Quella sera non chiamai Matteo.
Non gli scrissi.
Non feci nulla che potesse metterlo in allarme.
Telefonai invece a Enrico Sala, un avvocato che conoscevo da vent’anni.
Alle otto del mattino seguente eravamo nel suo studio.
Portai tutto.
I bonifici.
Le fotografie.
Il certificato di morte di Elena.
I documenti del funerale.
Il nome della clinica.
Enrico lesse senza interrompermi.
Poi alzò gli occhi.
«Giovanni, se questa donna è davvero Elena, qualcuno ha prodotto o utilizzato documenti falsi per dichiararla morta.»
«Matteo.»
«Probabilmente. Ma dobbiamo provarlo.»
«Mia nipote sa qualcosa.»
«Ha sette anni. Non dobbiamo trasformarla nel nostro investigatore.»
Aveva ragione.
Il sabato successivo andai a prendere Sofia come sempre.
Matteo era sulla porta.
«Questa volta riportala alle sei precise.»
Sorrisi.
«Certo.»
In macchina aspettai cinque minuti prima di parlare.
«Sofia, non sei nei guai. Va bene?»
Lei annuì.
«La donna che ho visto… tu l’hai incontrata?»
Sofia guardò fuori dal finestrino.
«Una volta.»
«Come?»
«Papà mi ha portata lì perché non aveva nessuno con cui lasciarmi. Mi ha detto di aspettare in macchina.»
Fece una pausa.
«Ma dovevo andare in bagno.»
«Sei entrata?»
«Sì.»
«E l’hai vista.»
Sofia annuì.
«Era seduta vicino a una finestra.»
«Ti ha parlato?»
«Mi ha chiesto come mi chiamavo.»
Sentii il cuore stringersi.
«E tu cosa hai detto?»
«Sofia.»
«Cosa ha fatto lei?»
Gli occhi di mia nipote si riempirono di lacrime.
«Ha iniziato a piangere.»
Non dissi niente.
«Poi ha preso una foto dal comodino.»
«Che foto?»
Sofia infilò una mano nello zainetto.
Ne tirò fuori un foglio piegato.
Era una fotocopia.
Nell’immagine c’era Elena in ospedale, poco dopo aver partorito.
Teneva in braccio una neonata.
Sofia.
Sul retro, con la calligrafia di Elena, c’era scritto:
La mia Sofia. Il giorno più bello della mia vita.
«Dove l’hai presa?»
«La signora me l’ha data.»
Mi mancò il respiro.
«Papà l’ha vista?»
«No. L’ho nascosta.»
«Che altro ti ha detto?»
«Mi ha chiesto se mia mamma era viva.»
Chiusi gli occhi.
«E tu?»
«Ho detto che era morta.»
Una lacrima scese lungo la guancia di Sofia.
«Lei ha iniziato a tremare.»
Mi inginocchiai davanti a lei.
«Sofia, ascoltami. Tu non hai fatto niente di sbagliato.»
«È lei, vero?»
Non potevo più mentire.
«Credo di sì.»
«È la mia mamma?»
«Credo di sì.»
Sofia scoppiò a piangere.
La strinsi.
Dopo qualche minuto sussurrò:
«Papà gli porta sempre buste.»
«Che tipo di buste?»
«Con soldi. Credo.»
La frase cambiò tutto.
Non era solo questione di soldi sottratti a Sofia.
Matteo stava finanziando qualcosa.
O qualcuno.
Enrico ottenne un provvedimento urgente che permetteva di verificare l’identità genetica della paziente.
Il test del DNA richiese meno di quarantotto ore.
Quando arrivò il risultato, Enrico me lo lesse al telefono.
Probabilità di relazione padre-figlia:
99,998%.
Elena era viva.
Quella sera aprii per la prima volta l’urna.
Non avrei dovuto farlo da solo, ma non riuscivo ad aspettare.
Dentro non trovai ciò che mi aspettavo.
Tra la cenere c’era un piccolo oggetto metallico.
Lo pulii.
Era una targhetta.
Sul bordo si leggeva ancora parte di un numero identificativo.
Enrico lo fece controllare.
Il giorno seguente mi chiamò.
«Giovanni, preparati.»
«Dimmi.»
«Quelle ceneri non appartengono a Elena.»
«Questo lo sapevamo.»
«No. Non hai capito.»
Fece una pausa.
«Appartengono a un’altra persona morta nello stesso incidente.»













