La prima cosa che notai non fu la firma falsa.
Fu l’indirizzo di posta elettronica da cui era partito il documento: quello di Gabriella, con il suo nome e il suo cognome scritti senza abbreviazioni.
Non aveva nemmeno cercato di nascondere l’origine del messaggio.
Evidentemente era convinta che nessuno avrebbe controllato.
Elena osservò il file sul proprio computer durante una videochiamata.
L’autorizzazione non era un contratto definitivo, ma avrebbe potuto spingere l’agenzia a pubblicizzare gli ambienti e a organizzare visite.
Una firma riprodotta senza consenso non rendeva legittima l’operazione.
Le chiesi che cosa fare.
«Scriviamo subito che disconosci il documento», rispose.
«Conserviamo il messaggio originale e chiediamo all’agenzia di sospendere tutto. Per qualsiasi altra iniziativa valuteremo i fatti, non le supposizioni.»
Davide Ferrero rispose entro un’ora.
Mi inviò la corrispondenza ricevuta da Gabriella, che si era presentata come persona incaricata della gestione della casa.
Aveva detto che io vivevo altrove, che non utilizzavo più la mia stanza e che i proprietari erano d’accordo.
In un secondo messaggio aveva aggiunto: «La ragazza è giovane, preferisce che pensiamo noi alle formalità.»
La ragazza.
Ero abbastanza adulta da pagare le spese della casa e abbastanza giovane, secondo lei, da poter essere cancellata da un documento.
Ferrero spiegò che una piccola società di produzione aveva chiesto uno spazio luminoso per alcune riprese, senza apportare modifiche strutturali.
Non c’era ancora un contratto concluso attraverso l’agenzia.
Era una notizia rassicurante, finché non lesse un’altra riga.
«La signora sostiene di aver già ricevuto un anticipo direttamente dal cliente», disse.
«Non è un pagamento gestito da noi. Le consiglio di chiarire anche questo.»
Elena gli chiese di inoltrarci le informazioni disponibili.
Poi mi guardò attraverso lo schermo.
«La questione ora riguarda anche denaro che potrebbe essere stato incassato senza autorizzazione. Non affrontarla da sola.»
Nel pomeriggio tornai alla casa di Torino con lei.
Parcheggiai davanti al cancello familiare e rimasi qualche secondo con la mano sulla portiera.
Da bambina correvo lungo il vialetto senza chiedermi se qualcuno mi avrebbe permesso di entrare.
Adesso suonai il campanello.
Aprì Chiara.
Indossava un maglione che conoscevo: il mio, grigio e morbido, con una piccola riparazione sul polso.
Per un istante sembrò voler richiudere la porta.
Poi notò Elena e si spostò.
«Mamma è in cucina», disse.
Gabriella uscì asciugandosi le mani in uno strofinaccio.
Il suo sguardo passò da me alla cartella di Elena.
«Hai portato un’avvocata contro la tua famiglia?»
«Sono venuta a verificare che le mie cose siano ancora qui», risposi.
«Non serve fare tutto questo teatro.»
«Allora non ci vorrà molto.»
Salimmo al piano superiore.
La porta della mia camera era spalancata.
Le lenzuola erano state tolte, ma i mobili erano ancora al loro posto.
Sul pavimento c’erano due scatoloni con la scritta CHIARA, e davanti alla finestra un anello luminoso montato su un treppiede.
La parete sopra la scrivania era segnata con piccoli pezzi di nastro adesivo.
Mi avvicinai al cassettone scelto da mamma.
La superficie presentava una nuova rigatura, forse lasciata spostando l’attrezzatura.
Non era un danno enorme.
Mamma mi aveva mostrato come pulire quel legno senza rovinarne la finitura e mi aveva affidato un panno morbido, orgogliosa che fossi abbastanza grande da prendermi cura di qualcosa insieme a lei.
Eppure vedere quel segno mi fece male più della telefonata dell’agenzia.
«Ho soltanto preparato la stanza», protestò Chiara.
«Chi ti ha detto che potevi?»
«Mamma. E Samuele non ha detto di no.»
Era sempre la stessa spiegazione.
Qualcuno decideva, papà taceva e il silenzio diventava permesso.
Elena fotografò lo stato degli ambienti con il mio consenso.
Spiegò che non avremmo rimosso nulla senza concordarlo, ma che nessuno avrebbe dovuto utilizzare gli spazi riservati a me o introdurvi attrezzature di terzi.
Gabriella incrociò le braccia.
«Paola è andata via di sua volontà.»
«Dopo un ultimatum», precisai.
«E non ho rinunciato alla proprietà né alle mie stanze.»
Gabriella rise, ma la sua risata si fermò quando Elena estrasse una copia dell’accordo.
Indicò la pianta allegata, poi il mio nome.
«Questo documento è ancora valido», disse.
Chiara chinò il viso sul foglio.
«Aspetta. La casa è di Paola?»
Gabriella cercò la risposta negli occhi di mio padre, che era appena comparso sul pianerottolo.
Samuele guardava l’atto senza avvicinarsi.
«Papà?» domandai.
«Sapevo che prima o poi sarebbe uscita questa storia», mormorò.
«Non è una storia», dissi.
«È ciò che abbiamo firmato.»
Gabriella mi fissò con uno stupore che durò solo un momento.
«Allora hai lasciato che ti mantenessimo per anni fingendo di non possedere nemmeno un tetto!»
«Io ho pagato l’acquisto e le spese previste dall’accordo», risposi.
«Non ho mai chiesto un euro a te.»
Papà abbassò la testa.
Era l’unica persona presente che potesse confermare ogni parola, e ancora una volta stava scegliendo di non farlo.
Ci spostammo in sala da pranzo.
Il mobile di ciliegio era sempre contro la parete, ma mancavano due sedie.
Gabriella disse che erano in garage.
Presi nota anche di quello, senza provocarla.
Elena chiese chi avesse inviato l’autorizzazione all’agenzia.
Gabriella rispose che era stato un semplice malinteso e che la firma doveva essere rimasta in un vecchio documento.
Io ricordai allora una liberatoria firmata per alcune fotografie della casa, scattate due anni prima per un progetto di arredamento.
Avevo mandato una scansione a papà.
Gabriella avrebbe potuto recuperarla dal suo computer.
Non era ancora una prova di come fosse stata composta l’autorizzazione, ma spiegava la somiglianza.
«E l’anticipo?» chiese Elena.
Gabriella non rispose.
Fu Chiara a farlo, con la voce più bassa.
«Mamma ha detto che ci servivano quei soldi per il mio corso. Che la produzione avrebbe pagato prima di venire.»
«Quanto?» domandai.
«Seimila euro.»
Guardai Gabriella.
Lei si voltò verso papà come se aspettasse che prendesse il controllo della conversazione.
«Samuele, diglielo tu», ordinò.
Lui si passò una mano sul viso.
«Non avrei dovuto firmare la ricevuta», disse.
Elena smise di scrivere.
Io rimasi immobile.
Papà non aveva semplicemente guardato la scena da lontano: aveva partecipato all’accordo che nessuno mi aveva chiesto di approvare.
Per sapere perché mio padre aveva firmato quella ricevuta, continua con la Parte 4.













