«In ginocchio. Pulisci.»
Valeria Conti lasciò cadere un tovagliolo macchiato di vino ai piedi della giovane domestica. La sua voce risuonò nell’ingresso della villa, abbastanza forte da farsi sentire da tutti gli invitati.
Isabella abbassò gli occhi. Aveva venticinque anni e lavorava in quella casa da quasi due. Non ricordava di essersi mai sentita così umiliata.
«Signora, non sono stata io a rovesciare il vino.»
«Adesso mi dai anche della bugiarda?»
Valeria si avvicinò di un passo. Indossava un abito color avorio, orecchini di diamanti e un anello di fidanzamento che valeva più dello stipendio annuale di Isabella.
«Ti ho detto di pulire. E fallo in ginocchio, visto che non sei capace di fare altro.»
Intorno a loro, gli ospiti rimasero immobili. Qualcuno abbassò lo sguardo sul proprio bicchiere. Una donna fece per intervenire, ma il marito le sfiorò il braccio, invitandola a non immischiarsi.
Nessuno disse una parola.
Quella sera Valeria aveva organizzato un ricevimento privato a Villa Moretti, in Brianza, per alcuni amici e parenti invitati alle nozze. Il matrimonio con Riccardo Moretti era previsto poche settimane dopo.
Tutti sapevano che la villa apparteneva a lui. Eppure Valeria si comportava già come se ogni persona, ogni stanza e ogni decisione fossero sotto il suo controllo.
Riccardo, cinquantadue anni, imprenditore nel settore immobiliare, avrebbe dovuto trattenersi fino a tardi a un evento di beneficenza a Milano.
Almeno, questo era ciò che Valeria credeva.
Un’ora prima, mentre ascoltava distrattamente un discorso durante il ricevimento, Riccardo aveva ricevuto un messaggio da un numero sconosciuto.
Torna a casa. Devi vedere come Valeria tratta Isabella quando non ci sei.
Aveva riletto quelle parole tre volte.
Non era la prima volta che qualcosa lo insospettiva.
Nelle ultime settimane Isabella era diventata silenziosa. Una mattina gli aveva chiesto di poter cambiare turno, ma quando Riccardo aveva domandato il motivo, la ragazza aveva risposto soltanto che aveva problemi personali.
Valeria, presente durante quella conversazione, aveva liquidato tutto con un sorriso.
«È una ragazza troppo sensibile. Non preoccuparti.»
Riccardo le aveva creduto.
Quella sera, invece, aveva lasciato il ricevimento prima del previsto ed era rientrato senza avvisare.
Nell’ingresso della villa, intanto, Isabella sentiva le guance bruciare per la vergogna.
«La prego, signora Valeria. Posso pulire subito, ma non davanti a tutti in questo modo.»
Valeria sorrise.
«Ah, quindi adesso sei tu a stabilire come devi lavorare?»
Isabella strinse le mani sul grembiule.
Il vino era finito sul pavimento quando Valeria aveva urtato un bicchiere mentre si voltava verso il tavolo del buffet. Isabella aveva cercato immediatamente di raccogliere i cocci e asciugare la macchia.
Ma Valeria l’aveva fermata.
Quello che voleva non era soltanto un pavimento pulito.
Voleva che tutti vedessero chi comandava.
«Hai sentito quello che ti ho detto?»
Isabella guardò il tovagliolo sul marmo. Avrebbe potuto rifiutarsi, ma aveva bisogno di quel lavoro. Con il suo stipendio pagava l’affitto di un piccolo appartamento e aiutava sua madre, che viveva a Bergamo.
Perdere il posto significava perdere molto più di uno stipendio.
Lentamente piegò le ginocchia.
Fu allora che un colpo secco risuonò sul pavimento.
Toc.
Il rumore di un bastone da passeggio.
«Basta, Valeria.»
La voce arrivò dal corridoio alle spalle degli invitati.
Tutti si voltarono.
Riccardo Moretti era fermo all’ingresso del salone, con il cappotto ancora aperto e una mano stretta intorno al bastone di legno scuro.
Il suo sguardo passò dal tovagliolo sporco alla ragazza che stava per inginocchiarsi.
Poi si fermò sulla donna che avrebbe dovuto sposare.
«Riccardo!» esclamò Valeria, recuperando immediatamente un sorriso. «Sei già tornato? Stavamo solo risolvendo un piccolo problema con il personale.»
Lui non rispose.
Avanzò lentamente, appoggiandosi al bastone. Isabella si raddrizzò, visibilmente scossa.
«Non è successo niente, signore», mormorò.
Riccardo le rivolse uno sguardo calmo.
«Isabella, non devi giustificarti.»
Valeria lasciò uscire una risatina nervosa.
«Davvero, tesoro, non farne una tragedia. La ragazza è stata maleducata e io le stavo soltanto insegnando un po’ di disciplina.»
Riccardo si voltò verso di lei.
«Da quanto tempo le parli in questo modo?»
«Come, scusa?»
«Ti ho fatto una domanda.»
Valeria guardò gli ospiti, cercando qualche segno di sostegno. Non ne trovò.
«Riccardo, ne parliamo dopo. Non vorrai mettermi in imbarazzo davanti a tutti.»
Lui osservò Isabella, ancora immobile accanto alla macchia di vino.
«In imbarazzo?» ripeté piano. «Hai appena ordinato a una ragazza di inginocchiarsi davanti ai tuoi invitati.»
Valeria serrò le labbra.
«Questa è anche casa mia, ormai.»
Per un istante, Riccardo rimase in silenzio.
Poi si avvicinò alla consolle di marmo accanto alla porta d’ingresso.
Sopra c’erano alcuni inviti color avorio, preparati per il matrimonio. Il suo nome e quello di Valeria erano stampati uno accanto all’altro, in eleganti caratteri dorati.
Ne prese uno.
Valeria seguì il movimento della sua mano.
«Che cosa stai facendo?»
Riccardo fissò l’invito per un secondo.
Poi lo strappò in due.
Il rumore della carta spezzò il silenzio del salone.
«Il matrimonio è annullato. Fuori da casa mia.»
Il sorriso di Valeria scomparve. Il suo viso diventò pallido e la mano che reggeva il bicchiere iniziò a tremare.
«Riccardo…»
Ma lui non abbassò lo sguardo.
Per la prima volta quella sera, Valeria sembrava aver capito di non avere più alcun potere su ciò che sarebbe successo.
E Riccardo non sapeva ancora quanto fosse grave quello che aveva appena interrotto.













