Quando il rumore della penna cessò, il silenzio della stanza diventò più pesante di prima.
L’uomo con il camice tolse gli occhiali e li ripose nella tasca interna della giacca.
Si chiamava Matteo Serra ed era il mio avvocato da diciotto anni.
Il camice era servito soltanto per attraversare il reparto senza attirare l’attenzione dei visitatori, non per fingere di essere un medico davanti al personale.
La caposala sapeva che sarebbe arrivato un legale e il primario aveva autorizzato l’incontro dopo aver verificato che fossi lucido.
Nella stanza erano entrati anche il notaio e due testimoni, rimasti in disparte durante la lettura delle mie volontà.
«Voglio che mi guardi», dissi a Matteo.
Lui alzò gli occhi dai documenti.
«Se tra due giorni non sarò più in grado di parlare, non permettere che qualcuno racconti una versione comoda di quello che è successo.»
«Non sarà la tua firma a dimostrare ogni cosa», rispose.
«Ma da oggi c’è una traccia precisa della tua volontà, e nessuno potrà ignorarla senza assumersene la responsabilità.»
Non avevo diseredato Veronica con un gesto di penna.
Matteo mi aveva spiegato che in Italia un coniuge ha diritti successori protetti dalla legge e che un testamento non li cancella per semplice rancore.
La parte di patrimonio di cui potevo liberamente disporre sarebbe stata destinata a Luca e a un progetto di assistenza per famiglie con minori gravemente malati.
La parte contestabile sarebbe rimasta soggetta alle regole di successione e agli eventuali giudizi.
Avevo inoltre revocato, con atti separati, alcune deleghe bancarie e autorizzazioni operative che avevo affidato a Veronica durante la malattia.
Non era una punizione pronunciata da un letto di ospedale, ma la prima barriera fra la mia salute e i suoi interessi.
«E la società?» domandai.
«Ho già convocato la presidente del consiglio di amministrazione», disse Matteo.
«Le decisioni societarie dovranno seguire le procedure previste, ma le deleghe personali che potevi revocare sono state revocate.»
«Veronica non deve essere avvertita prima che i documenti arrivino a chi di dovere.»
«Non le nasconderemo atti che ha diritto di conoscere», chiarì Matteo.
«Faremo le cose nell’ordine corretto.»
Annuii.
Per trent’anni avevo saputo distinguere un contratto firmato da una promessa detta a tavola.
Era sorprendente che avessi dimenticato quella distinzione proprio nel mio matrimonio.
Il notaio mi aveva fatto ripetere le mie decisioni davanti ai testimoni, con pazienza e senza suggerirmi una sola risposta.
Luca, pur essendo la persona indicata nel testamento, non aveva assistito alla dichiarazione delle volontà e non aveva partecipato come testimone.
Aspettava fuori, con il suo badge ancora attaccato alla divisa.
Quando rientrò, vide il notaio uscire e il mio viso pallido contro il cuscino.
«Ha cambiato idea?» chiese sottovoce.
«Su una cosa sì.»
Si irrigidì.
«Non voglio che tu debba mai sentirti comprato.»
Luca abbassò gli occhi.
Mi disse che aveva pensato tutta la notte alla nostra conversazione, chiedendosi se accettare perfino di chiamare l’avvocato fosse stato sbagliato.
«Io ho un lavoro qui», disse.
«Lei è un paziente e io dovrei soltanto occuparmi di lei.»
«Ed è quello che continuerai a fare.»
«Se lascia qualcosa a me, sua moglie dirà che l’ho convinta mentre stava male.»
«Probabilmente lo dirà.»
Non cercai di addolcire la risposta.
Avevo già chiesto a Matteo che ogni scelta fosse documentata da professionisti indipendenti e che Luca non avesse alcun controllo sui miei soldi finché non fosse esistito un titolo valido.
«Allora perché vuole correre un rischio simile?» domandò.
«Perché la paura di una causa non può essere l’ultima decisione della mia vita.»
Luca prese una sedia, ma non si sedette.
Aveva le mani arrossate per i continui lavaggi e una piccola abrasione sul pollice, probabilmente procurata durante il turno al magazzino.
Guardandole, pensai alle mani di mio padre, rovinate dalle schegge nel nostro primo laboratorio.
«Mia sorella non sa che oggi sono qui», disse Luca.
«Crede che io stia cercando di ottenere un turno in più.»
«Com’è andata l’ultima visita?»
La domanda lo sorprese.
Mi spiegò che Maya era stata rivalutata da un’équipe specialistica e che i medici stavano preparando un intervento difficile, con rischi che nessuno voleva minimizzare.
L’assistenza sanitaria avrebbe coperto il trattamento previsto, ma i viaggi, le assenze dal lavoro, l’alloggio vicino al centro e i mesi successivi erano diventati una montagna per due fratelli soli.
«Nostra madre è morta quando Maya aveva sei anni», aggiunse.
«Da allora, se devo scegliere fra dormire e accompagnarla a una visita, dormire viene sempre dopo.»
Avrei voluto dirgli che potevo sistemare tutto subito.
Mi trattenni, perché era precisamente così che per anni avevo risolto i problemi: tirando fuori il libretto degli assegni prima di ascoltare chi avevo davanti.
«Chiedi al servizio sociale del reparto di aiutarti a capire quali sostegni esistono già», gli dissi.
«Matteo può indicarti un consulente indipendente, senza che tu debba firmare niente per me.»
Per la prima volta, Luca si sedette.
Non sembrava sollevato, soltanto meno solo.
Nel pomeriggio arrivò la dottoressa Elena Bassi, cardiologa responsabile del mio caso.
Non era una donna incline alle frasi gentili quando rischiavano di confondere le persone.
Posò sul tavolino una cartella e si avvicinò al monitor.
«Lei ha avuto un peggioramento che dobbiamo capire meglio», disse.
«La situazione resta molto grave, ma alcune risposte non corrispondono a ciò che ci aspetteremmo dal decorso che conoscevamo.»
«Quali risposte?»
«Non voglio anticipare interpretazioni senza gli accertamenti.»
«Abbiamo chiesto una verifica completa dei farmaci che assumeva prima del ricovero e delle dosi effettivamente ricevute.»
Guardai l’armadio di metallo accanto alla finestra.
Lì Veronica aveva posato, il giorno del ricovero, un sacchetto con il mio necessaire e le confezioni che sosteneva di prepararmi ogni mattina.
Ricordai la sicurezza con cui aveva consegnato tutto agli infermieri.
«Dottoressa, quel sacchetto è ancora qui?»
Elena seguì il mio sguardo.
«Alcuni oggetti personali sono stati catalogati all’accettazione.»
«Non lasciate che mia moglie li porti via.»
Mi fissò senza parlare.
Le raccontai quello che Veronica mi aveva detto, cercando di ricordare ogni frase nell’ordine esatto.
Non pronunciai diagnosi, non cercai di stabilire quale sostanza avesse usato e non le chiesi di credere alla mia ricchezza.
«Sto riferendo parole che ho ascoltato», conclusi.
«Non so ancora quali fatti riusciranno a confermarle.»
Elena appoggiò lentamente la cartella.
Mi spiegò che avrebbe coinvolto la direzione sanitaria, conservato ciò che poteva essere rilevante secondo le procedure e chiesto che le autorità competenti ricevessero una segnalazione.
Rimase accanto al letto quando sentì tremarmi il respiro.
«Ho paura che torni», confessai.
«Da questo momento regoleremo gli accessi sulla base delle esigenze cliniche e della sua sicurezza», rispose.
«Lei non deve affrontare questa conversazione da solo.»
La vergogna mi colpì soltanto dopo che se ne fu andata.
Mi vergognavo di aver creduto a una donna che avrebbe potuto provocare la mia morte, e insieme mi vergognavo di provare quel sentimento mentre il mio corpo non riusciva neppure a sollevarsi dal materasso.
Non capivo perché il tradimento della persona sbagliata potesse far dubitare soprattutto di sé stessi.
Verso sera Matteo tornò senza la cartella del mattino.
Portava un foglio stampato e un’espressione che non gli avevo mai visto.
«Ho parlato con Giulia Conti», disse.
Giulia era la direttrice finanziaria del gruppo.
Lavorava con me da quando la società produceva ancora soltanto arredi per piccoli alberghi e sapeva leggere i bilanci meglio di chiunque altro.
«Dimmi.»
«Veronica ha cercato di ottenere una conferma scritta per una disposizione bancaria di due milioni e quattrocentomila euro.»
Un dolore secco mi attraversò il petto.
Elena aveva detto di non sottovalutare nessun cambiamento dei sintomi, così chiamai l’infermiera e attesi che controllasse i parametri prima di riprendere a parlare.
«Quale conto?» chiesi infine.
«Non quello personale», precisò Matteo.
«Un conto operativo della holding, attraverso una società fornitrice registrata come consulente per un progetto in Spagna.»
Conoscevo ogni fornitore strategico con cui lavoravamo.
Non ne ricordavo nessuno che giustificasse un pagamento simile per una consulenza immobiliare.
«Chi ha firmato la richiesta?»
«Non lo sappiamo ancora con certezza.»
«Giulia ha bloccato la procedura interna in attesa delle autorizzazioni previste e ha conservato la documentazione ricevuta.»
Restai immobile.
Se Veronica aveva pensato che non sarei sopravvissuto alla settimana, probabilmente aveva cominciato a muoversi prima ancora del mio ricovero.
Il testamento non era più l’unica cosa che dovevamo proteggere.
«Giuliano lavora con quella società?» domandai.
Matteo esitò.
«Il nome del referente riportato nella richiesta è Giuliano Riva.»
Finalmente il secondo nome del mio matrimonio aveva anche un cognome.
Non era soltanto l’uomo con cui Veronica sognava una villa sul mare, ma qualcuno che poteva già avere le mani dentro l’azienda costruita da mio padre e da me.
Chiesi a Matteo di far verificare le registrazioni contabili, i contratti e i permessi di accesso con procedure tracciabili.
Non volevo una spedizione di vendetta, e soprattutto non volevo rovinare la prova di un reato cercando di scoprirlo da solo.
Lui mi promise un controllo rigoroso, affidato alle persone autorizzate.
Quando Luca entrò per la visita serale, mi trovò con gli occhi aperti.
«Sta pensando a sua moglie?»
«Sto pensando a quante persone potrebbero pagare per quello che mia moglie ha fatto.»
Luca abbassò lo sguardo sul monitor.
«La dottoressa ha detto che deve riposare.»
«Lo farò.»
Mentre spegneva la luce, il suo telefono vibrò nella tasca.
Lui lesse il messaggio e cambiò colore.
«È successo qualcosa a Maya?» domandai.
«No», rispose troppo in fretta.
«È arrivato un avviso dal mio coordinatore.»
Gli chiesi di leggermelo soltanto se se la sentiva.
Luca esitò, poi mi mostrò le prime righe sullo schermo: qualcuno aveva presentato una segnalazione formale contro di lui, accusandolo di aver approfittato di un paziente vulnerabile per ottenere un lascito milionario.
Non c’era una firma in fondo all’anteprima.
C’era però un particolare che soltanto tre persone conoscevano: l’ora della visita del notaio.
Fu allora che compresi che Veronica non stava semplicemente aspettando di ereditare.
Qualcuno la stava già informando su ciò che accadeva nella mia stanza.
Per scoprire chi aveva messo Luca nel mirino e come Veronica fosse venuta a sapere della firma, continua con la Parte 3.













