Valeria rimase immobile, come se aspettasse che Riccardo ritirasse quelle parole davanti agli invitati.
Quando capì che non sarebbe successo, posò il bicchiere sulla consolle con una cura innaturale.
«Non puoi umiliarmi così per una domestica.»
«Non è per il suo mestiere», rispose Riccardo.
«È per quello che le hai fatto, e per il fatto che lo consideri normale.»
La donna dalla quale il marito aveva trattenuto un gesto di protesta si fece avanti.
Si chiamava Elena Bassi, era un’amica di famiglia e conosceva Riccardo da vent’anni.
«Ho visto tutto», disse con voce bassa.
«Il bicchiere l’hai urtato tu, Valeria. Isabella cercava di pulire quando l’hai fermata.»
Valeria la fissò con incredulità.
«Adesso ti metti contro di me anche tu?»
«Avrei dovuto parlare prima», ammise Elena.
«Questo è il punto.»
Quelle parole fecero abbassare gli occhi a più di un invitato.
Riccardo non cercò di trasformare il momento in un tribunale pubblico.
Chiese agli ospiti di congedarsi, pregò Elena di lasciargli il suo numero e telefonò al servizio auto perché riaccompagnasse a casa chi ne avesse bisogno.
Non intendeva permettere che Isabella diventasse l’argomento di conversazione della serata.
Valeria, invece, sembrava ancora preoccupata soltanto delle apparenze.
«Tra tre settimane dobbiamo sposarci. Sai quanta gente ha già prenotato il viaggio?»
«Domani avviserò tutti personalmente.»
«E la mia famiglia?»
«Anche loro.»
Valeria cercò il telefono nella borsa.
«Allora sentirai il mio avvocato. E sentirai parlare di quello che questa ragazza ha combinato in casa tua.»
Isabella sussultò appena.
Riccardo se ne accorse, ma non la interrogò davanti agli ultimi ospiti.
Aspettò che l’ingresso si svuotasse, poi indicò a Valeria l’anticamera dove aveva lasciato il cappotto.
«Puoi prendere le tue cose personali stasera. Il resto lo faremo ritirare nei prossimi giorni, concordando un orario.»
«Mi stai cacciando come un’estranea?»
«Ti sto chiedendo di andartene. Non peggiorare questa notte.»
La porta si richiuse dietro di lei poco dopo mezzanotte.
L’eco dei tacchi scomparve sul vialetto di ghiaia.
Riccardo rimase per qualche secondo con la mano sul bastone, mentre la villa tornava silenziosa.
Isabella era ancora accanto al buffet, intenta a raccogliere i bicchieri intatti.
Aveva ricominciato a lavorare quasi per riflesso.
«Lascia stare, per favore», disse lui.
«Devo sistemare prima di andare via.»
«Domani penseremo a come riordinare. Stanotte puoi tornare a casa.»
La ragazza annuì, ma non si mosse.
Riccardo comprese che il permesso di uscire non bastava a cancellare la paura.
Le propose di sedersi in cucina, dove nessuno avrebbe potuto ascoltare senza il suo consenso.
Portò due bicchieri d’acqua e lasciò aperta la porta.
«Non devi raccontarmi niente che non te la senti di raccontare», disse.
«Però voglio sapere se Valeria ti ha minacciata.»
Isabella sfiorò il bordo del bicchiere.
«Mi ha detto che non avrei trovato un altro lavoro in tutta la Brianza.»
«Quando?»
«La prima volta a luglio. Avevo chiesto di essere pagata per alcune ore aggiuntive. Da allora è successo quasi ogni settimana.»
Riccardo pensò al modo in cui aveva sempre lasciato a Valeria la gestione dei preparativi, delle pulizie straordinarie e dei turni.
Credeva di alleggerirsi di un compito domestico.
Non si era chiesto che cosa significasse consegnare quel potere a qualcuno che pretendeva obbedienza assoluta.
«Perché non sei venuta da me?»
Isabella alzò finalmente gli occhi.
«Una volta ci ho provato. Le ho chiesto di cambiare turno e lei era lì, ricorda? Dopo mi ha detto che avevo tentato di metterla in cattiva luce.»
Riccardo ricordò perfettamente quella mattina.
Ricordò anche di avere sorriso, rassicurato dalla spiegazione di Valeria.
Fu un ricordo più difficile da sopportare della scena appena vista.
«Mi dispiace», disse.
«Avrei dovuto chiederti di parlare da sola.»
«Non voglio che mi compatisca, signore. Ho bisogno che mi creda quando le mostrerò alcune cose.»
La precisione di quella risposta lo colpì.
Non era la voce di una persona in cerca di vendetta, ma di qualcuno che aveva ripetuto troppe volte la verità senza trovare ascolto.
Isabella spiegò che da tre mesi una parte del denaro che le spettava non le veniva corrisposta.
Valeria sosteneva che dovesse rimborsare il danno provocato a una specchiera antica nel salottino del piano superiore.
Secondo lei, il restauro sarebbe costato settemilaottocento euro.
«Quale specchiera?» domandò Riccardo.
«Quella con la cornice dorata, davanti alla finestra. L’hanno portata via due uomini a giugno.»
«Ricordo. Doveva essere spostata per i lavori alle pareti.»
«La signora ha detto che l’avevo fatta cadere mentre pulivo. Ma non è vero.»
La ragazza aprì la borsa, estrasse una busta piegata più volte e la posò sul tavolo.
Dentro c’erano fotocopie di turni, annotazioni sulle ore e una dichiarazione con la sua firma.
Sotto la dicitura «presa visione del danno», un’altra firma autorizzava trattenute sui compensi.
Riccardo avvicinò il foglio alla lampada.
La firma in fondo portava il suo nome.
Era molto simile a quella che usava nei documenti aziendali, ma lui non ricordava di avere mai visto quella dichiarazione.
«Chi ti ha consegnato questo foglio?»
«Valeria. Ha detto che lei aveva già deciso tutto. Se non firmavo, mi avrebbe denunciata per il danno e avrebbe scritto alle famiglie per cui avevo lavorato prima.»
Riccardo guardò ancora la firma, poi il volto stanco di Isabella.
Non le promise che sarebbe stato semplice risolvere tutto.
Le chiese soltanto il permesso di fare una copia del documento e le assicurò che l’originale sarebbe rimasto con lei.
«Prima di tutto verificheremo ogni trattenuta», disse.
«Poi potrai decidere come procedere, senza pressioni da parte mia.»
Isabella rimise i fogli nella busta, ma ne trattenne uno tra le dita.
«C’è una cosa che ancora non sa. Valeria non mi chiedeva soltanto di pagare per quella specchiera.»
Fece scorrere sul tavolo una seconda pagina, rimasta nascosta dietro il prospetto delle ore.
In alto c’era l’intestazione di una società di servizi e, accanto al nome di Isabella, la parola «responsabile».
Riccardo lesse la data e riconobbe il numero di una fattura che aveva già visto nell’estratto conto della villa.
Era stata pagata per intero due settimane prima.
Per capire perché il nome di Isabella comparisse su una spesa già saldata, continua con la Parte 3.













