Non andai subito a casa.
Rimasi seduta alla fermata del tram, con il telefono fra le mani, finché Lucia non mi richiamò.
Mi pregò di non parlare con nessun altro e di raggiungerla prima di prendere qualunque decisione.
Non aveva mai usato quel tono con me.
Era spaventata, ma non stava cercando di zittirmi: sembrava temere che qualcuno potesse arrivare prima di me.
Lucia viveva nello stesso appartamento di Barriera di Milano in cui ero cresciuta.
Quando aprì la porta aveva ancora il grembiule da cucina.
Mi abbracciò così forte che il medaglione mi premette contro lo sterno.
«Non ti sto chiedendo di scegliere fra due madri» dissi subito.
Lei chiuse gli occhi.
«E io non ti chiederò mai di farlo.»
Mi fece sedere al tavolo e tirò fuori una scatola di latta che ricordavo piena di fotografie scolastiche.
Sotto le immagini c’erano un cappottino azzurro, minuscolo, una ricevuta ingiallita e una busta piegata.
Lucia aprì piano la fodera del cappotto.
La cucitura era stata rifatta a mano, con un filo più scuro del tessuto.
All’interno era rimasto un rettangolino di carta, protetto da una pellicola.
Si leggevano tre parole: «Caterina.
Non tornare.» Sotto, una data corrispondeva al giorno dopo l’incendio.
«Chi ha scritto questo?» domandai.
«Non lo so.
Quando mi affidarono la bambina, la superiora mi disse che il cappotto apparteneva a chi l’aveva portata al convento.
Scoprii il biglietto settimane dopo.
Chiesi spiegazioni, ma lei mi rispose che non dovevo cercare chi ti aveva abbandonata.»
Lucia parlava di me come di una bambina ricevuta in dono, non comprata o sottratta.
Mi mostrò il decreto che aveva regolato il mio affidamento provvisorio e, negli anni seguenti, la sua nomina a tutrice.
I documenti riportavano la dicitura «minore di genitori non identificati».
Nessuno conteneva una certificazione della morte di un’altra bambina.
Era il primo dettaglio concreto che impediva di sovrapporre facilmente le due storie.
«Perché non mi hai detto del biglietto?»
«Ti avevo raccontato tutto quello che conoscevo con certezza.
Quel nome non sapevo a chi appartenesse.
Quando hai compiuto diciotto anni, ho pensato di mostrartelo.
Poi mi hai detto che non volevi più cercare persone che ti avevano lasciata.
Ho avuto paura di riaprire una ferita.»
«Avevo detto così perché pensavo che non mi avessero voluta.»
Lucia abbassò la testa.
Non tentò di difendersi.
Quella rinuncia a trovare una scusa mi fece capire quanto fosse sincero il suo rimorso.
Le raccontai del ristorante, del medaglione e di Tommaso.
Quando pronunciai il nome di Sant’Anna, lei indicò la ricevuta ingiallita.
Era una nota di consegna per una scatola di effetti personali destinata al convento, firmata con una sigla difficile da leggere.
Sul retro compariva un timbro di un’azienda di trasporti, non dell’ospedale.
«Conserva tutto qui, per ora» suggerii.
«Domani farò copie e parlerò con una professionista.»
Lucia mi prese la mano destra e passò il pollice accanto al segno a forma di cuore.
«Quando ti ho conosciuta avevi già questa voglia.
Le suore mi dissero che avrebbe aiutato a riconoscerti, se qualcuno fosse venuto a cercarti.»
La guardai.
«E qualcuno è venuto?»
Lei annuì lentamente.
«Una volta.
Una donna, pochi mesi dopo.
Non le permisero di vederti.
La vidi uscire dal cortile in lacrime.
Credetti fosse una parente, ma nessuno volle dirmi il suo nome.»
La descrizione era troppo vaga per trasformarla in certezza.
Eppure mi rimase addosso come una porta lasciata socchiusa.
Forse qualcuno aveva tentato di riportarmi a casa.
Forse non era affatto Margherita.
La sera chiamai Margherita.
Le dissi che non volevo incontrare Tommaso e che avrei accettato un esame genetico solo attraverso un laboratorio scelto insieme, con documenti e identificazione verificabili.
Non volevo che il riconoscimento di due medaglioni diventasse una sentenza sulla mia vita.
«Farò quello che chiedi» rispose.
«E, Emilia, Lucia deve esserci se tu la vuoi accanto.»
Le chiesi come fosse diventata madre ventidue anni prima.
Margherita raccontò di una gravidanza difficile, di un parto prematuro di alcune settimane e di un breve momento in cui le avevano messo la figlia sul petto.
Ricordava il calore della sua guancia e il medaglione infilato con l’aiuto di un’infermiera.
Poi le avevano somministrato farmaci per una complicazione.
Al risveglio era scoppiato l’incendio.
«Non ricordo di aver firmato alcun certificato di morte» disse.
«Tommaso mi spiegò che le pratiche erano state concluse dall’ospedale.
Mi fidai di lui.»
Il giorno seguente andai con Lucia da un’avvocata, Anna Ferraris, che aveva esperienza in questioni familiari.
Non mi promise verità rapide.
Fotografò i documenti, segnò le date, annotò chi aveva conservato ciascun oggetto.
Mi spiegò che una fotografia e un vago ricordo non bastavano, e che sarebbe stato necessario accedere legalmente agli archivi.
«Il medaglione è importante per voi» precisò.
«Ma noi dobbiamo distinguere ciò che suggerisce una parentela da ciò che può provarla.»
Quella frase mi rassicurò.
Era la prima persona, dopo tante ore, a non chiedermi di credere o di dubitare: mi chiedeva di verificare.
Anna mi chiese di compilare un elenco delle persone a cui avevo raccontato l’incontro al ristorante.
Non era una caccia a chi mi avesse tradita, spiegò, ma un modo per ricostruire la circolazione delle informazioni.
Scrissi il nome di Paolo, quello di Lucia e quello di Sergio.
Su Margherita misi un punto interrogativo: non sapevo se avesse confidato qualcosa al marito prima di lasciare il locale.
Mi accorsi che persino i piccoli dettagli della giornata erano diventati essenziali.
Avrei voluto tornare a quando una telefonata serviva soltanto a decidere cosa mangiare per cena.
Prima di salutarci, Anna ricevette una telefonata dalla sua segretaria.
Ascoltò in silenzio e mi guardò con una serietà nuova.
Qualcuno aveva fatto recapitare allo studio una comunicazione su carta intestata di Tommaso Valenti.
Vi si sosteneva che stessi molestando una donna fragile con una falsa storia di maternità e si pretendeva che interrompessi ogni contatto.
«È arrivata prima ancora che lei fosse mia cliente» osservò Anna.
«Come faceva a sapere che sarebbe venuta proprio qui?»
Non avevo detto a Tommaso il nome dell’avvocata.
Neppure Margherita lo conosceva.
Guardai Lucia, poi il telefono posato sul tavolo.
Qualcuno ci stava osservando più da vicino di quanto pensassimo.
Prima di affrontare chi aveva scoperto le nostre mosse, leggi la Parte 4.













