L’incidente di sette anni prima non aveva coinvolto una sola auto.
Questo dettaglio era sempre stato nei documenti, ma nessuno di noi aveva mai avuto motivo di studiarli davvero.
Quella notte erano rimasti coinvolti tre veicoli.
Uno apparteneva a Elena.
Uno a un rappresentante commerciale.
Il terzo era stato trovato completamente bruciato.
Due persone erano state dichiarate morte sul posto.
Elena era stata registrata come la terza vittima.
Solo che Elena non era mai morta.
Secondo ciò che Enrico riuscì a ricostruire, era stata trovata diverse centinaia di metri lontano dall’auto.
Confusa.
Gravemente ferita.
Senza documenti.
Un’ambulanza privata l’aveva trasferita in un ospedale diverso da quello indicato nei primi rapporti.
Per quarantotto ore era stata registrata come donna non identificata.
Poi Matteo l’aveva trovata.
«Come?» chiesi.
«La polizia aveva diffuso segnalazioni interne degli oggetti ritrovati. Pare che un’infermiera avesse trovato un anello inciso.»
L’anello di nozze.
Matteo aveva identificato Elena.
Ma non aveva detto nulla a noi.
Al contrario, aveva confermato il riconoscimento della persona carbonizzata.
Aveva firmato documenti.
Aveva organizzato il funerale.
Aveva portato a casa l’urna.
«Perché?» chiesi.
Enrico mi guardò.
«Questa è la domanda da 280.000 euro.»
La risposta arrivò da Elena.
Tre giorni dopo, con l’autorizzazione della clinica e la presenza di una psicologa, finalmente entrai nella sua stanza.
Era seduta vicino alla finestra.
Quando mi vide, impallidì.
Io non riuscii a dire nulla.
Per sette anni avevo immaginato mille volte di poterle parlare ancora.
Ora che era davanti a me, non trovavo una sola parola.
Fu lei a pronunciare la prima.
«Papà?»
Le gambe mi cedettero quasi.
«Elena.»
Mi avvicinai.
Lei si coprì la bocca.
«Matteo mi aveva detto che eri morto.»
La abbracciai.
Non so quanto tempo rimanemmo così.
Alla fine Elena raccontò ciò che ricordava.
Dopo l’incidente aveva perso gran parte della memoria recente.
Non ricordava il proprio indirizzo.
Non ricordava la password del telefono.
A volte non ricordava nemmeno il nome di sua figlia.
Matteo le aveva detto che io e Lucia eravamo morti poco dopo l’incidente.
Le aveva detto che Sofia era al sicuro, ma che per il momento non poteva vederla perché i medici ritenevano che sarebbe stato troppo traumatico.
«All’inizio gli credevo.»
«E dopo?»
Elena guardò le proprie mani.
«Ho iniziato a ricordare.»
«Quando?»
«Circa tre anni fa.»
Mi si gelò il sangue.
«Tre anni?»
«Piccole cose. La bottega. La mamma che preparava il ragù la domenica. Tu che mi insegnavi a guidare.»
«Perché non mi hai cercato?»
«L’ho fatto.»
Alzai lo sguardo.
«Come?»
«Ho chiesto a Matteo il tuo numero.»
«E lui?»
«Mi ha detto che stavo confondendo i ricordi. Che eri morto.»
Elena inspirò lentamente.
«Poi ho chiesto a un’infermiera di cercare il supermercato su internet.»
«E?»
«L’ha trovato.»
Le lacrime le riempirono gli occhi.
«C’era una foto di te davanti al negozio.»
Sentii il sangue pulsarmi nelle tempie.
«Matteo lo scoprì.»
«Cosa fece?»
«Mi trasferì.»
La voce di Elena divenne più bassa.
«E disse che se avessi continuato a creare problemi, avrebbe portato Sofia lontano da me per sempre.»
Ora capivo.
La clinica.
I trasferimenti.
Le buste.
Il denaro.
«Elena, perché Matteo avrebbe fatto tutto questo?»
Lei rimase in silenzio.
Poi pronunciò una frase che spostò ancora una volta il terreno sotto i miei piedi.
«Perché la notte dell’incidente stavo andando dalla polizia.»













