Riccardo appoggiò la fattura sul tavolo, cercando di collegarla alla dichiarazione che aveva appena letto.
La cifra coincideva: settemilaottocento euro.
La descrizione, invece, parlava di un intervento urgente di restauro e trasporto della specchiera.
«Hai firmato anche questa?» domandò.
«No. Non l’avevo mai vista prima che la trovassi nella cartella dei documenti lasciata in cucina.»
Isabella raccontò che Valeria aveva dato ordine di separare tutte le carte relative ai lavori della villa.
Durante un pomeriggio di agosto, mentre cercava il foglio con i propri turni, aveva notato una copia della fattura sul tavolo di servizio.
Il nome della società le era sembrato familiare perché lo aveva sentito pronunciare al telefono dalla futura padrona di casa.
Aveva fotografato la pagina, senza toccare l’originale.
«Pensavo di essermi sbagliata», continuò.
«Poi ho visto che sull’elenco dei pagamenti risultava già tutto saldato. Intanto continuavano a togliermi soldi.»
Riccardo non tentò di analizzare quella notte ogni movimento bancario.
Era stanco, e per la prima volta riconobbe che la sua fretta di intervenire poteva trasformarsi in un’altra decisione presa al posto di Isabella.
Le chiese se desiderasse essere accompagnata a casa e rimandò al mattino la verifica dei documenti.
«La busta resta con me», precisò lei.
«Certamente.»
Sulla porta, Isabella esitò.
«Mia madre non sa niente di tutto questo. Se riceve una telefonata strana, potrebbe spaventarsi.»
«Puoi avvisarla tu. Io non contatterò nessuno senza parlartene.»
La mattina seguente Riccardo telefonò a Claudia Serra, la consulente amministrativa che da anni seguiva le spese della villa e di alcune sue proprietà.
Le inoltrò soltanto i documenti di cui aveva disponibilità e chiese un controllo delle autorizzazioni, dei pagamenti e del contratto di lavoro di Isabella.
Claudia volle sapere se esistessero contestazioni formali.
«Potrebbero esserci», rispose lui.
«Non voglio trarre conclusioni prima di distinguere i fatti dalle accuse.»
Mentre aspettava, Riccardo andò nel salottino del piano superiore.
La parete davanti alla finestra era stata ridipinta e sulla cornice del parquet si vedeva ancora una lieve traccia dove un mobile pesante era rimasto per anni.
Chiamò quindi il deposito indicato nel registro dei trasporti della villa.
L’addetto confermò che la specchiera era custodita lì, imballata e catalogata come oggetto da ricollocare al termine dei lavori.
Non disse che fosse perfetta, perché non ne aveva verificato di recente le condizioni.
Concordò però di inviare una scheda di presa in carico e alcune fotografie risalenti al giorno del trasporto.
Poco prima di mezzogiorno, Claudia richiamò.
La fattura era stata effettivamente pagata dalla contabilità domestica.
L’ordine di pagamento riportava un’autorizzazione elettronica effettuata tramite l’utenza che Riccardo aveva abilitato mesi prima per Valeria, affinché gestisse gli allestimenti del matrimonio.
«La mia firma sul foglio di Isabella?» chiese lui.
«Non compare in nessuna autorizzazione originale che abbia trovato», rispose Claudia.
«Il documento sembra una scansione stampata. Dobbiamo accertare da dove provenga, senza anticipare giudizi.»
La società destinataria del versamento si chiamava Aurora Eventi e Servizi.
Il nome compariva anche in altre spese per arredi temporanei, consulenze e forniture legate alle nozze.
Claudia non poteva stabilire in poche ore se fossero tutte legittime.
Poteva però dire che nessuna pratica ordinaria autorizzava a trattenere lo stipendio di una lavoratrice sulla base di una semplice dichiarazione.
Riccardo si sedette davanti alla scrivania.
Aveva dato a Valeria una delega, aveva letto con superficialità i riepiloghi e aveva trasformato un rapporto di fiducia personale in un sistema privo di controllo.
Quella responsabilità non scompariva perché il matrimonio era stato annullato.
Nel pomeriggio Isabella tornò alla villa, questa volta senza il grembiule.
Aveva deciso di non entrare più in servizio finché la situazione non fosse stata chiarita.
Riccardo la accolse nello studio insieme a Claudia, che si presentò e spiegò perché stesse esaminando i conti.
Isabella ascoltò attentamente, poi aprì sul telefono il registro delle proprie ore.
«Non ho cominciato a segnare tutto per accusare qualcuno», disse.
«Lo facevo perché ogni settimana mi dicevano che ricordavo male.»
C’erano date, incarichi, messaggi relativi ai turni e fotografie delle stanze dopo le pulizie.
Tra quelle immagini ne compariva una della specchiera, ancora appesa alla parete il giorno prima dell’arrivo dei trasportatori.
Il vetro non mostrava rotture visibili, ma Claudia ricordò che una fotografia non bastava a stabilire lo stato completo di un oggetto.
Fu Isabella stessa a proporre una verifica indipendente.
Poi mostrò un messaggio di Valeria ricevuto dopo la firma della dichiarazione.
Diceva che, se avesse disturbato Riccardo con altre richieste, avrebbe perso il posto e ogni possibilità di ottenere una referenza.
Non conteneva minacce esplicite contro sua madre, ma Isabella spiegò che Valeria conosceva la dipendenza economica della famiglia dal suo stipendio.
«A volte non serve dire tutto», osservò Isabella.
«Basta ricordare a una persona quello che rischia.»
Claudia prese nota senza chiedere il telefono.
Riccardo domandò a Isabella se volesse valutare la situazione con un consulente del lavoro scelto da lei.
Le avrebbe anticipato le somme non contestate e facilitato la consegna dei prospetti, ma non intendeva condizionare la sua decisione con un pagamento.
«Voglio anche sapere chi le ha mandato quel messaggio», disse Isabella.
Riccardo si irrigidì.
Non le aveva parlato del numero sconosciuto perché temeva di esporre chi aveva tentato di avvertirlo.
Le mostrò allora il testo, oscurando il numero sullo schermo prima di domandarle se riconoscesse la formulazione.
Isabella sorrise appena, senza allegria.
«Penso di sapere chi è. Ieri sera, prima del ricevimento, la signora Marta mi ha detto che non poteva continuare a fare finta di niente.»
Marta era la collaboratrice incaricata della lavanderia esterna e passava in villa due volte alla settimana.
Non aveva assistito alla scena del vino, ma aveva sentito più volte Valeria urlare e aveva visto Isabella uscire dal salottino in lacrime.
Quando Riccardo le telefonò con il consenso di Isabella, confermò di avere inviato l’avvertimento.
«Avevo paura di sbagliarmi», confessò Marta.
«E anche di perdere i miei incarichi. Ieri ho capito che il mio silenzio non proteggeva nessuno.»
Quella sera arrivò una comunicazione formale dal legale di Valeria.
Si chiedeva di non diffondere accuse e si sosteneva che Isabella avesse ammesso per iscritto di avere danneggiato la specchiera.
In allegato c’era la stessa dichiarazione con la firma attribuita a Riccardo.
Ma il foglio conteneva una nuova frase, assente dalla copia conservata da Isabella: «Rinuncio a ogni ulteriore pretesa economica».
Claudia confrontò le due versioni e smise di prendere appunti.
Per scoprire chi aveva aggiunto quella rinuncia e quale scelta avrebbe fatto Isabella, leggi la Parte 4.













