Il lunedì mattina entrai nella sala dell’assemblea senza Daniele al mio fianco.
Sofia camminava un passo dietro di me, con una cartella di documenti e un’espressione calma che mi aiutava a restare concentrata.
Sul tavolo c’erano bottiglie d’acqua, fascicoli numerati e il registro delle presenze.
Era la stessa stanza in cui mio padre aveva annunciato l’apertura del nostro terzo albergo.
Allora avevo ventiquattro anni e mi ero seduta in fondo, orgogliosa di vederlo parlare con tutti come se fossero indispensabili.
La sedia vicino alla finestra era vuota.
Giorgio Leoni mi salutò con un cenno.
Non era un alleato disposto a credermi sulla parola: aveva lavorato con mio padre e pretendeva da chiunque la stessa serietà sui documenti.
Per questo avevo voluto che conducesse le verifiche preliminari.
Margherita sedeva accanto a Daniele, benché non fosse presente in qualità di azionista con diritto di voto.
Indossava un tailleur color crema e teneva il telefono sul tavolo.
Mi sorrise come se il nostro ultimo incontro fosse stato un normale pranzo di famiglia.
«Elena, pensavamo non venissi», disse.
«Sono arrivata in orario», risposi.
Daniele non mi guardò.
Sfogliò il fascicolo davanti a sé e sussurrò qualcosa a un consulente.
Poi Giorgio dichiarò aperta la seduta, dopo aver verificato presenze, deleghe valide e ordine del giorno.
La prima parte riguardava i controlli sui pagamenti a Nuova Rotta.
Teresa Neri illustrò il metodo seguito per confrontare fatture, documenti contrattuali, registrazioni contabili e conferme degli alberghi.
Non parlò di furto come se fosse già accertato.
Presentò invece operazioni per cui mancavano riscontri adeguati, indicando quali spiegazioni restavano da chiedere.
Vidi alcuni soci scambiarsi uno sguardo.
Uno di loro, un anziano albergatore che possedeva una piccola quota, chiese che fine avessero fatto i progetti di rinnovamento annunciati mesi prima.
Teresa mostrò le risposte ricevute dai direttori: nessuno aveva firmato accettazioni dei lavori corrispondenti.
Daniele intervenne alzando la voce.
«È un attacco personale. Una consulenza non si misura contando le sedie nuove in una hall».
«È vero», dissi.
«Si misura anche verificando l’incarico, il lavoro promesso e la prova che sia stato eseguito. Se esistono documenti mancanti, abbiamo chiesto che vengano forniti».
Lui mi fissò.
Per un momento ebbi l’impressione di essere tornata nella nostra cucina, dove qualunque domanda diventava un’offesa al suo orgoglio.
Ma quella sala non era la nostra cucina.
«La signora Carli non è serena da tempo», disse infine Daniele.
«Credo che sarebbe prudente rinviare, soprattutto dopo certi episodi personali che non desidero rendere pubblici».
Margherita abbassò gli occhi, fingendo una preoccupazione che aveva perfezionato negli anni.
Giorgio intervenne prima che io potessi rispondere.
Chiese a Daniele se avesse una ragione procedurale documentata che impedisse all’assemblea di proseguire.
Daniele parlò di stress e di lutto.
Non produsse nulla che cambiasse la convocazione o i diritti di voto.
Giorgio fece mettere a verbale la richiesta e la decisione di continuare secondo le regole applicabili.
Mi rivolsi allora ai presenti.
«Mio padre è morto quattro anni fa. È vero che ne ho sofferto e che ancora ne soffro. Non accetto, però, che il mio dolore sia usato per evitare di rispondere su spese che riguardano questa azienda».
La mia voce non tremò.
Non perché fossi diventata invincibile, ma perché per la prima volta non stavo cercando il permesso di parlare.
Non raccontai dell’orologio né della pistola: quel procedimento aveva un suo percorso e non spettava a me trasformarlo in materiale da assemblea.
Passammo alla proposta di modificare la governance e sostituire gli amministratori indicati nell’ordine del giorno.
Sofia aveva controllato statuto, avvisi e maggioranze necessarie.
La mia quota del cinquantadue per cento mi dava il peso decisivo in quella votazione, ma non mi esonerava dal rispettare le regole.
Quando espressi il voto favorevole alla revoca, Daniele sembrò accorgersi soltanto allora che non poteva interrompermi con una battuta.
L’assemblea approvò le deliberazioni con la maggioranza richiesta e nominò un nuovo consiglio, composto da Giorgio e da professionisti indipendenti.
Il nuovo organo avrebbe provveduto agli incarichi esecutivi e alle misure di controllo.
Non applaudì nessuno.
La revoca di Daniele non restituiva il denaro e non cancellava il danno fatto alla società.
Era soltanto il punto in cui smettevamo di permettere alle stesse persone di decidere senza verifiche.
Margherita si alzò di scatto.
«Dopo tutto quello che abbiamo fatto per te, è così che ci ringrazi?»
Giorgio le ricordò che la riunione non era un confronto familiare e che la sua posizione lavorativa sarebbe stata affrontata separatamente, nel rispetto delle procedure.
Lei riprese la borsa, ma rimase davanti alla porta come se aspettasse che qualcuno le chiedesse di tornare.
Nessuno lo fece.
Quando gli altri soci uscirono, Daniele mi raggiunse nel corridoio.
Aveva la voce rotta.
«Ti rendi conto che mi hai tolto tutto?» domandò.
Lo guardai e sentii la fatica di sette anni concentrarsi in una sola risposta.
«Non ti ho tolto la società. Ho votato perché tu non la gestisca più senza rispondere di ciò che hai fatto».
«Non sai come sono andate le cose», disse.
«Mamma ha sempre avuto paura che tu ci mandassi via».
Era la prima volta che mi offriva una spiegazione invece di un ordine.
Non bastava, ma lo ascoltai.
Daniele confessò che Margherita aveva parlato spesso della mia maggioranza come di una minaccia e che lui, invece di affrontarla, aveva cominciato a trattarmi come un ostacolo.
«E questo ti sembrava un motivo per umiliarmi?» chiesi.
Abbassò lo sguardo.
«Pensavo che, se avessi lasciato gestire tutto a me, avremmo smesso di litigare».
Non domandai della pistola.
La conversazione non avrebbe sostituito le indagini e non volevo offrirgli un’occasione per costruire una versione da usare in seguito.
Mi limitai a dirgli che non sarei tornata a casa con lui.
Mentre uscivo, Sofia ricevette una telefonata dal consulente finanziario del gruppo.
La banca aveva chiesto un aggiornamento urgente sui flussi di cassa e sui pagamenti contestati.
Gli alberghi erano aperti, ma alcune scadenze si avvicinavano e i fondi non documentati avevano indebolito la liquidità.
Guardai dalla finestra i dipendenti che entravano per il turno del pomeriggio.
Avevo riconquistato la possibilità di decidere, ma non avevo ancora rimediato al pericolo che Daniele aveva lasciato dietro di sé.
La firma sul verbale non avrebbe pagato gli stipendi.
Per scoprire come avrei cercato di salvare l’azienda senza sacrificare chi ci lavorava, continua con la Parte 7.













