Alle otto del mattino Elena mi richiamò.
Aveva già richiesto una verifica delle risultanze immobiliari e aveva parlato con la segreteria del notaio Teresa Moretti, il cui nome figurava nelle carte di Celina.
«Non risulta un’ipoteca già iscritta su quel fabbricato in relazione a questa pratica», mi disse. «E lo studio non riconosce il numero di repertorio che mi hai mandato come riferito a una procura di Rosa.»
Mi appoggiai al frigorifero.
«Quindi è tutto falso?»
«Non è una conclusione che possiamo mettere per iscritto senza altre verifiche. Possiamo dire che quel riferimento non corrisponde all’atto descritto. La procura che compare nella cartellina non ci è stata mostrata in originale.»
«Ma alle undici vogliono mia madre proprio lì.»
«Ho chiesto allo studio di conservare la richiesta di appuntamento e i documenti ricevuti. Non fate firmare nulla. E non andateci senza di me.»
Quando lo dissi a Rosa, lei volle lavarsi i capelli e indossare il suo cappotto migliore.
«Non devi dimostrare niente a nessuno», le dissi.
«Lo so. Ma se devo dire di no, voglio farlo guardandoli negli occhi.»
La accompagnai al ristorante per una mezz’ora prima dell’incontro.
Anna aveva fatto sparire ogni traccia del piatto rotto, ma la tovaglia macchiata era stata riposta in un sacchetto, non gettata.
«Può servirti?» mi chiese.
«Non lo so.»
«Allora la tengo.»
Mi porse anche un foglio con le ordinazioni del giorno precedente.
Su quello, sotto la grafia ordinata di mia madre, era stata annotata l’ora in cui Celina aveva urtato il vassoio.
Anna aveva scritto il fatto appena dopo, perché temeva che qualcuno potesse accusare Rosa di avere provocato il danno.
«Non ho intenzione di portarti in tribunale per un piatto», disse Rosa ad Anna.
«Nemmeno io. Ma ieri l’hanno trattata come se qui non avesse più voce.»
Quelle parole mi seguirono fino allo studio notarile.
L’edificio era discreto, con un portone di legno e un ascensore stretto, assai lontano dai saloni che Celina amava mostrare nelle fotografie.
Cesare Valli ci aspettava nella sala riunioni.
Era un uomo sulla cinquantina, con occhiali sottili e un tono così calmo da sembrare preparato per ogni possibile obiezione.
Accanto a lui sedeva Andrea Ferraro.
Non lo vedevo da quasi due anni.
L’ultima volta, a un pranzo di Natale, aveva trascorso un’ora a spiegare che gli affetti non dovevano interferire con gli investimenti.
«Lucia», disse alzandosi. «Avrei preferito incontrarti in circostanze meno complicate.»
«Puoi semplificarle», risposi. «Rinuncia a comprare il ristorante.»
Sorrise appena.
«Non si compra niente oggi.»
«Allora che cosa siamo venuti a fare?»
Valli aprì una cartella bianca.
«La signora Bianchi dovrebbe confermare alcuni impegni già concordati verbalmente.»
Elena, che era arrivata pochi minuti prima di noi, appoggiò il proprio taccuino sul tavolo.
«Quali impegni? E con chi sarebbero stati concordati?»
Valli la osservò con sorpresa.
«Lei sarebbe?»
«L’avvocata di Rosa Bianchi. Prima di ogni altra cosa, desideriamo una copia dei documenti che intendete sottoporle.»
«Sono pratiche interne.»
«Allora non chiedete alla mia assistita di sottoscriverle.»
Fu Andrea a spingere verso di noi un foglio.
In cima c’era scritto: riconoscimento di obbligazioni e impegno a prestare garanzia.
Seguiva una dichiarazione secondo la quale Rosa avrebbe già acconsentito al finanziamento e ne avrebbe confermato la finalità.
«Io non ho mai detto queste cose», mormorò mia madre.
Valli ignorò la frase.
«È solo una formalizzazione di quanto già deciso. Con questa firma si evita una contestazione sul consenso.»
«Una contestazione sollevata da chi?» chiese Elena.
«Dagli istituti coinvolti.»
«Quali istituti, esattamente? La banca indicata nel fascicolo è stata informata che la proprietaria nega ogni autorizzazione?»
Il consulente richiuse la penna.
«Dovremmo mantenere un tono collaborativo.»
«Lo stiamo mantenendo», rispose Elena. «Non equivale a dare per vere circostanze che la signora Bianchi nega.»
A quel punto intervenne Andrea.
«Rosa, nessuno vuole farti del male. Ti offriamo una soluzione. Il ristorante è un peso per te, e una vendita concordata ti permetterebbe di smettere di lavorare.»
Mia madre lo guardò senza abbassare gli occhi.
«Il ristorante è faticoso. Non è un peso.»
«A una certa età la distinzione conta poco.»
«A una certa età si impara a riconoscere chi vuole decidere per gli altri.»
Andrea smise di sorridere.
Elena chiese di vedere il documento richiamato come procura.
Valli rispose che ne avevano soltanto una scansione e che l’originale era in fase di recupero.
Sul monitor comparve una pagina con un’intestazione, una firma e un timbro riprodotto male.
Rosa si avvicinò per leggere.
«Quella sembra la mia firma», disse.
«Sembra?» domandò Valli.
«La mia firma è su tanti documenti. Sulle fatture, sugli assegni, sugli ordini dei fornitori. Non significa che abbia firmato questo.»
Elena fotografò lo schermo con il consenso dello studio, dopo aver chiesto che il file fosse conservato nella forma in cui era arrivato.
Il notaio Moretti entrò poco dopo, accompagnata da un’assistente.
Non aveva ricevuto alcuna procura da Rosa nei mesi precedenti e chiarì che l’appuntamento era stato richiesto per un nuovo atto, non per la conferma di un atto già esistente.
«Non autenticherò una dichiarazione se la signora non ne comprende e non ne condivide il contenuto», disse.
Valli tentò di parlare di un semplice disguido amministrativo.
Il notaio lo interruppe con cortesia.
«Un riferimento di repertorio errato, in un documento destinato a una banca, non è un dettaglio da correggere a voce.»
Non firmammo nulla.
Uscimmo dopo aver lasciato una dichiarazione scritta, preparata da Elena, in cui Rosa contestava qualsiasi consenso all’operazione.
Sul marciapiede mia madre espirò lentamente.
«Credevo che avrebbero continuato a parlare finché non avessi ceduto.»
«Era quello che speravano», dissi.
Ma la mattina non era ancora finita.
Marco mi telefonò pochi minuti dopo.
Aveva chiesto di consultare il registro delle fatture della società e aveva trovato una serie di pagamenti programmati in favore di fornitori che non aveva mai incontrato.
«Due delle società fanno capo ad Andrea», disse. «O almeno il loro amministratore è lo stesso che lavora per lui.»
«Hai le prove?»
«Ho i nomi e le fatture. Devo verificare il resto.»
«Mandale a Elena. Non modificare niente.»
«C’è altro. La festa è quasi tutta una copertura. L’azienda deve pagare debiti già scaduti. Le spese effettive per l’evento sono molto più basse di quanto dichiarato.»
Mi fermai davanti a una farmacia.
«Perché lo dici a me e non a un legale della società?»
«Perché sono ancora amministratore e non voglio che mia madre possa usare un altro nome al mio posto.»
«Sei arrivato tardi a quella conclusione.»
«Lo so.»
La sera esaminammo le copie insieme a Elena e al commercialista di Rosa, Carlo Gori.
Carlo aveva una pazienza quasi ostinata: leggeva un numero, lo ricontrollava e rifiutava di saltare alla conclusione successiva prima di aver verificato quella precedente.
Su tre fatture compariva una società di servizi collegata ad Andrea.
Su altre era scritto soltanto un anticipo senza descrizione sufficiente.
Una voce di quasi quattrocentomila euro riguardava una consulenza per la cessione di un patrimonio immobiliare.
«Potrebbe essere proprio il nostro», dissi.
Carlo mi fermò.
«Potrebbe. Il nome del cliente non basta a dimostrarlo. Però è ragionevole chiedere tutti gli allegati.»
Spostò poi il dito su un documento che io avevo trascurato.
Era una nota di incarico firmata da Marco, quella che lui stesso mi aveva mostrato la sera prima.
«Qui non si parla soltanto di cercare un finanziamento», osservò Carlo. «C’è anche l’autorizzazione a predisporre un piano alternativo di dismissione degli immobili individuati.»
Sentii tornare la rabbia.
«Marco ha approvato anche quello?»
«La frase è nel testo che ha approvato. Non sappiamo quanto ne abbia compreso, ma non possiamo fingere che non ci sia.»
Quella notte non tornai a casa nostra.
Rimasi nell’appartamento di mia madre, dormendo poco sul divano.
La sentii alzarsi due volte per controllare che avesse chiuso la porta.
Al mattino mi mostrò una scatola di documenti conservata sopra l’armadio.
C’erano contratti vecchi, ricevute dei lavori, fotografie di quando il locale aveva ancora il pavimento a scacchi.
In fondo trovammo il modulo che Celina le aveva chiesto di firmare in primavera.
Era l’iscrizione del ristorante come possibile fornitore del ricevimento.
Rosa aveva firmato in fondo alla seconda pagina, sotto le condizioni di fornitura.
La firma riprodotta nella scansione della presunta procura aveva lo stesso piccolo segno a sinistra della lettera iniziale e un’identica macchia d’inchiostro sotto l’ultima curva.
«È la stessa immagine», dissi.
Elena, raggiunta al telefono, mi invitò alla cautela.
«Può essere un indizio molto forte di riutilizzo della firma. Facciamo conservare il documento originale e chiediamo una valutazione tecnica, senza manometterlo.»
Mia madre posò la mano sulla scatola.
«Celina mi disse che bastava firmare lì, perché eravamo parenti.»
Guardai quel foglio di primavera e capii che il tentativo non era cominciato con il piatto rotto.
Avevano ottenuto molto prima ciò che serviva per far apparire credibile il consenso di Rosa.
Poi Elena mi inoltrò una nuova comunicazione ricevuta da Valli: la società aveva fissato per il lunedì successivo una riunione con la banca e intendeva presentare ugualmente il fascicolo completo.
La falsa procura era stata contestata, ma qualcuno aveva deciso di andare avanti.
Per capire quale documento stavano preparando dopo il nostro rifiuto, leggi la Parte 4.













