Non dormii quasi per niente.
Ogni volta che chiudevo gli occhi vedevo lo zaino di Arianna aperto sul letto, piccolo e innocente, mentre conteneva una verità che nessuno aveva voluto dirmi.
Chiara rimase con me nella stanza di attesa finché un’infermiera ci permise di tornare vicino alla bambina.
La mattina la sovrintendente Conti mi comunicò che la persona del messaggio si era fatta avanti attraverso un legale.
Si chiamava Delia Costa.
Era un’infermiera che in passato aveva lavorato in una struttura privata e che aveva poi svolto prestazioni occasionali per alcuni professionisti sanitari.
Non mi disse dove si trovasse né quali accordi potesse aver preso con gli investigatori.
Mi spiegò soltanto che la sua versione doveva essere verificata.
Avrei voluto incontrarla e chiederle perché fosse rimasta accanto a mia figlia senza chiedere aiuto.
Non lo feci.
L’avvocata mi ricordò che il mio dolore non mi autorizzava a compromettere la ricerca delle prove, e che la stessa Arianna avrebbe potuto subire conseguenze se un confronto affrettato avesse reso tutto più confuso.
I medici completarono intanto gli accertamenti necessari e predisposero un percorso di supporto psicologico adeguato all’età di Arianna.
Mi spiegarono che il suo recupero non si sarebbe misurato soltanto dai risultati degli esami.
Una mattina un’infermiera entrò per un normale controllo e Arianna si nascose sotto il lenzuolo.
La donna non la forzò a mostrarsi: si presentò, spiegò ciò che doveva fare e le chiese se preferisse aspettare qualche minuto.
Arianna uscì piano dal suo nascondiglio, poi annuì.
Mi accorsi di quanto contasse per lei poter prevedere le mani degli adulti, sapere chi la toccava e perché.
Avrebbe potuto avere paura dell’auto, del sonno o di persone che prima considerava familiari.
Non avrei dovuto costringerla a dimenticare in fretta per rassicurare me stessa.
Quella sera Arianna mi fece una domanda che mi lasciò senza parole.
«Mamma, se una persona mi dice una cosa e io non la voglio fare, posso chiamarti anche se è della famiglia?»
«Sempre», risposi. «Anche se fosse qualcuno che conosciamo bene. E puoi dirlo anche alle maestre o ai medici.»
Mi fissò per qualche secondo, come se stesse verificando la sincerità della promessa.
Poi si strinse al mio fianco e tornò al suo libro illustrato.
Non aggiunse nulla e io non insistetti.
Due giorni dopo seppi dall’avvocata che erano state eseguite perquisizioni autorizzate in locali collegati alle persone coinvolte.
Gli investigatori avevano acquisito documenti, dispositivi e materiali medici.
Fra gli oggetti sequestrati c’era anche un quaderno dalla copertina blu.
Non mi fu consentito di leggerlo, e per quanto il desiderio mi tormentasse, compresi che era giusto così.
Le informazioni che emersero nelle settimane successive arrivarono a pezzi, attraverso atti consultabili dai legali e comunicazioni degli inquirenti.
Delia aveva descritto incontri organizzati in un piccolo studio privato, non autorizzato a effettuare quel tipo di sperimentazione.
Carlo aveva finanziato l’attività e Stefano portava Arianna dopo averle fatto bere qualcosa in automobile.
La bambina veniva sottoposta a osservazioni e prelievi senza il mio consenso e senza una necessità clinica documentata.
Le sostanze somministrate avrebbero dovuto renderla docile e incapace di opporsi.
Erano invece pericolose, soprattutto per una bambina della sua età.
I lividi potevano essere legati alla manipolazione del corpo e a procedure eseguite mentre non riusciva a reagire.
Restavano accertamenti da fare per stabilire l’origine di ogni singola lesione.
Non chiesi dettagli sulle procedure.
Mi bastò sapere che Arianna era stata trattata come un corpo da utilizzare, mentre gli adulti incaricati di proteggerla calcolavano il rischio di lasciare segni visibili.
Pensai alla sua frase: «Mi fa male tutto».
Non c’era stata un’enorme emergenza improvvisa, ma una sequenza di scelte consapevoli.
Un particolare rese tutto ancora più difficile da comprendere.
Delia aveva detto di aver protestato dopo il secondo episodio, quando Arianna aveva impiegato troppo tempo a riprendersi.
Secondo la sua versione, Carlo le aveva risposto che interrompere il progetto avrebbe significato perdere una somma enorme.
Lei aveva continuato.
Solo dopo l’ultima seduta aveva deciso di conservare appunti e chiedere assistenza legale.
Il quaderno, secondo gli elementi riferiti dagli investigatori, riportava gli orari in cui Arianna arrivava e quelli in cui veniva riportata a casa.
Erano proprio le ore che mia figlia non riusciva a ricordare.
Mi sorprese che una persona capace di annotare con precisione i minuti non avesse trovato, tra quei minuti, quello necessario a chiamare un’ambulanza o avvertire sua madre.
«Dice di avere provato a fermarli», mormorai davanti a Chiara. «Ma Arianna è tornata altre volte.»
Mia sorella non tentò di consolare quella contraddizione.
«Può aver avuto paura», rispose. «Questo non cancella ciò che ha fatto.»
Mi aggrappai a quella frase.
Avevo bisogno di distinguere spiegazioni e giustificazioni, perché Carlo aveva confuso le due cose per anni.
Quando era assente, diceva di lavorare per noi.
Quando mentiva, diceva di voler evitare preoccupazioni.
Quando io chiedevo un medico per Arianna, chiamava amore la mia obbedienza.
Dai primi documenti acquisiti risultava che Carlo era indebitato in seguito ad alcuni investimenti falliti.
Aveva inoltre promesso a intermediari privati una serie di dati clinici su reazioni a una preparazione sedativa, dati che avrebbero potuto essere rivenduti come se provenissero da osservazioni regolari.
Quelle carte non dimostravano l’esistenza di una sperimentazione legittima; al contrario, mostravano falsificazioni e assenza di autorizzazioni.
Arianna era stata indicata soltanto con un codice.
La parola «codice» mi accompagnò per giorni.
Carlo conosceva il suo secondo nome, il modo in cui storceva il naso quando assaggiava le olive, la canzone che voleva sentire prima di dormire.
Eppure su quei fogli era diventata una sequenza di lettere e numeri.
Chiesi all’avvocata se Delia potesse essere creduta.
«Non basta che una persona confessi», rispose. «Devono esserci riscontri. Ed è per questo che la registrazione, gli esami e i documenti hanno tanto peso, ciascuno per ciò che può dimostrare.»
Due settimane dopo le dimissioni, mentre Arianna ed io vivevamo già da Chiara, mi chiamò la sovrintendente Conti.
Gli accertamenti avevano individuato un’annotazione particolarmente preoccupante nel quaderno sequestrato.
Non mi diede dettagli che avrebbero interferito con l’indagine, ma volle sapere se Arianna avesse mai ricevuto comunicazioni relative a un altro appuntamento.
«Perché?» chiesi.
«C’è una sesta seduta programmata. La data è domani. Dobbiamo capire chi la ritenga ancora possibile.»
Sentii il gelo risalirmi lungo la schiena.
Arianna era al sicuro con me, ma qualcuno aveva continuato a programmare ciò che le sarebbe accaduto anche dopo il ricovero.
Per capire perché esistesse ancora una sesta seduta, leggi la Parte 5.













