La notizia di quell’ultimo appuntamento mi fece passare una notte intera a controllare che Arianna fosse davvero al sicuro.
Sapevo che non aveva senso fissare la porta della stanza di Chiara, ma ogni scricchiolio del pavimento mi faceva alzare.
Mia sorella preparò il caffè senza chiedermi se avessi dormito.
Dopo le dimissioni, Arianna ed io ci eravamo trasferite da Chiara.
Con l’avvocata avevamo concordato di non divulgare i nostri spostamenti e di gestire ogni richiesta di contatto attraverso le vie ufficiali.
La mattina successiva parlai con l’avvocata.
Le chiesi se Carlo potesse ancora pretendere di prendere la bambina, appellandosi al fatto di essere suo padre.
Lei mi spiegò quali provvedimenti urgenti potevano essere richiesti, come documentare le minacce e perché ogni contatto dovesse essere gestito attraverso i canali formali.
Non promise che bastasse pronunciare la parola «pericolo» per risolvere ogni difficoltà.
Mi aiutò però a trasformare la paura in richieste precise.
Nel frattempo gli investigatori avevano chiarito la natura della sesta seduta indicata nel quaderno.
Non erano riusciti a stabilire se Carlo avesse davvero progettato di riportare Arianna nello studio dopo il ricovero.
Il calendario conteneva tuttavia una scadenza economica: alla conclusione di sei schede di osservazione era previsto il pagamento di una somma consistente.
La sesta scheda risultava già predisposta, benché nessuna sesta visita fosse mai avvenuta.
Quel dettaglio rendeva ancora più evidente la falsità dell’intera operazione.
I documenti non erano una cartella clinica redatta per curare una bambina.
Erano carte da vendere, con risultati preparati prima ancora che esistessero dei fatti da registrare.
Carlo aveva tentato di guadagnare denaro sia attraverso ciò che aveva fatto ad Arianna sia attraverso ciò che si preparava a inventare.
La sovrintendente Conti mi invitò a non interpretare i passaggi investigativi come garanzia di un esito giudiziario.
L’acquisizione di appunti, dispositivi e trasferimenti bancari aveva ancora bisogno di verifiche.
Alcuni intermediari dovevano essere identificati e la posizione di ciascun coinvolto sarebbe stata valutata separatamente.
Nonostante questo, era ormai chiaro che le parole di Carlo sul «semplice sonno» non trovavano riscontro nei documenti esaminati.
Passai quel pomeriggio con Arianna a scegliere dove sistemare i suoi libri nella stanza di Chiara.
Mia figlia mise i volumi più grandi sul ripiano basso perché voleva raggiungerli da sola.
Poi tirò fuori dallo zaino una piccola gomma a forma di stella e rimase a guardarla nel palmo.
«Posso tenere lo zaino qui?» chiese.
«Certo.»
«Non voglio che lo tocchi lo zio.»
«Non lo toccherà.»
Non le raccontai della registrazione nascosta.
Non era una confessione che dovesse portare sulle spalle.
Le dissi soltanto che adesso le sue cose erano sotto la sua responsabilità, con l’aiuto degli adulti che si prendevano cura di lei.
Arianna sistemò lo zaino accanto al letto e per un po’ sembrò meno tesa.
La sera arrivò un messaggio da Carlo attraverso un familiare comune.
Diceva di essere disperato e di voler parlare soltanto per il bene di sua figlia.
Non risposi direttamente.
Inoltrai il testo all’avvocata, come avevamo concordato.
Il desiderio di chiedergli perché fosse ancora capace di usare quelle parole mi bruciava dentro, ma non volevo aprire un nuovo canale con cui manipolarmi.
Nei giorni successivi venni a conoscenza di una circostanza che mi tolse il respiro.
Fra i documenti sequestrati c’erano moduli di consenso sui quali compariva il mio nome.
La mia firma autorizzava, almeno in apparenza, alcune procedure e attestava che ero stata informata di rischi e appuntamenti.
Non avevo mai visto quei fogli.
Non avevo mai incontrato Delia, né discusso di alcuna terapia sperimentale per Arianna.
«Quella firma è falsa», dissi all’avvocata.
«È esattamente ciò che dobbiamo documentare», rispose. «Non basta che assomigli alla sua grafia per renderla autentica.»
Rivedemmo insieme le date.
In uno dei pomeriggi indicati ero stata al lavoro fino alle sei e avevo ricevuto il messaggio di Stefano soltanto molto più tardi.
In un altro avevo comprato medicine per un raffreddore di Arianna in una farmacia lontana dallo studio.
Conservavo scontrini e comunicazioni.
Non sapevo se sarebbero bastati, ma almeno avevo smesso di pensare che la mia memoria fosse l’unica difesa possibile.
Una sera, mentre Chiara preparava la cena, ripensai alle firme che Carlo mi chiedeva a volte di apporre su moduli scolastici o pratiche familiari.
Li disponeva sul tavolo con il punto da firmare già indicato.
Io controllavo il contenuto, poi firmavo, convinta di compiere un gesto banale di collaborazione.
Non potevo dimostrare che avesse copiato una di quelle firme, ma il ricordo mi fece capire quanto facilmente una consuetudine domestica potesse essere sfruttata.
Mi chiesi se Carlo avesse soltanto cercato di far sembrare legali le sue azioni o se stesse preparando una via per scaricare su di me la responsabilità.
Il documento era abbastanza ambiguo da farmi temere entrambe le cose.
Se un giorno avesse sostenuto che sapevo tutto, quelle firme sarebbero diventate l’arma perfetta per mettere in dubbio la mia parola.
La sovrintendente mi disse che sarebbero stati effettuati accertamenti sulla provenienza dei moduli e sulle copie digitali.
Mi chiese anche se qualcuno avesse mai avuto accesso alla scansione dei miei documenti.
Risposi che Carlo gestiva da anni una cartella condivisa con la documentazione familiare.
Tutti i file necessari per costruire una falsa autorizzazione potevano essere già lì.
Quando tornai nella stanza, Arianna stava cercando di addormentarsi.
Mi chiamò appena sentì i miei passi.
«Mamma, oggi sei arrabbiata con me?»
Mi sedetti sul letto.
«No, tesoro. Sono arrabbiata per quello che è successo. Non con te.»
«Allora perché mi guardi come quando hai paura?»
Non seppi mentirle.
Le dissi che ero spaventata, ma che stavo cercando aiuto e che il mio compito era farla sentire protetta.
Lei annuì e si voltò verso il muro, tenendo la mia mano.
Quella notte capii che Carlo aveva cercato di togliermi due cose: la sicurezza di mia figlia e la credibilità della mia stessa voce.
Prima di provare a ricostruire la nostra vita, avrei dovuto dimostrare che non avevo mai dato il consenso a ciò che le era stato fatto.
Per sapere da dove proveniva la firma falsa e chi avrebbe raccontato finalmente tutta la verità, continua con la Parte 6.













