Mostrai il disegno alla sovrintendente Conti senza attribuirgli un significato che non potevo dimostrare.
Lei lo fotografò insieme al foglio originale e annotò le parole che Arianna aveva pronunciato spontaneamente.
Mi ricordò che la memoria di una bambina, soprattutto dopo episodi di perdita di coscienza, andava trattata con prudenza.
Non voleva che il desiderio di trovare la verità trasformasse una domanda in una risposta suggerita.
Quella spiegazione mi costrinse ad affrontare un pensiero doloroso.
Per giorni avevo desiderato che Arianna ricordasse tutto, come se la sua sofferenza potesse diventare una prova utile.
Ma lei non era una testimone da interrogare in cucina.
Era mia figlia, e il suo compito non era trovare le parole giuste per salvare gli adulti.
La mattina Carlo arrivò in ospedale.
Lo vidi attraverso il vetro del corridoio, con la giacca scura e il telefono stretto in mano.
Sembrava l’uomo che conoscevo: ordinato, sicuro, infastidito da un imprevisto.
Quando cercò di avvicinarsi alla stanza, gli operatori lo fermarono e gli spiegarono che, per il momento, l’accesso era sottoposto a indicazioni di sicurezza.
«Sono suo padre», protestò.
La sovrintendente Conti uscì dal locale accanto e gli chiese di accompagnarla per un colloquio.
Carlo mi vide e allargò le braccia, come se volesse chiedermi di tornare ragionevole.
«Melania, che cosa hai raccontato a questa gente?»
Non risposi.
Avevo passato settimane a difendere davanti a lui un’evidenza: Arianna stava male.
Non gli avrei offerto anche l’occasione di controllare ciò che avevo detto.
Con l’aiuto di un’avvocata indicata dal servizio di assistenza, cominciai a organizzare le cose pratiche.
La casa non era più un luogo in cui desideravo portare Arianna senza protezione.
Chiesi a mia sorella Chiara se potesse ospitarci appena i medici avessero autorizzato le dimissioni.
Non le raccontai dettagli che ancora non conoscevo; le dissi soltanto che c’era una situazione grave e che avevamo bisogno di sicurezza.
«La stanza degli ospiti è vostra», rispose. «Non devi spiegarmi altro adesso.»
Chiara aveva sempre avuto un rapporto cordiale con Carlo, e non mi chiese di cancellare dalla memoria tutte le volte in cui avevamo cenato insieme.
Mi domandò invece di cosa avessero bisogno Arianna e io nelle ore successive.
Le dissi che mi servivano vestiti puliti, il peluche che mia figlia teneva sul cuscino e una persona capace di ascoltarmi senza suggerire che stessi inventando tutto.
Chiara rimase in silenzio per un momento.
Poi rispose: «Comincio dai vestiti. Al resto penseremo una cosa per volta».
Quello stesso pomeriggio mi fu chiesto di ricostruire gli orari delle settimane precedenti.
Aprii il calendario del telefono e trovai i giorni in cui avevo segnato gli impegni di lavoro e gli appuntamenti scolastici.
Accanto a tre date avevo scritto, quasi senza pensarci, «Arianna dorme troppo».
Mi sembrò assurdo aver trasformato il pericolo in un promemoria domestico.
Ripensai anche al giorno in cui avevo cambiato turno per essere presente all’uscita della scuola.
Stefano mi aveva chiamata dicendo che Carlo gli aveva già chiesto di occuparsene.
Allora avevo ringraziato entrambi; ora consegnai anche quel messaggio agli investigatori, perché stabiliva chi avesse deciso il ritiro.
La scuola collaborò fornendo i dati sui ritiri e, attraverso le procedure investigative, furono richiesti eventuali filmati disponibili.
Io non ebbi accesso alle immagini.
La sovrintendente mi disse soltanto che erano in corso verifiche sui tragitti e sulle persone entrate in contatto con Arianna.
Non volevo sapere tutto minuto per minuto, ma avevo bisogno di sentire che nessuno stava aspettando un quinto episodio.
Carlo continuò a mandarmi messaggi.
In uno scrisse che Stefano era sconvolto dalle mie accuse.
In un altro sosteneva di aver già parlato con un avvocato e che avrei risposto delle mie menzogne.
Poi cambiò tono e mi ricordò le vacanze al mare, la prima bicicletta di Arianna, la nostra promessa di affrontare insieme qualsiasi difficoltà.
Quel messaggio mi fece più male degli altri.
Ricordavo davvero la bambina sulla bicicletta, Carlo che le correva accanto tenendo una mano sul sellino e io che ridevo quando finalmente si lasciava andare.
Non potevo cancellare quei momenti.
Potevo però smettere di usarli come prova che il presente fosse innocuo.
Arianna trascorse gran parte della giornata disegnando sul letto.
L’operatrice del servizio minori le propose un gioco tranquillo e le lasciò la possibilità di fermarsi quando voleva.
Io rimasi in disparte.
Quando mia figlia mi chiamò, mi mostrò un sole viola e mi chiese se sarebbe tornata presto a scuola.
«Sì, quando i medici diranno che puoi», risposi. «E da quel momento ci organizzeremo in modo diverso.»
«Lo zio non viene?»
«No. Non verrà lui.»
Arianna abbassò gli occhi, poi riprese a colorare.
Non mi chiese perché.
Mi resi conto che forse aveva aspettato da tempo che qualcuno pronunciasse quella risposta.
La sera Chiara mi portò un cambio di vestiti e il vecchio tablet che Arianna usava per i cartoni animati.
Lo aveva recuperato da casa nostra con l’assistenza di un agente, insieme ad alcuni effetti personali della bambina.
Il dispositivo non richiedeva un codice per aprirsi e mostrava il calendario familiare condiviso, gestito da Carlo.
Quando lo vidi, chiesi alla sovrintendente come comportarmi, per non alterare nulla.
Sullo schermo comparivano alcune voci che non ricordavo di aver inserito.
Una riportava «lezione musicale», proprio nel pomeriggio del secondo malore.
Un’altra, due settimane dopo, diceva soltanto «D. Costa – 17».
Su indicazione della sovrintendente fotografai soltanto ciò che era già visibile, senza accedere ad alcun account di Carlo, e consegnai il tablet per gli accertamenti.
Il cognome Costa non mi diceva nulla.
Ma il nome Delia, ascoltato nella registrazione, era ormai impossibile da dimenticare.
Il numero diciassette appariva sia sul disegno di Arianna sia in quell’appunto.
Poteva essere una coincidenza o un indirizzo; non avevo elementi per decidere.
Quando lo feci presente alla sovrintendente, lei annuì senza manifestare sorpresa.
«Non vada a cercare quel posto, signora Riva. Qualunque cosa sia, dobbiamo occuparcene noi.»
Promisi che l’avrei fatto.
Non perché non desiderassi correre fuori dall’ospedale, ma perché per la prima volta comprendevo che difendere Arianna significava anche non mettere in pericolo un’indagine.
Verso le dieci ricevetti una chiamata da un numero sconosciuto.
Non risposi.
Pochi secondi dopo arrivò un messaggio: «Non sono stata io a scegliere Arianna. Ho cercato di fermarli. C’è un quaderno blu. Datelo alla polizia prima che Carlo lo faccia sparire».
Mostrai subito il telefono alla sovrintendente.
Non sapevo chi avesse scritto, né se quella persona stesse dicendo la verità.
Ma una cosa diventò improvvisamente chiara: qualcuno, oltre a Carlo e Stefano, conosceva ciò che era accaduto dietro quella porta.
Per scoprire chi aveva scritto il messaggio e cosa contenesse il quaderno blu, prosegui con la Parte 4.













