«Come fa a sapere del cappottino?» chiesi, senza riuscire a controllare la voce.
«Perché l’ho tenuto io fra le mani» rispose Caterina.
«Ti prego, non venire da sola.»
Anna intervenne e si presentò.
Disse che ogni colloquio avrebbe dovuto svolgersi con il consenso di tutti, senza promesse di immunità e senza occultare documenti.
Caterina accettò di incontrarci il giorno dopo nel suo appartamento, purché non ci fosse Margherita.
Quella condizione mi ferì, ma compresi che non avrei potuto ottenere una confessione strappandola a forza.
Prima dell’incontro, Lucia mi consegnò il cappottino in una custodia pulita.
Non lo lavava da anni.
Temeva di rovinarne il tessuto e, forse, di cancellare un legame che non sapeva nominare.
Lo prendemmo con noi senza toccare le cuciture.
Anna aveva spiegato che, se fosse diventato una prova, dovevamo poter ricostruire come era stato conservato.
Caterina abitava al primo piano di una casa bassa, alla periferia di Chieri.
Aprì dopo il secondo squillo.
Aveva capelli grigi tagliati corti e un bastone appoggiato all’ingresso.
Quando vide la mia mano destra, distolse immediatamente gli occhi.
«Eri piccolissima» disse.
«Non ti avevo mai immaginata adulta.»
Ci fece accomodare nel soggiorno.
Anna posò sul tavolo un registratore e chiese il permesso di usarlo.
Caterina acconsentì.
Le spiegò che non era obbligata a rispondere e che avrebbe potuto farsi assistere da un legale.
«Lo so» disse Caterina.
«Sono stanca di essere aiutata a tacere.»
Raccontò che ventidue anni prima svolgeva mansioni amministrative presso il convento Sant’Anna e conosceva alcune volontarie dell’ospedale Santa Cecilia.
Il giorno dell’incendio era stata chiamata per procurare coperte e mezzi di trasporto.
Vide una neonata portata fuori dal reparto e riconobbe il medaglione regalato da suo fratello a Margherita.
Fu lei a chiedere di accompagnarla verso il punto di raccolta provvisorio.
«Pensavo di riportarla a sua madre appena fosse finito il caos» disse.
«E perché non lo fece?» domandò Anna.
Caterina guardò il pavimento.
«Chiamai Tommaso.
Gli dissi che sua figlia era viva e che l’avevo con me.
Lui arrivò e mi ordinò di non tornare in ospedale.»
Mi si chiuse lo stomaco.
«Perché?»
«Disse che era stata segnalata una morte, che avrebbero accusato me del trasferimento e che Margherita era sedata.
Prometteva di sistemare tutto il giorno dopo.»
«E il giorno dopo?»
«Mi chiese di portarti a Sant’Anna.
Disse che sarebbe stata una sistemazione temporanea, al sicuro da indagini e scandali.
Io gli credetti perché era mio fratello.
Poi capii che non aveva alcuna intenzione di riportarti indietro.»
Non sapevo cosa mi indignasse di più: la facilità con cui raccontava quella scelta o i ventidue anni necessari per ammetterla.
Caterina si strofinò le mani come per togliersi qualcosa dalle dita.
«Quando provai a oppormi, Tommaso mi disse che, se avessi parlato, mi avrebbe fatto accusare di aver rapito una bambina.
Avevo firmato io l’ingresso al convento con informazioni incomplete.
Aveva ragione su una cosa: ero colpevole anch’io.»
«Lucia sapeva?» chiesi.
«No.
Le dissero che eri stata lasciata da uno sconosciuto.
Era una donna valutata dai servizi per un affidamento.
Non le raccontarono altro.»
Mi appoggiai allo schienale.
Per anni avevo temuto che Lucia mi avesse mentito su tutto.
Scoprire che anche lei era stata tenuta all’oscuro non cancellava il suo silenzio sul biglietto, ma lo rendeva comprensibile.
Anna mostrò a Caterina la fotografia del foglietto: «Caterina.
Non tornare.» La donna riconobbe la scrittura di Tommaso.
Spiegò che lui le aveva lasciato quel messaggio su un foglio staccato dal suo taccuino, quando si erano incontrati vicino al parcheggio dell’ospedale.
Lei lo aveva nascosto nella fodera, perché aveva paura di dimenticare di aver ricevuto un ordine.
Quel ragionamento mi parve strano, finché non aggiunse che la polizia avrebbe potuto trovarlo se fosse stata fermata con la bambina.
Alla fine lo aveva lasciato cucito lì, incapace di distruggerlo.
«C’è un’altra cosa» sussurrò.
Indicò l’orlo interno del cappottino, sotto il bordo della manica.
Lucia disse che non aveva mai notato quella doppia cucitura.
Anna propose di non aprirla nell’appartamento, ma di farla esaminare e documentare da una persona competente.
Caterina annuì.
«Ci misi il cartellino che avevo tolto dalla copertina.
Sopra c’erano il numero e il cognome della madre.
Se qualcuno fosse venuto a prenderti, volevo che avesse qualcosa di più del mio ricordo.»
«Ma non è venuto nessuno» risposi.
«Una donna venne a chiedere informazioni» disse Caterina.
«Non era Margherita.
Era un’infermiera.
Le dissero che non c’era nessuna bambina da restituire.»
Pensai subito ad Adele, ma non volli anticipare una risposta che non avevamo verificato.
Caterina confessò di aver ricevuto denaro da Tommaso per anni, sotto forma di donazioni destinate a coprire le spese del convento.
Non seppe dirmi se fossero stati fondi personali o soldi amministrati per conto di Margherita.
Avrebbe cercato le ricevute.
Prima di lasciare la stanza le domandai se, almeno una volta, avesse pensato di raccontare tutto a Margherita.
Caterina disse che aveva scritto tre lettere mai spedite.
Tommaso le aveva ripetuto che la moglie non avrebbe retto un’altra perdita e che io, crescendo, avrei sofferto se qualcuno avesse sconvolto la mia famiglia affidataria.
Sentii rabbia nel constatare che entrambe le nostre vite erano state usate come giustificazione del silenzio.
Caterina non contestò la mia reazione.
Aprì un cassetto e promise di mettere le lettere a disposizione dell’avvocata.
Quando ci alzammo, Caterina mi chiese perdono.
La guardai a lungo.
Avevo desiderato risposte, non quella parola.
Non ero pronta a offrirle sollievo.
«Adesso deve dire tutto anche a chi indagherà» dissi.
«È l’unico gesto che posso ascoltare.»
Uscimmo con il cappottino e la registrazione.
Nel cortile il telefono di Anna vibrò.
Era un messaggio del laboratorio: il referto genetico era disponibile, ma poteva essere consegnato solo attraverso la procedura di identificazione concordata.
Margherita avrebbe ricevuto la stessa comunicazione.
Non avevo ancora letto il risultato quando vidi un’altra notifica.
Sul mio schermo comparve la fotografia di un foglio firmato, inviata da un numero che non conoscevo.
In cima c’era il nome di Margherita.
Sotto, una frase sosteneva che lei avesse chiesto volontariamente di rinunciare alla figlia.
Tommaso non voleva più soltanto negare la mia esistenza.
Ora sembrava voler accusare la donna che mi aveva cercata per ventidue anni.
Per scoprire chi aveva firmato davvero quel documento, continua con la Parte 6.













