Daniele rimase fermo davanti alla scrivania, con una mano sullo stipite.
Per un istante rividi l’uomo che, sette anni prima, mi aveva aspettata sotto la pioggia perché ero uscita tardi da un incarico.
Poi guardai il suo viso e ricordai la telefonata di mezzanotte.
«Ti ho fatto una domanda», disse.
«Chi ti ha parlato di Nuova Rotta?»
«I conti della società», risposi.
«Puoi spiegarmi perché abbiamo pagato consulenze senza ricevere rapporti, campagne o lavori verificabili?»
Si sedette senza essere invitato.
Prese una delle copie e la girò come se bastasse cambiare il verso del foglio per modificare i numeri.
«Sono spese strategiche. Non puoi pretendere di capire ogni dettaglio».
«Allora spiegami un dettaglio soltanto: perché tua madre ha approvato pagamenti per un’attività che rientrava proprio nel suo ufficio?»
Daniele posò il documento.
«Margherita conosce quel settore. È stata lei a suggerire alcuni fornitori».
«Claudia Serra, per esempio?»
Lui sollevò di colpo gli occhi.
«Hai interrogato i dipendenti alle mie spalle?»
«Ho chiesto dove sono finiti i soldi di un’azienda di cui possiedo la maggioranza. Non è un tradimento, Daniele. È una responsabilità».
Rise, ma non c’era allegria nella sua voce.
«La maggioranza. Eccoci. Ogni volta che vuoi farmi sentire piccolo tiri fuori quel cinquantadue per cento».
Avrei potuto ricordargli che non lo menzionavo quasi mai.
Per anni mi ero lasciata definire decorativa pur di mantenere una pace che, adesso lo capivo, esisteva soltanto finché non facevo domande.
Non gli offrii quel conforto.
«Il rapporto completo arriverà al consiglio nelle forme previste», dissi.
«Se ci sono servizi regolarmente svolti, potrai dimostrarlo».
Daniele si alzò.
«Mia madre aveva ragione. Non stai bene da quando tuo padre è morto».
Fu quella frase a farmi più male della sua rabbia.
Mio padre era morto quattro anni prima e Daniele aveva visto quanto mi era costato tornare a lavorare dopo il funerale.
Ora usava il mio lutto come un argomento contro la mia lucidità.
«Non parlare di lui per evitare di parlare dei conti», risposi.
Uscì sbattendo la porta.
Io rimasi seduta, con una tristezza limpida che non assomigliava più allo smarrimento.
Avevo appena capito che Daniele non intendeva rispondere; intendeva farmi dubitare del diritto di chiedere.
Nel pomeriggio Sofia venne a casa con una cartellina sottile.
Non conteneva un colpo di scena, ma un elenco di verifiche necessarie: contratti originali, approvazioni, prestazioni promesse, documenti fiscali e conferme indipendenti.
Era un lavoro paziente, quasi noioso.
Proprio per questo poteva reggere quando qualcuno avesse provato a smontarlo.
«Non dobbiamo chiamare furto ciò che non abbiamo ancora dimostrato», mi ricordò.
«Dobbiamo invece impedire che altre somme escano senza controlli».
Mi spiegò che i diritti legati al mio cinquantadue per cento non sparivano per un sospetto, una lite o una segnalazione alla polizia.
Tuttavia Daniele, come amministratore delegato, continuava a gestire pagamenti e rapporti con le banche.
L’eventuale revoca richiedeva i passaggi societari corretti, non una decisione presa nel salotto di casa.
Avevamo già richiesto, prima della notte della valigia, la convocazione di un’assemblea con all’ordine del giorno verifiche contabili, revoca e nomina degli amministratori.
Il presidente del consiglio, Giorgio Leoni, aveva fissato la riunione per il lunedì successivo secondo i termini previsti.
Fino ad allora, qualunque mossa impulsiva avrebbe aiutato Daniele a dipingermi come una persona instabile.
Sofia annotò anche una questione pratica che avevo quasi trascurato.
La documentazione sui pagamenti doveva essere conservata in modo da permettere a un revisore estraneo alla famiglia di ripetere le verifiche.
Non bastavano le fotografie dei fogli che avevo sul computer.
Occorrevano copie complete, riferimenti agli originali e spiegazioni di chi aveva autorizzato ciascun passaggio.
Mentre le dettavo le informazioni già raccolte, mi accorsi che la disciplina dei miei vecchi incarichi professionali era tornata a sostenermi più di qualsiasi discorso di coraggio.
Sofia mi mostrò la bozza di una comunicazione alla banca.
«Nessuna accusa pubblica. Chiediamo monitoraggio rafforzato delle operazioni non ordinarie e la conservazione della documentazione. I poteri effettivi vanno verificati, non inventati».
Annuii.
Non volevo vincere una discussione; volevo proteggere l’azienda e chi ci lavorava.
Negli alberghi di mio padre c’erano persone che non conoscevano neppure il mio nome, ma che contavano su uno stipendio a fine mese.
Quando Sofia se ne andò, aprii una vecchia cartella di mio padre.
Non cercavo indizi segreti.
Avevo bisogno di rivedere i primi bilanci, scritti quando il Gruppo Carli possedeva soltanto una pensione vicino alla stazione.
In margine a una pagina c’era una nota a matita: «Un pagamento deve corrispondere a qualcosa che puoi indicare con il dito».
Risi piano.
Era la sua versione meno elegante di quello che avevo insegnato per undici anni ai clienti.
Verso sera ricevetti un aggiornamento da Ramírez.
La pistola era stata acquisita e sarebbero seguiti gli accertamenti sulla provenienza; la telefonata anonima era parte del fascicolo.
Mi chiese di non discutere dei dettagli con Daniele e Margherita.
«Mio marito sa che non sono andata in aeroporto», dissi.
«Immagino che abbia delle domande. Non sei obbligata a rispondergli senza il tuo legale».
Prima di chiudere, gli domandai se fosse possibile che l’indagine finisse senza conseguenze.
Non cercavo una promessa, soltanto un criterio per sopportare l’attesa.
«Non posso anticipare decisioni», disse.
«Ma ciò che ci hai consegnato non è una semplice impressione. Abbiamo una sequenza da verificare, persone da sentire e un reperto da esaminare».
Quella notte Daniele non tornò a dormire a casa.
Margherita, invece, mi aspettò nel corridoio con una tazza di camomilla.
«Tesoro, Daniele è molto preoccupato», disse.
«Da quando hai iniziato a frugare nei conti sembri un’altra persona».
«Forse sto soltanto tornando quella che ero», risposi.
Il suo sorriso rimase immobile.
«Non rendere tutto più difficile. Domani possiamo parlare in famiglia, senza estranei. Ti farà bene».
Prima di allontanarsi mi sfiorò il polso.
Avevo visto quella stessa mano chiudere la tasca del mio bagaglio.
Non riuscii a sottrarmi abbastanza in fretta.
Sul tavolino vicino alla scala lasciò una busta intestata a uno studio legale.
Dentro c’era una bozza di delega che mi attribuiva la volontà di affidare a Daniele, per un periodo indefinito, l’esercizio dei miei diritti di voto.
La firma era ancora in bianco.
La guardai a lungo.
Non era un documento capace di togliermi qualcosa senza il mio consenso, ma spiegava che cosa speravano di ottenere dopo avermi resa vulnerabile.
Non bastava screditarmi: volevano che fossi io, impaurita, a consegnare loro il potere.
Per capire come Margherita intendesse ottenere quella firma, continua con la Parte 5.













