Papà mi richiamò soltanto la mattina seguente.
Non provò a spiegare il silenzio della sera prima.
Disse che aveva parlato con Gabriella e Chiara, che entrambe volevano sentire la verità da me, e che lui avrebbe partecipato senza chiedermi di abbassare la voce.
Non sapevo se credergli.
Accettai soltanto dopo aver chiarito che Elena sarebbe stata presente.
Ci incontrammo il sabato nel soggiorno della casa di Torino.
Le due sedie scomparse erano tornate al loro posto.
Sul mobile di ciliegio c’erano quattro bicchieri e una caraffa d’acqua, disposti con quella precisione con cui Gabriella cercava di far sembrare normali le giornate difficili.
Non mi sedetti subito.
Volevo poter guardare il tavolo senza tornare, anche soltanto per un momento, alla bambina che aspettava una parola da suo padre.
Samuele si alzò prima che parlasse Gabriella.
«La casa appartiene legalmente a Paola», disse.
«Gliel’ho venduta quattro anni fa, quando non riuscivo più a far fronte ai debiti. La compravendita è stata regolare. Lei mi ha consentito di restare con voi in base a un accordo scritto. La camera e lo studio non sono mai stati compresi negli spazi di cui potevamo disporre.»
Gabriella fissò il bicchiere davanti a sé.
«E perché non l’hai detto a me?»
«Per vergogna. Poi perché ti avevo lasciato credere di poter decidere il futuro della casa e non volevo ammettere di averti mentito.»
Chiara si coprì la bocca con una mano.
Quella confessione non trasformava i suoi comportamenti in gesti innocenti, ma le toglieva una certezza su cui aveva costruito buona parte delle sue pretese.
«Mi avevi detto che sarebbe stata nostra», sussurrò.
«Ho promesso una cosa che non potevo promettere.»
Gabriella sollevò gli occhi verso di me.
«Però tu hai una villa, vero? Chiara mi ha raccontato che vivi sulle colline. Ti permetti di fare la vittima mentre vivi nel lusso.»
La notizia non mi sorprese.
Qualunque dettaglio della mia vita, in quella casa, prima o poi trovava la strada della cucina.
«Sì», risposi.
«Ho acquistato una villa con il patrimonio che ho amministrato negli anni. Non l’ho tenuto segreto per ingannarti su quella casa. L’ho tenuto privato perché non volevo che diventasse un altro argomento per decidere che cosa dovevo dare.»
«Allora perché ti aggrappi a una camera?»
Mi voltai verso il piano superiore.
«Perché era la mia camera prima che tu arrivassi. Perché mamma aveva scelto il parquet e mi faceva sedere sul davanzale mentre aspettavamo che asciugasse la vernice. E soprattutto perché nessuno può ordinarmi di sparire da un luogo soltanto perché pensa che io possa permettermene un altro.»
Gabriella non abbassò lo sguardo.
«Io ho fatto quello che ritenevo necessario per Chiara.»
«Hai falsamente attribuito a me un’autorizzazione», dissi.
«Hai preso un anticipo per una disponibilità che non avevi. Una buona intenzione, anche se ci fosse stata, non cancella quelle scelte.»
Elena spiegò che avevamo contestato il documento e che la società di produzione chiedeva la restituzione dei seimila euro.
Per evitare che altri venissero coinvolti, Gabriella e Samuele avrebbero potuto concordare direttamente con la società un piano di rimborso scritto.
Se non lo avessero fatto, sarebbero rimaste aperte le conseguenze delle loro condotte.
Non pronunciò minacce.
Non ne aveva bisogno.
Samuele disse che avrebbe restituito personalmente una prima parte dell’anticipo e che Gabriella avrebbe contribuito al resto.
Lei lo guardò con rabbia.
«Quindi paghi per tua figlia e io passo per la cattiva?»
«Pago perché ho firmato la ricevuta», rispose lui.
«E perché era mio dovere fermare tutto prima che venissero usati documenti non autorizzati.»
Quella frase arrivò troppo tardi per cancellare la cena.
Ma per la prima volta non conteneva la richiesta di mantenere la pace.
Chiara si alzò.
«Ho cancellato l’allestimento della stanza», disse.
«Le mie cose sono negli scatoloni. Non le toccherò più. E il corso può aspettare.»
«Non lo fai per farmi un favore», risposi.
«Lo fai perché non avevi il diritto di decidere.»
«Lo so.»
Aveva gli occhi arrossati.
Non la abbracciai.
Un’ammissione sincera poteva essere l’inizio di qualcosa, non la prova che tutto fosse già cambiato.
Samuele estrasse una busta dalla tasca della giacca.
Era la sua copia dell’accordo di comodato, piegata agli angoli.
Sul retro aveva annotato alcune cifre e la data entro cui avrebbe potuto decidere se chiedermi un rinnovo alla scadenza.
«Non voglio arrivare a quella data così», disse.
«Ho trovato un piccolo appartamento in affitto. Posso trasferirmi tra qualche settimana. Non ti chiedo di liberarmi dalle responsabilità, né di tornare a vivere con noi.»
Gabriella fece un gesto brusco.
«Hai preso questa decisione senza consultarmi?»
«Ho deciso soltanto dove vivrò io», rispose lui.
«Tu sei libera di scegliere che cosa fare. Ma non continuerò a fingere che Paola ci debba una casa.»
Era chiaro che il loro matrimonio stava attraversando qualcosa che non potevo risolvere al posto loro.
Chiara avrebbe potuto restare con sua madre o cercare un’altra sistemazione, e Gabriella avrebbe dovuto organizzarsi senza considerare automaticamente disponibile una mia stanza.
Concordammo un termine ragionevole per il trasloco volontario e l’impegno a non utilizzare gli ambienti per terzi nel frattempo.
Elena preparò il riepilogo scritto da condividere con tutti.
Non fu una resa spettacolare.
Fu una decisione concreta che ognuno avrebbe dovuto mantenere.
Prima di uscire salii un’ultima volta nella camera.
Il treppiede non c’era più.
Sul letto trovai il mio maglione grigio, lavato e piegato, con un foglietto di Chiara: «Scusa per averlo preso senza chiedere. E per aver riso.»
Lo infilai nella borsa.
Le scuse non restituivano nove anni, ma questa volta almeno avevano un oggetto preciso e una responsabilità riconosciuta.
Papà mi raggiunse all’ingresso, davanti al segno lasciato dalla mia vecchia bicicletta.
Guardò quella piccola ammaccatura del legno con una tristezza che non cercò di usare contro di me.
«Non so se un giorno vorrai ancora parlarmi», disse.
«Se succederà, vorrei imparare a non lasciarti sola quando qualcuno ti ferisce.»
Avevo desiderato quelle parole per anni.
Adesso che le sentivo, non sapevo se bastassero nemmeno a permettergli di accompagnarmi fino al cancello.
La risposta che avrei dato a mio padre non riguardava più una casa, ma il posto che poteva ancora avere nella mia vita.
Scoprila nella Parte 6.













