«Vorrei fare un’ultima fotografia insieme», disse Brenda, tendendo la mano verso il mio telefono.
Eravamo sotto un ombrellone, a Senigallia, e il mare aveva quel colore tranquillo che per una settimana mi aveva aiutata a respirare.
Risi, convinta che stesse scherzando.
«Ultima? Non stiamo mica per dirci addio.»
Lei si tolse lentamente gli occhiali da sole.
Aveva gli occhi lucidi e le dita tremavano.
«Intendo l’ultima fotografia di noi due come migliori amiche.»
Conoscevo Brenda da trentasette anni, da quando ne avevamo sette.
Eravamo cresciute in un paese delle Marche, salivamo sullo stesso scuolabus e ci scambiavamo metà della merenda quando una delle due dimenticava la propria.
Le nostre madri ci chiamavano «le inseparabili» e, certe volte, dicevano ridendo che eravamo praticamente sorelle.
A quell’età non avevo bisogno di un altro nome per ciò che eravamo.
Brenda era quella che restava sveglia con me quando un ragazzo mi spezzava il cuore.
Io ero quella che la ospitava quando, dopo la separazione dei suoi genitori, nella sua casa non si riusciva più a parlare senza litigare.
Mia madre Marta le preparava il letto nella stanza degli ospiti e le lasciava una luce accesa nel corridoio.
Brenda, che non piangeva mai davanti agli altri, a volte si addormentava stringendo il bordo della coperta.
Ricordo di aver pensato che una famiglia potesse scegliere di allargarsi, senza chiedere permesso a nessuno.
Da adulte avevamo perfino lavorato per qualche anno nella stessa azienda.
Poi io avevo sposato Thomas, un uomo paziente che ricordava come prendevo il caffè e capiva quando avevo bisogno di silenzio.
Brenda si era sposata a sua volta, ma il matrimonio era finito, lasciandole scatoloni da riempire e notti interminabili.
L’aiutai a trasferirsi, rimasi ad ascoltarla e la accompagnai a sbrigare quelle incombenze che, dopo un divorzio, sembrano sempre più pesanti del necessario.
Thomas non aveva mai fatto pesare la sua presenza in casa nostra.
Per lui Brenda era una persona di famiglia, qualcuno a cui si poteva dire «entra» senza nemmeno andare ad aprire.
Aveva una copia delle nostre chiavi.
Sapeva dove tenevamo le lenzuola di ricambio, quale mobile conteneva le tazze preferite di Thomas e perché, la domenica, lui insisteva per preparare il pranzo anche quando non ne aveva voglia.
Con noi aveva trascorso compleanni, Natali, Pasque e pomeriggi qualunque, quelli che sembrano insignificanti finché non diventano ricordi.
Non avevo mai trovato strana quell’intimità.
Non era un’ospite.
Era Brenda.
Poi Thomas era morto all’improvviso, sette mesi prima di quella vacanza.
Un malore, una corsa in ospedale, parole pronunciate da un medico in un corridoio troppo illuminato.
Da allora la sua poltrona era rimasta accanto alla finestra e il giubbotto appeso all’attaccapanni, come se bastasse non spostarli per impedirgli di scomparire del tutto.
Avevo smesso di accettare inviti.
Lasciavo squillare il telefono e, certe mattine, preparare una tazza di tè mi sembrava una fatica sproporzionata.
Gli amici cercavano di aiutarmi, ma ero io a chiudere la porta.
Brenda non aveva bussato una volta sola.
Portava la spesa quando nel frigorifero restava soltanto una bottiglia d’acqua.
Mi trascinava fuori per un caffè e, quando non avevo parole, sedeva vicino a me senza pretendere che ne trovassi.
Per questo avevo accettato la sua proposta di trascorrere una settimana al mare.
«Solo noi due, come una volta», aveva detto.
Avevo temuto quel viaggio, poi mi ero sorpresa a ridere mentre cercavamo conchiglie sulla battigia o ricordavamo le figuracce delle elementari.
Una sera avevamo cenato in una trattoria poco distante dal porto.
Brenda aveva raccontato di quando eravamo rimaste bloccate sotto un temporale senza ombrello, e io avevo riso fino a sentirmi male.
Era la prima volta, dopo la morte di Thomas, che provavo qualcosa di simile alla pace senza sentirmi immediatamente in colpa.
L’ultimo pomeriggio, però, Brenda era diventata silenziosa.
Guardava il mare, poi me, poi ancora il mare.
Quando mi chiese il telefono e parlò di un’ultima fotografia, capii che quel silenzio non aveva niente a che vedere con la stanchezza.
«Stai pensando di trasferirti?» domandai.
Scosse la testa.
«Domani scoprirai chi sono davvero», sussurrò.
«E forse non vorrai più rivolgermi la parola.»
Le chiesi di spiegarsi, ma sembrava incapace di cominciare.
Allungò una mano verso la mia, la ritirò e si asciugò una lacrima prima che potesse cadere sull’asciugamano steso sotto l’ombrellone.
«C’è una cosa che ti nascondo da tanti anni.»
«Da quanti?»
«Abbastanza da non sapere più come dirtela.»
Volevo scuoterla, pretendere una risposta immediata.
Invece guardai il telefono tra noi e mi tornò in mente quanto fosse stata vicina a Thomas, quanto bene conoscesse le nostre abitudini, quanto spesso fosse rimasta sola con lui mentre io uscivo a fare una commissione.
Una possibilità orribile prese forma prima ancora che riuscissi a respingerla.
«Brenda, dimmi la verità», mormorai.
«Questa storia riguarda Thomas?»
Chiuse gli occhi.
Le sue spalle cedettero e una lacrima scese senza che cercasse di fermarla.
Non disse né sì né no.
Ma conoscevo quell’espressione da trentasette anni, e capii che il nome di mio marito era al centro del segreto che stava per distruggere il modo in cui ricordavo la nostra vita.
Thomas sapeva davvero perché Brenda tremava davanti a me? Continua con la Parte 2.













