Elena ricordava ormai abbastanza.
Prima dell’incidente aveva scoperto che Matteo utilizzava società intestate a prestanome per spostare denaro.
All’epoca lavorava come consulente amministrativo per alcune piccole aziende della zona.
Aveva accesso ai conti.
Elena aveva trovato documenti in casa.
Fatture false.
Bonifici.
Contratti con firme che non riconosceva.
«Pensavo mi tradisse,» disse amaramente. «Quasi avrei preferito quello.»
Aveva fotografato tutto.
Poi aveva chiamato un avvocato.
La sera dell’incidente stava andando a incontrarlo.
«Pensi che Matteo abbia causato l’incidente?» chiesi.
Elena scosse la testa.
«Non lo so.»
Non c’erano prove che Matteo avesse provocato lo schianto.
E io non volevo trasformare il sospetto in certezza solo perché lo odiavo.
Ma ciò che era successo dopo era già abbastanza.
Quando Matteo aveva scoperto che Elena era viva ma gravemente confusa, aveva capito di avere un’opportunità.
Se Elena fosse risultata morta, nessuno avrebbe cercato i documenti che aveva raccolto.
Nessuno avrebbe fatto domande.
Inoltre Matteo era diventato unico tutore di Sofia.
E io, distrutto dal dolore, avevo cominciato a inviargli denaro senza controllare nulla.
«I 40.000 euro?» chiesi.
Elena annuì.
«Una parte pagava la struttura.»
«Quanto?»
«Circa 18.000 l’anno negli ultimi anni.»
Quindi più della metà spariva altrove.
Enrico e un consulente finanziario ricostruirono i flussi.
Vacanze.
Leasing del SUV.
Investimenti.
Un appartamento intestato a una società.
Scommesse online.
In sette anni, Matteo aveva utilizzato più di 150.000 euro dei miei versamenti per spese che non avevano nulla a che fare con Sofia o Elena.
Ma c’era qualcosa che mi importava più del denaro.
«Perché Sofia sapeva di dovermi avvertire?»
La risposta arrivò pochi giorni dopo.
Sofia aveva sentito suo padre parlare al telefono.
Matteo aveva scoperto che Elena ricordava sempre di più.
La clinica non voleva più tenerla sotto le stesse restrizioni.
Lui stava valutando di trasferirla nuovamente.
Questa volta all’estero.
«Papà ha detto che dopo Natale la signora non sarebbe più stata un problema,» raccontò Sofia alla psicologa incaricata dal tribunale.
Quella frase bastò a far accelerare tutto.
La Procura aprì un’indagine.
Il giudice sospese Matteo dal ruolo di amministratore di sostegno.
Elena venne trasferita sotto tutela indipendente.
Io ottenni un affido temporaneo di Sofia.
Quando Matteo arrivò a casa e trovò due agenti ad aspettarlo, capì che il suo mondo stava crollando.
Mi chiamò ventitré volte quella sera.
Non risposi.
Alla ventiquattresima lasciò un messaggio.
«Giovanni, non sai cosa stai facendo. Elena non sta bene. Ti sta raccontando cose che non capisce.»
Ascoltai il messaggio due volte.
Poi lo consegnai a Enrico.
Il giorno dopo, Matteo si presentò davanti al supermercato.
Entrò mentre c’erano clienti.
«Dobbiamo parlare.»
«No.»
«Sono sette anni che proteggo tua figlia.»
Lo guardai.
«Hai fatto celebrare il suo funerale.»
«Era complicato.»
«Hai detto a lei che ero morto.»
«Non capisci le sue condizioni.»
«Hai preso 280.000 euro.»
Matteo abbassò la voce.
«Sei tu che me li hai dati.»
Quella frase mostrò finalmente chi era davvero.
Non disse che li aveva usati per Sofia.
Non disse che li avrebbe restituiti.
Disse soltanto che ero stato io a darglieli.
Come se questo rendesse tutto legittimo.
Poi sorrise.
«E comunque non puoi dimostrare che io sapessi che la donna nell’urna non fosse Elena.»
Enrico, che era appena entrato dalla porta laterale, rispose al posto mio.
«Forse lui no.»
Matteo si voltò.
Enrico teneva in mano una cartellina.
«Ma l’infermiera che ti vide firmare il riconoscimento di Elena viva quarantotto ore dopo l’incidente sì.»
Il sorriso di Matteo scomparve.













