidere se ascoltarla».
Ofelia cominciò a piangere senza rumore.
Ginevra la fissò con un’espressione dura, poi disse qualcosa che mi costrinse a fermarmi sulla soglia.
«Se Renato fosse ancora vivo, ti direbbe che certe cose dovevano restare chiuse».
Mi voltai.
«Renato sapeva delle lettere?»
Per la prima volta Ginevra non riuscì a rispondere subito.
E il suo silenzio mi fece più paura di tutte le bugie ascoltate fino a quel momento.
Che cosa aveva scoperto Renato prima di morire? Per seguire quella traccia, leggi la Parte 3.













