Non scesi subito dall’auto.
Non riuscivo a muovermi.
Matteo raggiunse Elena davanti all’ingresso.
Lei gli disse qualcosa.
Lui rispose bruscamente.
Non sentivo le parole, ma vidi Elena abbassare lo sguardo.
Matteo le prese il gomito.
Troppo forte.
Lei si liberò.
Fu allora che aprii la portiera.
Feci due passi.
Poi mi fermai.
Una parte di me voleva attraversare il parcheggio urlando il nome di mia figlia.
L’altra mi ricordava Sofia.
«Non dirgli niente.»
Quelle parole mi trattennero.
Se Sofia aveva avuto così tanta paura da chiedermi di seguirlo di nascosto, affrontare Matteo senza sapere la verità sarebbe stato un errore.
Tornai in macchina.
Scattai alcune fotografie.
Poi fotografai l’insegna.
Villa San Michele — Centro Privato di Riabilitazione Neurologica.
Aspettai che Matteo ripartisse.
Elena rientrò nell’edificio.
Io rimasi lì altri dieci minuti.
Poi entrai.
Alla reception c’era una donna sui cinquant’anni.
«Buonasera. Vorrei informazioni su una paziente.»
«È un familiare?»
La domanda mi spezzò quasi la voce.
«Credo di sì.»
La receptionist irrigidì il sorriso.
«Mi serve il nome.»
«Elena Rinaldi.»
Digitò qualcosa.
Poi scosse la testa.
«Non abbiamo nessuna paziente con questo nome.»
Le mostrai la fotografia che avevo appena scattato.
La sua espressione cambiò.
«Quella è la signora Bianchi.»
«Come si chiama?»
Esitò.
«Laura Bianchi.»
Sentii un ronzio nelle orecchie.
«Da quanto è qui?»
«Mi dispiace, non posso fornire informazioni.»
Tirai fuori il telefono.
Le mostrai una vecchia foto di Elena.
Era stata scattata il Natale prima dell’incidente.
La receptionist passò lo sguardo dalla foto alla porta da cui Elena era appena rientrata.
«Quella donna è mia figlia.»
La receptionist impallidì.
Pochi minuti dopo arrivò il direttore sanitario.
Si chiamava dottor Riccardo Ferri.
Mi fece entrare nel suo ufficio.
Quando gli spiegai tutto, rimase in silenzio per quasi un minuto.
Poi disse:
«La paziente che lei ha visto è stata trasferita qui sei anni e mezzo fa.»
«Da chi?»
«Dal signor Matteo Conti.»
Mi mancò il fiato.
«Sei anni e mezzo?»
«Sì.»
Quindi Matteo sapeva.
Non da poche settimane.
Non da pochi mesi.
Da quasi tutto il tempo.
«Qual era la diagnosi?»
Il medico si tolse gli occhiali.
«Quando arrivò, presentava un grave trauma cranico, problemi di memoria, difficoltà motorie e forti episodi di confusione.»
«E adesso?»
«È migliorata moltissimo.»
«Ricorda chi è?»
Il medico esitò.
«Ricorda frammenti.»
Mi avvicinai alla scrivania.
«Ricorda me?»
Il dottore abbassò lo sguardo.
«Temo che il problema sia un altro.»
«Quale?»
«Il signor Conti ci ha sempre detto che i genitori della paziente erano entrambi deceduti.»
Per alcuni secondi non capii.
Poi capii fin troppo bene.
«Matteo le ha detto che io ero morto?»
Il medico annuì lentamente.
«Sì.»
Sentii qualcosa dentro di me trasformarsi.
Non era più dolore.
Era rabbia.
Una rabbia fredda.
«Voglio vederla.»
Il dottore scosse la testa.
«Non posso autorizzarlo immediatamente. Il signor Conti risulta come referente familiare e amministratore di sostegno temporaneo.»
«Quell’uomo ha organizzato il funerale di una donna viva.»
«Se quello che mi sta dicendo è vero, signor Rinaldi, allora la situazione va ben oltre questa clinica.»
Presi il telefono.
«Ho bisogno di un avvocato.»
Mentre uscivo, ricevetti un messaggio.
Era di Sofia.
Solo quattro parole.
Hai visto la signora?
Mi fermai nel corridoio.
Le risposi.
Sì. Chi è?
La risposta arrivò quasi subito.
Papà dice che è nessuno.
Poi un secondo messaggio.
Ma lei ha una mia foto.













