«Perché hai dato a tua madre la copia del mio documento?»
Non alzai la voce.
Riccardo rimase con una mano sulla porta dell’ascensore, impedendo che si chiudesse.
Nel corridoio dello studio legale passò una donna con una cartella stretta al petto.
Abbassò gli occhi, intuendo che la conversazione non riguardava affari di poco conto.
«Mi aveva detto che le serviva per aggiornare i dati della famiglia», rispose lui.
«Per alcune pratiche legate alla casa.»
«E tu non hai pensato di chiedermelo?»
«All’inizio no.
Poi ho visto quel foglio.
Ho capito che c’era qualcosa di sbagliato e non ho avuto il coraggio di affrontarla.»
«Hai avuto dieci giorni», dissi.
Riccardo annuì.
Non cercò più di correggermi.
«Avevo paura che nonna scoprisse i debiti e ci cacciasse tutti.
Mamma continuava a ripetere che, se la vendita fosse andata avanti, avremmo potuto ricominciare.»
«E il tuo modo di ricominciare era lasciare che falsificassero il mio nome?»
«Non l’ho firmato io, Sofia.»
«Lo so.
Ma hai visto il foglio e non mi hai avvertita.
Non puoi usare ciò che non hai fatto per cancellare quello che hai scelto di fare.»
L’ascensore emise un breve segnale.
Feci un passo all’interno.
Riccardo lasciò andare la porta soltanto quando vide che non gli avrei chiesto di venire con me.
Il lunedì seguente incontrai l’avvocata Paola Masi, la professionista che Lucia mi aveva indicato.
Le portai la copia del verbale, i messaggi con Elisa, le fotografie e un elenco di date scritto da me.
Mi ascoltò senza interrompermi, poi separò due questioni che nella mia testa continuavano a confondersi: il documento con la firma contestata e la crisi del mio matrimonio.
«Sul primo punto possiamo conservare le prove, contestare formalmente l’uso della sua firma e valutare una denuncia», spiegò.
«Sul secondo, nessuno può decidere per lei se restare con suo marito.»
Mi fece bene sentire che non dovevo affrontare tutto come un unico enorme disastro.
Potevo proteggere il mio nome senza sapere già come sarebbe finita con Riccardo.
Potevo prendermi tempo senza concedere a lui il diritto di aspettarsi il perdono.
Quella sera, nell’appartamento di Lucia, aprii finalmente la valigia.
I vestiti erano piegati come li avevo sistemati prima di partire.
In fondo trovai il maglione che portavo quando andavo da Bianca nei pomeriggi freddi.
Mi colpì la banalità di quei gesti: riporre un vestito, rimettere un paio di scarpe, decidere su quale ripiano lasciare una sciarpa.
Dopo giorni in cui altre persone avevano parlato di me senza chiedere il mio consenso, fare ordine tra le mie cose mi sembrò un atto di libertà.
Chiamai Bianca per ringraziarla.
«Riccardo dice che non tornerai alla villa», mi disse.
«Per adesso no.»
«Non voglio che tu pensi di non essere benvenuta.»
«Non lo penso.
Ma quando torno da qualche parte voglio poter scegliere se restare.»
Bianca rimase in silenzio un momento.
«È una differenza importante», rispose.
La settimana dopo Claudia chiese di vedermi.
Accettai soltanto a condizione di incontrarla in un bar, con Lucia informata del luogo e dell’orario.
Non volevo più avere conversazioni difficili dentro stanze dalle quali qualcuno potesse indicarmi l’uscita.
Claudia arrivò puntuale.
Indossava un cappotto scuro, ma non la collana di perle.
Si sedette di fronte a me senza ordinare niente.
«Riccardo non dorme», disse.
«Mi dispiace.»
«È distrutto.
Tu potresti almeno rispondergli.»
«Gli rispondo sulle questioni pratiche.
Non sono pronta a parlare del resto quando lo decide lui.»
Claudia sospirò.
«Ho sbagliato con la valigia.»
La guardai.
Per un istante pensai che finalmente avrebbe pronunciato le parole che avevo atteso per anni.
Invece aggiunse:
«Ma eri sempre pronta a mettermi contro mio figlio.»
Appoggiai le mani sul tavolo.
«Non ti ho chiesto di scegliere tra me e lui.
Ho chiesto a mio marito di non restare a guardare mentre mi umiliavi.»
«Volevo proteggere la famiglia.»
«Hai provato a vendere una casa che non era tua e hai usato il mio nome su un documento che non ho firmato.
Non chiamarlo protezione.»
Per la prima volta Claudia sembrò stanca più che arrabbiata.
«Quei soldi sono serviti a fermare i creditori», disse piano.
«Pensavo che avremmo convinto Bianca.
Poi Marco ha iniziato a fare domande.»
«Bianca aveva già detto di no.»
«Lo so.»
Restammo entrambe ferme.
La sua ammissione era breve, ma eliminava la possibilità che si fosse trattato soltanto di un malinteso.
Non mi spiegò chi avesse materialmente imitato la firma.
Non insistetti per ottenere una confessione improvvisata al tavolino di un bar.
Avrei lasciato che quella domanda seguisse la strada delle prove.
Prima di alzarsi, Claudia mi disse che possedeva un piccolo appartamento ereditato da sua madre, attualmente affittato.
Aveva chiesto una valutazione per venderlo e usare il ricavato per la restituzione della caparra.
Non sapeva ancora se sarebbe bastato a coprire anche le altre spese.
«È la prima cosa che mi hai detto che riguarda qualcosa di tuo», risposi.
«Non qualcosa che appartiene a Bianca.»
Claudia abbassò la testa.
Non ci abbracciammo.
Non sarebbe stato sincero.
Nei giorni seguenti trovai un bilocale in affitto vicino a Porta Romana.
Era più piccolo della stanza degli ospiti nella villa, con una cucina stretta e una finestra che dava su un cortile.
Firmai il contratto dopo averlo fatto controllare.
Non chiesi a Riccardo di aiutarmi con il trasloco.
Quando gli comunicai l’indirizzo, mi rispose con un lungo messaggio di scuse.
Ammetteva di avermi lasciata sola, di aver consegnato i miei dati a sua madre e di aver taciuto dopo aver visto il verbale.
Non mi chiedeva di dimenticare, ma sperava che potessimo ancora parlare.
Lo lessi due volte.
Poi scrissi che avremmo parlato davanti ai nostri avvocati delle questioni che ci riguardavano.
Sul resto non avevo ancora una promessa da offrirgli.
Paola preparò una richiesta scritta perché Riccardo chiarisse formalmente quando avesse trasmesso il documento e quando avesse saputo della firma contestata.
Mi spiegò che ciascuno avrebbe dovuto valutare con il proprio legale le dichiarazioni da rendere.
Era il primo passo concreto che non poteva compiere soltanto con parole di pentimento.
Quando Riccardo ricevette quella richiesta, mi chiamò.
«Se metto tutto per iscritto, potrei creare problemi anche a mamma.»
«Lo so», risposi.
«E se non lo faccio?»
Guardai la valigia, ormai vuota, accanto all’armadio del mio nuovo appartamento.
«Allora saprò che, anche stavolta, hai scelto il silenzio.»
Avevo smesso di aspettare che mio marito mi difendesse davanti a sua madre.
Adesso volevo scoprire se fosse almeno capace di dire la verità quando farlo aveva un prezzo.
Per sapere quale decisione prese Riccardo e come cambiò la nostra famiglia, leggi la Parte 6.













