Anna non strappò la lettera e non telefonò a Tommaso per chiedere spiegazioni.
La mise in una cartellina, annotò l’ora in cui era arrivata e chiese alla segretaria di conservare la busta.
Poi mi invitò a cambiare una sola cosa: smettere di rispondere a chiunque cercasse di spaventarmi senza fornire un fatto verificabile.
«Le persone che vogliono proteggere una verità portano documenti» disse.
«Quelle che vogliono controllare una storia spesso cominciano con le minacce.»
Tornai al ristorante con la sensazione di essere osservata.
Paolo mi mostrò un foglio lasciato al banco da un uomo che non si era presentato: riportava il mio turno del giorno seguente e un numero da chiamare «per chiarire un malinteso».
Non telefonai.
Fotografai il foglio e lo mandai ad Anna.
Quella sera lei mi consigliò di documentare ogni contatto e, se qualcuno avesse tentato di avvicinarmi con la forza, di chiedere subito aiuto.
Margherita, intanto, aveva lasciato la casa in cui viveva con Tommaso.
Si era trasferita nell’appartamento di una vecchia amica a Torino, portando solo una valigia.
Me lo disse senza farne un sacrificio da esibire.
«Non so ancora che cosa sia accaduto» confessò.
«Ma so che non posso continuare a chiedere spiegazioni a una persona che mi ordina di non cercarle.»
Ci incontrammo in una sala riservata di un laboratorio accreditato, dopo che Anna aveva verificato la procedura.
Margherita e io firmammo i consensi separatamente.
Ci spiegarono i limiti dell’esame, il modo in cui sarebbero stati identificati i campioni e che il risultato avrebbe richiesto tempo.
Lucia aspettò fuori, leggendo tre volte la stessa pagina di un giornale.
Quando uscii, le due donne si trovarono una di fronte all’altra.
Margherita la ringraziò per essersi presa cura di me.
Lucia rispose che aveva fatto soltanto ciò che una bambina meritava.
Nessuna delle due cercò di impadronirsi della parola «madre».
Fu un incontro breve, impacciato, ma non ostile.
Sergio portò ad Anna il nome dell’ospedale, Santa Cecilia, e il contatto di un’ex caposala ancora in vita.
Si chiamava Adele Rota.
Disse che il giorno dell’incendio era di turno nell’area neonatale e che, dopo l’evacuazione, era stata ascoltata da un’inchiesta interna.
Anna le scrisse chiedendo un colloquio; Adele accettò a condizione di incontrarci senza Tommaso.
La trovammo a Collegno, in una casa con gerani alle finestre.
Era una donna minuta, con mani ferme e occhi che sembravano misurare ogni parola.
Posò davanti a sé un quaderno rilegato.
«Non sono gli atti ufficiali» precisò.
«Sono appunti che presi allora per ricostruire i turni.
Ho conservato soltanto le pagine che mi riguardavano.»
Ricordava il fumo nel corridoio, l’allarme difettoso e i lettini spostati nel parcheggio coperto.
Alcuni neonati erano stati trasferiti in ambulanza verso una struttura temporanea.
Tra loro ce n’era una senza cartellino visibile sulla copertina, ma con un braccialetto al polso.
Una donna estranea al personale ospedaliero aveva insistito per accompagnarla.
«Chi era?» chiesi.
Adele aprì il quaderno su una pagina segnata da un angolo ripiegato.
«La chiamavano Caterina.
Diceva di essere incaricata da un familiare.
Io le chiesi di allontanarsi.
Ma durante l’evacuazione non potevo controllare ogni porta.»
Margherita diventò immobile.
«Mia cognata?»
«Non posso esserne certa dopo ventidue anni.
Ricordo il nome, il cappotto beige e che portava al collo una croce di legno.
Non ricordo il cognome.»
Era meno di quanto speravamo, ma più di quanto avevamo avuto fino a quel momento.
Adele ci mostrò una nota relativa al numero di braccialetto annotato da Sergio.
Corrispondeva a quello di una neonata nata la notte precedente, non al trasferimento di un corpo.
Anna fotografò gli appunti con il suo consenso e preparò una richiesta per acquisire i registri completi dell’ospedale.
«E il certificato di morte?» domandò Margherita.
«Non ne vidi uno» rispose Adele.
«So soltanto che a me ordinarono di non parlare più del caso.
Ci dissero che la direzione si sarebbe occupata delle famiglie.»
All’uscita Margherita rimase in silenzio lungo tutto il viale.
Poi mi chiese se mi avesse fatto soffrire ascoltare quella testimonianza.
«Mi fa più male pensare che nessuno abbia cercato davvero la bambina senza cartellino» risposi.
Lei annuì.
Per la prima volta non pianse.
Estrasse il cellulare e chiamò la banca chiedendo un appuntamento per verificare alcune vecchie disposizioni finanziarie.
Mi spiegò che, dopo il parto, Tommaso aveva gestito molte questioni pratiche perché lei non riusciva neppure a uscire di casa.
Non sapeva quali somme fossero state spese né a favore di chi.
Fu Adele a chiederci di non trattare il suo quaderno come una verità completa.
Aveva scritto gli appunti dopo ore di emergenza e non poteva garantire l’ordine esatto di ogni spostamento.
Anna le promise che le sue parole sarebbero state riportate con le incertezze che contenevano.
Io osservai quella donna anziana chiudere piano il quaderno, come se pesasse più di tutti i documenti in nostro possesso.
Per ventidue anni anche lei aveva convissuto con il dubbio di non aver protetto abbastanza una bambina.
Non avevo il diritto di assolverla, né il desiderio di accusarla prima di conoscere i fatti.
Ma le ero grata per averci lasciato vedere le sue note.
Nel pomeriggio ricevemmo un messaggio di Sergio: aveva trovato il recapito attuale di Caterina, in una piccola abitazione alle porte di Chieri.
Non la vedeva da anni, ma un uomo che conosceva il convento gli aveva confermato che era ancora viva.
«Non possiamo presentarci alla sua porta e costringerla a parlare» mi avvertì Anna.
«La contatteremo in modo corretto.»
Prima che potesse farlo, sul mio telefono comparve una chiamata da un numero sconosciuto.
Risposi mettendo il vivavoce, con Anna accanto.
Una donna mi chiese se fossi Emilia, poi rimase qualche secondo in silenzio.
«Sono Caterina» disse infine.
«Non credere a tutto quello che mio fratello ti dirà.
Ma prima di vederti devo sapere una cosa: Lucia ha ancora il cappottino azzurro?»
Sentii il sangue salirmi alle tempie.
Non avevamo mostrato quel cappottino a nessuno, fuori dallo studio legale.
Come poteva conoscerlo?
E perché aveva paura proprio della sua fodera?
Per capire quale prova Caterina avesse nascosto nel cappottino, continua con la Parte 5.













