Teresa fissò la ricevuta come se non riconoscesse la propria firma.
Poi allungò la mano per prenderla.
Chiara la ritirò subito.
«Non è l’originale», disse.
«Quello è al sicuro.»
Non c’era sfida nella sua voce.
C’era la cautela di chi aveva imparato a non lasciare nelle mani degli altri l’unica prova di ciò che era successo.
«Sofia scriveva spesso», rispose Teresa.
«Una volta ho ritirato una lettera.
Non significa che io sapessi tutto.»
Matteo si appoggiò allo schienale di una sedia.
«Mi hai sempre detto che lei era partita perché non voleva più vedermi.»
«Era quello che mi aveva fatto capire.»
«Non me l’ha detto Sofia.
Me l’hai detto tu.»
Per la prima volta, Teresa non trovò una risposta immediata.
Paolo la accompagnò verso l’uscita, dove aspettava il taxi.
Prima di seguirlo, lei si voltò verso Chiara.
«Non pensare che una ricevuta racconti un’intera vita.»
«Non lo penso», rispose la ragazza.
«Per questo sono qui.»
La porta si richiuse e il rumore della sala tornò gradualmente normale.
Io rimasi con Matteo e Chiara davanti alla torta mai tagliata.
Sul piatto di Teresa c’era ancora la candela con il numero sessantacinque, spenta prima di essere accesa.
«Mi dispiace per l’acqua», dissi a Chiara.
«Non era diretta a te, ma ti ho umiliata davanti a tutti.»
Lei abbassò gli occhi.
«Avevo paura che mi chiamassi bugiarda.
Quando hai preso il bicchiere, ho pensato che non avresti ascoltato nemmeno una parola.»
Quelle parole mi colpirono più di un rimprovero.
Avevo trasformato la sua prima sera con la famiglia paterna in uno spettacolo doloroso.
Eppure non riuscivo a sentirmi l’unica responsabile di quella scena.
Matteo propose di accompagnarla a casa, ma Chiara disse che avrebbe preso un taxi.
Studiava restauro a Roma e abitava con una coinquilina.
Aggiungeva informazioni semplici, quasi per dimostrarci di avere una vita fuori dal disastro in cui ci eravamo incontrati.
«Vorrei parlare con Alessia, domani», disse prima di andare.
«Se lei vuole.»
«Puoi scrivermi», risposi.
«Ma senza che Matteo decida al posto nostro.»
Mio marito fece un cenno di assenso.
Non tentò di trattenermi quando gli dissi che sarei tornata a casa da sola.
Quella notte dormii sul divano.
Matteo rimase in camera e non venne a chiedermi di perdonarlo.
Al mattino trovai in cucina due tazze, ma lui aveva lasciato la propria intatta.
Mi sedetti di fronte a lui con il telefono appoggiato sul tavolo.
«Voglio una cronologia», dissi.
«Senza omissioni.
Quando l’hai vista, quando hai fatto il test, quando hai parlato con tua madre.»
Matteo mi raccontò che Chiara gli aveva scritto ventitré giorni prima.
Si erano incontrati due giorni dopo in un bar, vicino alla stazione Tiburtina.
Lui le aveva chiesto di mostrargli i documenti, e la settimana successiva avevano effettuato il test presso un laboratorio.
Aveva chiamato Teresa dopo il primo incontro, non dopo il risultato.
«Perché proprio lei?» domandai.
«Perché quando vidi il nome Sofia ricordai quello che mia madre mi aveva raccontato anni fa.
Pensavo potesse spiegare perché non avevo saputo nulla della gravidanza.»
«E ti ha detto di non parlarmene.»
«Mi ha chiesto tempo.
Io gliel’ho concesso.
Poi ho cominciato a vergognarmi del ritardo, e ogni giorno è diventato più difficile.»
«Hai protetto lei e la tua paura.
Io ero l’ultima persona della lista.»
Matteo non protestò.
«Sì.»
Avrei voluto che bastasse sentirglielo ammettere.
Invece capii che la verità, detta troppo tardi, non ci riportava automaticamente al punto da cui eravamo partiti.
Nel pomeriggio incontrai Chiara in una piccola caffetteria a San Giovanni.
Indossava una giacca di jeans e aveva un quaderno pieno di appunti nella borsa.
Senza la tensione del ristorante sembrava ancora più giovane.
Mi mostrò una fotografia di Sofia, seduta sul bordo di una fontana con una bambina in braccio.
«Sono io», disse, accennando un sorriso.
«Avevo quasi un anno.
Mia madre raccontava che quel giorno pioveva, anche se nella foto sembra esserci il sole.»
Le chiesi che cosa le avesse detto di Matteo.
Chiara si fermò a pensare.
«Che era stato importante per lei.
Che erano troppo giovani.
Quando insistevo, mi ripeteva che non voleva farmi crescere aspettando qualcuno che forse non sarebbe arrivato.»
Non sapevo come risponderle.
Mi mostrò allora la copia della lettera arrivata a casa di Teresa nel 2006.
Sofia comunicava la nascita della figlia, chiedeva un incontro con Matteo e lasciava un numero di telefono.
La richiesta era semplice, quasi timida.
Non chiedeva denaro, né un cognome.
Chiedeva che il padre sapesse.
«La ricevuta dice che Teresa l’ha ritirata», osservai.
«Sì.
Eppure Matteo non ha mai visto quella lettera.
Mia madre, però, ha ricevuto una risposta.»
Chiara aprì il quaderno e ne estrasse un foglio piegato in quattro.
Era una fotocopia nitida di una lettera datata poche settimane dopo.
Il testo diceva che Matteo non intendeva assumersi alcuna responsabilità e invitava Sofia a non cercarlo più.
Sotto c’era una firma.
Matteo.
«L’hai mostrata a lui?» chiesi.
«No.
L’ho trovata dentro un libro soltanto lunedì, dopo aver già fatto il test.
Volevo prima capire se la firma fosse vera.»
Rilesse una frase e abbassò la voce.
«Mia madre mi aveva detto che non lo sapeva.
Questa lettera, invece, sembra dire che lo sapesse e mi avesse rifiutata.
Non so più quale delle due cose sia peggiore.»
Guardai la firma ancora una volta.
Conoscevo quella di Matteo dalle carte della nostra casa, dalle cartoline e dai biglietti lasciati sul frigorifero.
Le lettere del suo nome erano simili, ma un tratto finale mi sembrava innaturale.
Non potevo stabilire nulla osservando una fotocopia, e non volevo alimentare un’altra accusa senza prove.
«Portiamo l’originale a una persona che possa esaminarlo», dissi.
«E chiediamo a Matteo di guardarlo davanti a te.»
Chiara mi fissò, sorpresa.
«Anche dopo ieri sera?»
«Ieri sera ho giudicato prima di ascoltare.
Non voglio farlo di nuovo.»
Prima di separarci, Chiara mi disse una cosa che mi rimase addosso per tutto il tragitto verso casa.
«Se quella firma non è sua, qualcuno ha deciso per entrambi.
Se invece è autentica, dovrò capire se voglio davvero conoscerlo.»
Quando telefonai a Matteo e gli dissi che esisteva una lettera firmata con il suo nome, lo sentii inspirare bruscamente.
«Io non ho mai scritto a Sofia», rispose.
«Alessia, voglio vedere quel foglio.»
Per sapere chi avesse parlato al posto di Matteo, segui la Parte 4.













