La mattina seguente incontrai papà in un bar lontano dalla nostra vecchia strada.
Era arrivato in anticipo e teneva entrambe le mani intorno a una tazzina vuota.
Non mi abbracciò.
Io non mi avvicinai per prima.
«L’agenzia si chiama Belvedere Immobiliare», disse.
«Gabriella aveva parlato con una consulente alcune settimane fa.»
«Per vendere casa?»
«Per capire quanto poteva valere.»
«E perché non me lo hai detto?»
Guardò fuori dalla finestra.
«Pensavo fosse soltanto una curiosità.»
Posai sul tavolo una copia dell’atto, lasciando coperti gli altri fogli con una cartellina.
Il suo sguardo si fermò sulla firma in fondo.
Non manifestò stupore.
Era proprio questo a farmi male.
«Ti ricordi che cosa hai firmato?» domandai.
«Sì, Paola.»
«Allora perché ieri sera hai lasciato che Gabriella mi ordinasse di andare via?»
Si passò il pollice sul bordo del piattino.
«Perché sono stato un vigliacco.»
Erano parole che aspettavo da anni.
Pronunciate così, senza giustificazioni, non riuscirono a cancellare neppure una di quelle sere.
Mi spiegò che dopo la morte di mamma aveva ricevuto una parte diversa dell’eredità e che la divisione della casa era stata una scelta condivisa con me.
Quando aveva sposato Gabriella, aveva rimandato il momento di parlarne.
All’inizio temeva che lei si sentisse un’ospite.
Poi, ogni anno, il segreto era diventato più difficile da confessare.
«Le hai detto almeno che non poteva decidere della mia camera?»
«Le ho detto che quella stanza doveva restare tua.»
«Non era abbastanza.»
Scosse il capo.
«Lo so.»
Non gli chiesi di scegliere tra me e sua moglie.
Era l’argomento che Gabriella usava ogni volta per farmi passare dalla parte del torto.
Gli chiesi qualcosa di più semplice e di più scomodo.
«Quando torni a casa, raccontale la verità. Non una versione che ti faccia sembrare una vittima. Tutta.»
«E tu?»
«Io parlerò con chi devo parlare per proteggere l’immobile e le mie cose.»
Tirò fuori una busta dalla tasca.
Dentro c’erano due fotografie della vecchia camera, scattate quella mattina.
La mia scrivania era ancora contro il muro, ma il comodino era stato portato nel corridoio.
In una delle immagini vidi il disegno a matita che mia madre aveva lasciato accanto alla mensola.
Era un piccolo segno quasi invisibile.
Avevo dimenticato che fosse lì.
«Perché mi hai portato queste?»
«Perché Chiara vuole ridipingere la stanza sabato.»
Il mio telefono vibrò.
Era un messaggio di Gabriella: se hai deciso di fare la ricca altrove, non venire a dettare regole qui.
Non le avevo detto di possedere una villa.
Mi chiesi che cosa avesse intuito dai pochi dettagli raccontati da papà.
Per un momento pensai di chiedere subito a papà di riportarmi dentro e impedire a tutti di muovere un solo mobile.
Sarebbe stato più rapido di una telefonata all’agenzia.
Ma avrebbe significato affidargli, ancora una volta, il compito di difendere una decisione che riguardava me.
«Vorrei che tu fossi presente quando parleremo con Gabriella», gli dissi.
«Ci sarò.»
«Non per ripetere che dobbiamo andare d’accordo. Per dire quello che sai.»
Sergio infilò le fotografie nella cartella, poi me le restituì.
«Tienile. Stavolta non ti chiederò di aspettare.»
Telefonai all’agenzia Belvedere mentre lui era ancora davanti a me.
La consulente, Marta, confermò che Gabriella aveva chiesto una valutazione informale e che non esisteva un mandato valido conferito da me.
«Ci è stata mostrata una documentazione incompleta», disse con prudenza.
«Prima di qualsiasi attività avremmo richiesto la verifica della proprietà e le firme necessarie.»
«Avete pubblicato un annuncio?»
«No. Abbiamo preparato soltanto una scheda interna.»
«Vi chiedo di non fare altro e di confermarmelo per iscritto», dissi.
«Certo. Conserveremo anche la richiesta di valutazione», rispose Marta.
Fu un sollievo limitato.
Non c’era una vendita imminente, ma qualcuno stava già utilizzando il mio indirizzo come un progetto su cui contare.
Elena mi suggerì di inviare una comunicazione formale a papà e a Gabriella, ricordando la proprietà e chiedendo che nessun bene personale venisse rimosso o modificato senza il mio consenso.
Per l’eventuale restituzione della casa avremmo valutato una procedura distinta e tempi ragionevoli.
Firmare una lettera del genere fu più difficile di quanto immaginassi.
Il destinatario era anche l’uomo che mi aveva insegnato ad andare in bicicletta nel vialetto.
Prima di consegnare la comunicazione, tornai davanti al cancello della vecchia casa.
Non entrai.
Guardai le tende che avevo scelto con mamma e sentii una tristezza quasi fisica.
Poi vidi Chiara uscire con una scatola di oggetti in mano.
«Che cosa porti?» chiesi dal marciapiede.
Lei si fermò bruscamente.
«Roba che non usi più.»
La scatola conteneva una lampada, alcuni quaderni e una piccola cornice di legno.
Riconobbi il ritratto di mamma a vent’anni, preso dalla libreria della mia stanza.
«Quella fotografia è mia.»
«Gabriella ha detto che potevamo liberare spazio.»
«Non le appartiene.»
Chiara sollevò il mento.
«Se te ne sei andata, perché continui a comandare?»
Mi accorsi che era la prima volta che ci parlavamo senza un adulto pronto a decidere chi avesse ragione.
Era cresciuta ascoltando che io avevo tutto e lei niente, e ora mi guardava come una persona che le aveva sottratto qualcosa.
«Non ti sto togliendo una stanza», dissi.
«Ti sto chiedendo di non buttare via le cose di mia madre.»
«Per te è sempre colpa della mia», ribatté.
«Oggi possiamo parlare delle tue scelte, Chiara.»
Non rispose.
Appoggiò la scatola ai miei piedi e rientrò senza chiudere bene il cancello.
Non mi sembrò una vittoria.
Capii soltanto che, fino a quel momento, entrambe avevamo lasciato che Gabriella parlasse al posto nostro.
Quella sera mi arrivò una chiamata dal numero della vecchia casa.
Era Gabriella.
Non gridava.
Una calma studiata rendeva ogni parola più pesante.
«Ho letto la tua lettera», disse.
«Bene. Allora adesso saremo tutti sinceri.»
«È quello che chiedo da anni.»
Rise piano.
«Tuo padre non ti ha raccontato la cosa più importante. Chiedigli perché aveva tanta fretta di tenere nascosto l’accordo.»
La chiamata si interruppe.
Rimasi con la fotografia stretta tra le mani e un dubbio che non riguardava più Gabriella.
Se papà aveva riconosciuto la sua vigliaccheria, quale altra paura non era ancora riuscito a nominare?
Per sapere quale promessa aveva fatto Sergio e perché non l’aveva mantenuta, leggi la Parte 4.













