Il graffio era lo stesso che avevo fatto notare a Daniele una domenica, tornando da un mercato dell’antiquariato.
Lui aveva riso, dicendo che nessuna cosa bella poteva restare perfetta.
Adesso quel dettaglio innocente mi sembrava un segnale lasciato apposta per farmi paura.
«L’ha chiamato lei?» domandai al dottor Bassi.
«Assolutamente no.
E non sappiamo neppure se sia lui al volante.»
Aveva ragione.
Dalla finestra vedevamo il parabrezza, ma non riconoscevamo il viso di chi era al volante.
Non riuscivo a spiegarmi come Daniele potesse conoscere un appuntamento che non avevo annotato sul calendario di casa.
Bassi chiamò un’infermiera e le chiese di accompagnarmi in una sala interna.
Mi consigliò una valutazione clinica urgente, perché gli episodi di stordimento potevano comportare rischi anche dopo l’ultima tazza.
Non promise che la semplice analisi della bevanda avrebbe dimostrato chi l’avesse alterata.
Quella precisione mi fece bene.
Dopo giorni trascorsi a dubitare dei miei occhi, qualcuno distingueva finalmente i fatti dalle supposizioni.
Chiamai Elisa dal telefono dello studio.
«Zia, che succede?»
«Ho bisogno che tu venga a prendermi.
Non davanti all’ingresso principale.»
Non chiese spiegazioni.
Disse solo che sarebbe arrivata e che dovevo restare con il medico.
Dieci minuti dopo il mio cellulare vibrò.
Sul display comparve un messaggio di Daniele.
«Amore, perché sei in centro?
Se non ti senti bene passo a prenderti.»
Rimasi immobile.
Non gli avevo detto dove mi trovavo.
Bassi mi chiese se sul telefono avessimo condiviso la posizione per qualche ragione.
Ricordai una sera in cui Daniele mi aveva mostrato un’applicazione, dicendo che con quella avrebbe potuto trovarmi se fossi caduta durante una passeggiata.
Avevo accettato senza pensarci.
Lui aveva configurato tutto con il mio consenso, ma non mi aveva mai spiegato come interrompere la condivisione.
«Non cancelli i messaggi», mi consigliò il medico.
«Potrebbero essere importanti per ricostruire ciò che è successo.»
Attesi Elisa in un corridoio sul retro, lontana dalla strada.
Quando la vidi arrivare, con i capelli ancora bagnati e la giacca infilata al contrario, scoppiai a piangere.
Non avevo pianto neppure quando avevo consegnato il campione al laboratorio.
«Sei al sicuro con me», disse, stringendomi le spalle.
«Adesso andiamo a farci aiutare.»
Prima passammo da un servizio di pronto soccorso, dove riferii al personale sanitario quello che avevo scoperto.
Fui visitata, e i medici presero nota dei sintomi e della possibile esposizione ripetuta a un sedativo.
Mi spiegarono che, se davvero avevo assunto quelle sostanze per mesi, dovevo seguire indicazioni mediche e non improvvisare cambiamenti o assumere altri farmaci di mia iniziativa.
Conservai il referto del laboratorio e quello della visita.
Poi andammo a casa di Elisa, in un appartamento sopra una panetteria alla periferia di Bologna.
Mia nipote preparò il divano con una coperta e mi mise davanti una tazza d’acqua.
Sorrisi amaramente quando la vidi.
Elisa capì e allontanò la tazza senza dire nulla.
Poi controllammo insieme l’applicazione che condivideva la mia posizione con Daniele.
Conservammo una schermata delle impostazioni e interrompemmo la condivisione.
«Ho visto una cosa», le confessai.
«Un flaconcino.
E ho sentito una telefonata.»
Le raccontai ogni dettaglio, dall’incontro in biblioteca alla voce di Daniele nel buio.
Elisa mi ascoltò senza interrompere.
Quando arrivai alle parole «rischiamo di perderla», appoggiò i gomiti sulle ginocchia.
«Potrebbe essere pentito di quello che sta facendo», disse.
«Ma potrebbe anche temere che tu scopra qualcosa.
Non possiamo saperlo da una frase.»
Era il modo giusto di parlare di un uomo che avevo amato.
Non giustificarlo e non inventare una verità prima di averla trovata.
Quella sera Daniele mi chiamò undici volte.
Risposi con un messaggio solo, dopo aver parlato con Elisa e con un operatore delle forze dell’ordine a cui avevamo chiesto indicazioni.
«Sto bene, ma per adesso non torno a casa.
Ho bisogno di tempo e di assistenza medica.
Non cercarmi.»
La risposta arrivò immediata.
«Margherita, ascoltami.
Non è come pensi.
C’è una cosa che devo spiegarti prima che tu parli con altre persone.»
Fu l’ultima parte a spaventarmi.
Se fossi stata soltanto malata, perché temeva che parlassi con qualcuno?
La mattina seguente andai con Elisa a formalizzare una denuncia e a consegnare copia dei documenti disponibili.
L’operatore che ci ricevette spiegò che le indagini avrebbero dovuto verificare l’origine della sostanza, le circostanze e le eventuali responsabilità.
Mi raccomandò di conservare messaggi e documenti senza cercare di procurarmi prove mettendomi in pericolo.
Uscii da quell’ufficio stremata, ma almeno non ero più sola a portare il segreto.
Prima di andarcene, l’operatore mi aveva chiesto di ricostruire con calma gli orari e le occasioni in cui avevo visto Daniele preparare le bevande.
Non ricordavo tutte le date e lo dissi apertamente.
Elisa mi propose di raccogliere scontrini, messaggi e annotazioni che potessero aiutarmi, senza cambiare nulla nei documenti originali.
Scrivemmo una cronologia sul suo quaderno, lasciando vuoti i punti di cui non ero sicura.
La cosa che mi sorprese fu il sollievo di poter dire «non lo so» senza che qualcuno lo usasse per sostenere che non capivo più niente.
Durante il pranzo, Elisa mi chiese se Daniele avesse mai tentato di farmi firmare qualcosa.
Pensai alle deleghe per la banca, ai moduli dell’assicurazione, ai documenti che mi passava sul tavolo dicendo che non valeva la pena preoccuparsi.
Io avevo sempre letto tutto, per abitudine professionale, e lui aveva finito per lasciar perdere.
«Qualcosa che riguardava la casa di tuo padre?» insistette Elisa.
Mi si strinse lo stomaco.
Mio padre mi aveva lasciato un vecchio podere vicino a Imola, il Podere del Noce.
Non era una ricchezza: un casale inagibile, un frutteto trascurato e alcuni terreni che da decenni non producevano quasi nulla.
Io pagavo le spese necessarie e andavo laggiù una volta all’anno a togliere le erbacce intorno alla porta.
Non volevo venderlo.
Era l’ultimo luogo in cui ricordavo mia madre cantare mentre stendeva il bucato.
Daniele conosceva quel terreno.
Una volta mi aveva chiesto se non fosse finalmente ora di liberarmene.
Mi aveva mostrato un’offerta su carta intestata a una società che non ricordavo più.
Avevo risposto di no.
Lui aveva sorriso e cambiato argomento.
«Hai ancora quella lettera?» domandò Elisa.
Annuii lentamente.
Era nel cassetto della scrivania della villa, sotto una cartellina blu piena di vecchie fotografie.
Era anche l’unico luogo in cui Daniele mi aveva chiesto di non frugare quando cercava i suoi contratti.
Pensavo che il pericolo fosse nascosto soltanto nella mia camomilla.
Per la prima volta sospettai che fosse cominciato molto prima del primo flaconcino.
La lettera nel cassetto conteneva forse la ragione del nostro matrimonio: per scoprirlo, leggi la Parte 3.













