Non tornai alla villa per cercare la cartellina blu.
Era il primo impulso che mi venne, ma Elisa mi convinse a rinunciarvi.
Un cassetto non valeva il rischio di restare sola con Daniele, soprattutto dopo che aveva saputo dove mi trovavo senza che glielo dicessi.
Avevo ancora una copia della proposta d’acquisto nella mia vecchia casella di posta elettronica.
Daniele mi aveva aiutata a organizzare i messaggi e per questo mi ero abituata a usare sempre lo stesso computer.
Elisa mi prestò il suo e mi rimase accanto mentre cambiavo le credenziali e cercavo il documento.
Riemerse una mail di quattro mesi prima, con un allegato firmato «Borgo di Pietra Sviluppo».
La proposta sembrava generosa: centoottantamila euro per una proprietà che avevo sempre considerato un peso economico.
Ma il testo conteneva una clausola che allora non avevo compreso.
L’acquirente chiedeva il trasferimento di ogni diritto di passaggio e di utilizzo dell’accesso verso la strada provinciale.
«Perché lo specificano?» domandai.
«Perché forse non comprano soltanto il tuo vecchio casale», disse Elisa.
«Potrebbero aver bisogno della strada.»
Chiamammo l’avvocata Giulia Conti, che anni prima aveva aiutato mia sorella in una questione ereditaria.
Non le chiesi di accusare qualcuno.
Le chiesi di spiegarmi che cosa risultasse dai documenti e quali informazioni pubbliche si potessero consultare.
Ci incontrammo nel suo studio, davanti a una mappa catastale piena di linee sottili.
Il Podere del Noce era segnato in verde, stretto fra un torrente e un grande terreno collinare.
Sul versante opposto compariva un progetto di recupero turistico con appartamenti, ristorante e centro congressi.
Il nome della società promotrice era lo stesso della proposta ricevuta.
«Il vostro accesso è uno degli elementi rilevanti del progetto», spiegò Giulia.
«Non significa che possano utilizzarlo senza titolo, e non significa che lei debba vendere.
Ma capisco perché stiano cercando un accordo.»
Elisa scorse l’elenco dei soggetti collegati al progetto e trovò una società di costruzioni.
Era una controllata della Riva Restauri, l’impresa di Daniele.
Non provai rabbia subito.
Provai una tristezza così pesante da dover appoggiare entrambe le mani al tavolo.
Pensai alla sera in biblioteca, a quel giovane che aveva ascoltato i miei racconti sui ragazzi, alle sue domande sui libri.
La coincidenza che avevo chiamato destino aveva forse un indirizzo preciso e un numero di particella.
«Potrebbe avermi conosciuta per quel terreno?» chiesi.
Giulia non rispose con una certezza che non possedeva.
«È un’ipotesi», disse.
«Dobbiamo distinguere ciò che sappiamo da ciò che temiamo.»
Su mia richiesta Giulia consultò un notaio di fiducia per sapere se fossero stati predisposti atti relativi al podere.
Il notaio riferì che, alcune settimane prima, un uomo presentatosi come consulente della Riva Restauri aveva chiesto informazioni generiche sulla possibilità di ottenere una procura per la vendita.
Non era stato predisposto alcun atto e il professionista aveva chiarito che sarebbe stata indispensabile una mia decisione personale e consapevole.
«Non è una prova di falsificazione», chiarì Giulia.
«È però una richiesta di cui vorrò chiedere chiarimenti.»
Quando uscii dallo studio, osservai la gente che attraversava la piazza con i sacchetti della spesa.
Nessuno sapeva che a pochi passi una donna stava cercando di capire se fosse stata scelta come moglie o come ostacolo da rimuovere.
Elisa mi accompagnò al podere il giorno successivo, dopo aver concordato il viaggio con Giulia e aver informato chi seguiva la nostra segnalazione.
Non andammo per trovare prove nella proprietà di Daniele.
Quella terra era mia, e volevo ricordare che cosa significasse prima che tutti cominciassero a parlarne come di un investimento.
Non ci ero tornata spesso dopo la morte di mio padre.
Per molto tempo mi ero limitata a pagare quello che serviva e a chiedere a Vittorio di avvertirmi se un albero rischiava di cadere sulla strada.
Conservavo in una scatola le ricevute dei lavori più urgenti e le fotografie di quando le finestre avevano ancora le persiane verdi.
Elisa le conosceva bene, perché da bambina pretendeva che le raccontassi la storia di ogni volto ritratto davanti alla porta.
Avevo sempre pensato che un giorno avrei trovato il coraggio e i soldi per sistemare almeno il giardino.
Non immaginavo che proprio quel pezzo di terra sarebbe diventato il motivo per cui qualcuno voleva togliermi la voce.
Il tetto del casale aveva perso alcune tegole.
Il vecchio noce gettava ombra sul pozzo ormai chiuso.
Sul muro esterno c’erano ancora due segni tracciati da mio padre per misurare la mia altezza quando avevo sette e nove anni.
Li toccai con la punta delle dita.
«Non è bella come nelle fotografie», osservò Elisa.
«No», dissi.
«Ma è il posto in cui qualcuno mi ha insegnato che una casa non vale solo quello che costa.»
Vicino alla porta incontrammo Vittorio, un agricoltore che curava occasionalmente il sentiero per conto mio.
Mi disse che durante l’estate alcuni tecnici avevano misurato la strada e fotografato il cancello.
Aveva pensato fossero mandati da me, perché uno di loro gli aveva mostrato il biglietto da visita della Riva Restauri.
«Hanno detto che presto sarebbe cambiato tutto», raccontò.
«Io ho risposto che prima avrebbero dovuto parlarne con lei.»
Presi nota della sua testimonianza, senza chiedergli di fare altro.
Avevo passato la vita a insegnare agli alunni a non inventare una risposta quando mancavano le informazioni.
Ora toccava a me rispettare quella regola.
Tornando verso Bologna, il telefono di Elisa squillò.
Era mia sorella Anna.
Daniele l’aveva chiamata dicendo che stavo attraversando un periodo di confusione, che rifiutavo le cure e che lui desiderava soltanto riportarmi a casa.
«Mi ha detto che dimentichi le cose e che di notte ti agiti», riferì Anna, pallida per la paura.
Per la prima volta capii che i miei sintomi non erano soltanto una conseguenza possibile delle gocce.
Potevano diventare, nelle mani di qualcun altro, un racconto costruito contro di me.
«Anna», dissi, «ho un referto e una visita medica.
Li vedrai entrambi.
Ma prima devi promettermi che non gli dirai dove dormo.»
Lei promise.
Dopo aver chiuso la chiamata, mi mandò uno screenshot di un messaggio appena ricevuto da Daniele.
Era allegata una fotografia di un modulo sanitario sul quale compariva il mio nome.
Non riconoscevo né il medico indicato né la firma in fondo alla pagina.
Per capire chi avesse preparato il documento che portava il mio nome, passa alla Parte 4.













