Daniele posò il piccone sul prato prima di entrare.
Non voleva trovarsi con un attrezzo pesante in mano accanto a una persona ferita.
La mano si ritirò per un istante, poi riapparve, cercando appoggio sul pavimento di pietra.
«Giulia?» chiamò.
Una voce roca pronunciò il suo nome.
Daniele scese i tre gradini consumati e si inginocchiò.
Era sua moglie, seduta contro una parete, con il vestito verde che aveva indossato la mattina e i capelli incollati alla fronte.
Aveva un graffio sul polso e una scarpa sola.
Non sembrava ferita gravemente, ma tremava e faceva fatica a tenere gli occhi aperti.
«Sono qui», disse Daniele.
«Ti porto fuori.»
Giulia afferrò la sua camicia.
«Prima Luca», sussurrò.
«Dove si trova?»
«È con me. È al sicuro.»
Quella risposta le restituì abbastanza forza da provare a sollevarsi.
Daniele la sostenne senza trascinarla, mentre un’invitata, Francesca, chiamava il numero di emergenza.
Un altro ospite arrivò con una torcia del telefono e illuminò i gradini.
In fondo al locale si vedevano scaffali coperti da teli, vecchie bottiglie e una piccola grata di aerazione, troppo alta perché Giulia potesse raggiungerla.
La porta aveva una serratura che si chiudeva dall’esterno.
Quando uscirono, Luca corse verso la madre.
Daniele lo fermò soltanto il tempo necessario perché Giulia potesse sedersi su una sedia stabile, lontana dal sole diretto.
Il bambino le abbracciò le ginocchia e continuò a ripetere la stessa frase.
«Te l’avevo detto, papà. Te l’avevo detto.»
«Avevi ragione», rispose Daniele.
«Hai fatto bene a chiedere aiuto.»
Elena era rimasta presso il tavolo del buffet.
Era la sorella maggiore di Daniele e aveva organizzato ogni dettaglio della festa nella casa in cui entrambi erano cresciuti.
Ora stringeva il tovagliolo fra le dita fino a ridurlo a una corda sottile.
«Deve esserci stato un incidente», disse.
«Quella porta si blocca spesso.»
Giulia alzò la testa.
«Non si è bloccata da sola.»
La frase arrivò appena udibile, eppure gli invitati più vicini la sentirono.
Elena fece per avvicinarsi.
Daniele si mise fra lei e la moglie, senza toccarla.
«Per favore, resta dove sei.»
«Sono tua sorella.»
«E lei è mia moglie. Adesso ha bisogno di spazio.»
Francesca si chinò accanto a Giulia e le offrì acqua a piccoli sorsi.
Dopo aver ascoltato i sintomi al telefono, confermò all’operatore che l’ambulanza era in arrivo.
Giulia si teneva il fianco con una mano.
Daniele provò a chiederle che cosa fosse accaduto, ma lei chiuse gli occhi e scosse appena la testa.
«Non qui. Lui ha già visto abbastanza.»
Luca non lasciava la sua mano.
Il bambino aveva sette anni e fino a quel pomeriggio associava la villa ai pranzi della domenica, alle torte preparate dalla zia e ai giochi con i cugini.
Adesso fissava le finestre della casa come se anche quelle potessero essere chiuse a chiave.
Daniele gli domandò se avesse visto sua madre entrare nel seminterrato.
Luca annuì, poi guardò Elena e smise di parlare.
Quell’esitazione fu peggiore di una risposta.
I soccorritori arrivarono prima che Daniele trovasse il coraggio di insistere.
Controllarono Giulia, che appariva disidratata e stordita, e decisero di portarla in ospedale per accertamenti.
Un carabiniere, chiamato dopo che Francesca aveva spiegato il ritrovamento, chiese agli invitati di non toccare la porta e di rimanere disponibili per essere sentiti.
Il piccone fu lasciato dove Daniele l’aveva posato.
Nessuno pensò più alla festa.
«Vengo con te», disse Daniele alla moglie mentre preparavano la barella.
Giulia gli prese il braccio.
«Non lasciarlo solo con lei.»
Non indicò Elena.
Non ce n’era bisogno.
Daniele sentì salire una vergogna difficile da sostenere: aveva trascorso la mattina a rispondere ai messaggi di sua sorella, convinto che Giulia fosse semplicemente uscita per una commissione.
Elena gli aveva detto che sua moglie sarebbe tornata più tardi, forse già durante la festa.
Lui non aveva telefonato per verificare, perché Giulia aveva l’abitudine di lasciare il cellulare in borsa quando era occupata.
Ora quella spiegazione innocente gli sembrava un regalo fatto alla persona sbagliata.
Francesca si offrì di portare Luca a casa propria finché Daniele non fosse tornato.
Il bambino conosceva bene lei e suo marito.
Daniele si chinò per chiedergli il permesso, senza decidere al suo posto.
«Voglio venire da mamma.»
«Lo so. Appena il medico dirà che possiamo entrare, ti accompagno.»
Luca guardò la madre sulla barella e si lasciò abbracciare.
«Non chiudere nessuna porta», mormorò.
Daniele promise che glielo avrebbe detto prima di allontanarsi, anche soltanto per pochi minuti.
Non volle promettere che nessuna porta si sarebbe mai più chiusa: non gli sembrava giusto coprire quella paura con parole impossibili.
Mentre il mezzo sanitario usciva dal vialetto, il maresciallo che aveva preso nota dei nomi chiese a Daniele da quanto tempo la cantina fosse inutilizzata.
«Da anni, credo. Elena diceva che era pericolosa.»
«Chi conserva le chiavi?»
Daniele stava per rispondere che non lo sapeva, quando vide Elena aprire la borsa e richiuderla subito.
Il gesto fu minuscolo.
Dopo quanto era successo, però, non riuscì a ignorarlo.
«Mia sorella si occupa della casa», disse.
«Le chieda di mostrarle tutto.»
Elena si voltò verso di lui.
«Stai davvero pensando che io abbia fatto qualcosa di male?»
Daniele non rispose.
Gli tornò in mente una discussione di tre sere prima, davanti al lavello di casa.
Giulia aveva insistito perché parlassero dei documenti che Elena le aveva chiesto di firmare.
Lui aveva detto che sua sorella era sempre stata complicata con le carte, ma che non c’era motivo di diffidare.
Giulia non aveva alzato la voce.
Aveva soltanto domandato se avrebbe continuato a fidarsi anche senza leggere.
Adesso Daniele desiderava ricordare la frase esatta che le aveva risposto.
Non ci riusciva.
Il maresciallo invitò Elena a restare per chiarire la sequenza degli eventi.
Lei fece qualche passo verso casa, poi si fermò.
«In camera di nostro padre c’è ancora il suo vecchio cassetto», disse a Daniele.
«Spero che Giulia non ci abbia messo le mani.»
Non era una domanda, né una preoccupazione per la salute di sua cognata.
Era un avvertimento.
Daniele capì allora che la cantina poteva essere soltanto l’ultima stanza di una storia cominciata molto prima.
Per comprendere che cosa Elena temesse di trovare in quel cassetto, continua con la Parte 3.













