Isabella osservò le due copie affiancate sulla scrivania.
Nella prima, la sua firma era in fondo alla pagina, sotto una formula che attestava soltanto la presa visione del presunto danno.
Nella seconda, tra quella formula e la firma, compariva la rinuncia a ogni pretesa economica.
Il carattere era simile, ma la distanza fra le righe era diversa.
«Non ho mai letto quelle parole», disse Isabella.
«Se ci fossero state, non avrei firmato.»
Claudia non parlò subito di falsificazione.
Chiese di conservare entrambe le copie, le date in cui erano state ottenute e la comunicazione ricevuta dal legale di Valeria.
Spiegò che stabilire come fosse stata modificata una pagina avrebbe richiesto un esame dell’originale e dei relativi file.
«Una cosa, però, è certa», aggiunse.
«Queste due versioni non sono uguali. E Isabella deve poter contestare quella che non riconosce.»
Riccardo guardò la ragazza.
«Da questo momento nessuno userà il mio nome per chiederti di tacere.»
«Preferisco parlare con un avvocato mio», rispose Isabella.
Riccardo annuì.
Non le fece domande sulla fiducia e non cercò di convincerla a servirsi del proprio legale.
Le consegnò i riferimenti della consulente del lavoro, ma Isabella decise di rivolgersi prima a uno sportello sindacale e poi a una professionista indipendente.
Voleva qualcuno che difendesse i suoi interessi anche nell’eventualità che quelli di Riccardo risultassero diversi.
La sera stessa chiamò sua madre a Bergamo.
Per mesi le aveva raccontato soltanto di essere stanca, di fare molti straordinari, di avere poco tempo per raggiungerla la domenica.
Quella volta non riuscì più a mentire.
Raccontò del tovagliolo sul marmo e delle ginocchia che stavano per piegarsi.
Raccontò anche dei soldi trattenuti e del timore di non riuscire a pagare l’affitto.
Dall’altra parte del telefono sua madre ascoltò senza interromperla.
Poi disse una cosa che Isabella non si aspettava.
«Credevo fossi tu a non volermi preoccupare. Non avevo capito che, per proteggermi, stavi restando da sola con tutta questa paura.»
Isabella si asciugò gli occhi.
«Non volevo diventare un peso.»
«Se hai bisogno di tornare qui per qualche settimana, troviamo il modo. Non voglio che tu scambi il silenzio per un dovere verso di me.»
Dopo quella telefonata, Isabella dormì per la prima volta senza tenere il cellulare acceso sul comodino.
Il mattino seguente raccolse i propri documenti in ordine cronologico.
Non eliminò i messaggi che la mettevano in imbarazzo e non ingrandì le accuse per renderle più convincenti.
Scrisse anche quando non ricordava con precisione un orario.
Nel frattempo Claudia completò i primi controlli.
La scheda del deposito mostrava che la specchiera era arrivata imballata e senza segnalazioni di rottura del vetro.
Un sopralluogo richiesto da Riccardo, svolto con fotografie e annotazioni, non rilevò danni compatibili con il restauro fatturato.
La ditta che aveva effettuato il trasporto confermò di avere addebitato soltanto il trasferimento e la custodia iniziale.
Aurora Eventi e Servizi, invece, aveva incassato settemilaottocento euro per una riparazione che non risultava eseguita.
Un controllo dei dati societari pubblicamente disponibili mostrò che tra gli amministratori figurava Marco Conti, fratello di Valeria.
Claudia segnalò anche altre fatture della stessa società, ma precisò che sarebbero servite verifiche distinte per capire se i relativi servizi fossero stati realmente forniti.
Riccardo riconobbe di avere concesso a Valeria un margine di spesa troppo ampio.
Aveva ricevuto riepiloghi mensili che non aveva esaminato con attenzione.
Non poteva attribuirle ogni errore amministrativo e dichiararsi estraneo alle conseguenze.
La sua prima decisione fu revocare le autorizzazioni ancora attive e mettere a disposizione del proprio legale i documenti disponibili.
La seconda fu chiedere a Claudia di ricostruire tutti i compensi dovuti a Isabella, senza aspettare la fine dell’indagine sui fornitori.
Quando Valeria seppe del controllo, telefonò ripetutamente a Riccardo.
Lui le rispose una sola volta, alla presenza del proprio avvocato, invitandola a comunicare per iscritto attraverso i rispettivi rappresentanti.
Valeria disse che il fratello aveva lavorato regolarmente agli allestimenti e che non c’era nulla di sospetto nei pagamenti.
Riccardo non contestò ciò che non era ancora stato accertato.
Le chiese invece perché una fattura di restauro fosse stata collegata a un debito imposto a Isabella.
«La ragazza ha rotto un oggetto di valore e cerca di salvarsi», replicò Valeria.
«L’oggetto è stato controllato. E ci sono due versioni diverse della sua dichiarazione.»
Seguì un silenzio.
Poi Valeria cambiò argomento, sostenendo che Riccardo avesse deciso di rovinarle la reputazione per una semplice discussione domestica.
La conversazione terminò senza chiarimenti.
Elena Bassi, intanto, inviò spontaneamente una testimonianza scritta su ciò che aveva visto al ricevimento.
Anche Marta confermò per iscritto le frasi offensive che aveva sentito nelle settimane precedenti e spiegò di essere stata lei a mandare il messaggio anonimo.
Nessuna delle due sosteneva di conoscere i dettagli delle fatture o delle trattenute.
Erano testimonianze limitate ai fatti a cui avevano assistito, proprio per questo utili.
Una settimana dopo, Isabella incontrò la propria avvocata, Giulia Neri.
Le portò il contratto, il registro delle ore, i messaggi e le due versioni della dichiarazione.
Giulia le spiegò che la richiesta di retribuzioni non corrisposte e la contestazione delle pressioni subite erano questioni da affrontare con strumenti appropriati e prove verificabili.
Le chiese soprattutto che cosa volesse ottenere.
«Voglio ciò che ho guadagnato», rispose Isabella.
«E voglio che non si possa far passare una bugia per una mia confessione.»
Dopo alcuni giorni arrivò una proposta di accordo dal legale di Valeria.
Prevedeva il pagamento di una somma a Isabella, ma chiedeva in cambio che non parlasse più del trattamento ricevuto, delle fatture e dei documenti contestati.
La proposta non chiariva nemmeno chi fosse tenuto a versare il denaro.
Giulia posò il foglio davanti alla sua cliente.
«Non sei obbligata a decidere oggi. Possiamo presentare una controproposta o non accettare affatto.»
Isabella rilesse la clausola sul silenzio.
Per la prima volta capì che la scelta non riguardava soltanto la cifra offerta, ma il diritto di raccontare ciò che le era accaduto senza venderne la verità.
Non era certa di poter dimostrare ogni dettaglio, e non pretendeva che le si credesse sulla parola.
Chiedeva soltanto che i fatti venissero controllati senza imporle ancora una volta di scegliere tra lo stipendio e la propria voce.
Per sapere quale risposta avrebbe dato Isabella a quell’accordo, continua con la Parte 5.













