Rimasi davanti alla relazione tecnica come davanti a una fotografia di me stesso in un luogo dove non ero mai stato.
Il timbro riportava il mio nome completo.
Il numero professionale era corretto.
Anche la grafia della firma, vista rapidamente, poteva ingannare qualcuno che mi conosceva poco.
«Hai già usato questo modello?» mi chiese Giulio.
«Due anni fa, per un progetto di sistemazione del fosso lungo il confine nord. Avevo preparato una relazione sulle acque piovane, non su un complesso residenziale.»
Trovai nel mio archivio una copia di quel lavoro.
La firma appariva nella stessa posizione, con una minuscola macchia nel tratto finale.
La macchia era identica anche nel documento depositato per Residenze Saliceto.
Non era una prova conclusiva da sola, ma era un indizio concreto di una riproduzione grafica.
«Stefania aveva accesso a quel file?»
«L’avevo stampato in casa sua, l’anno scorso, quando mi aiutava a organizzare i documenti del trasloco. Non ho mai pensato che potesse servire a questo.»
Giulio non commentò la mia ingenuità.
Mi chiese invece di raccogliere le copie originali, i relativi metadati disponibili e la documentazione del progetto autentico.
Avremmo segnalato il possibile uso abusivo della mia firma all’Ordine professionale e alle autorità, oltre a contestare per iscritto la relazione presso gli uffici che l’avevano ricevuta.
Mia madre ascoltò senza interromperci.
Poi appoggiò sul tavolo il suo quaderno degli appuntamenti.
«Voglio che sia chiaro anche questo: non ho dato il consenso a nessun progetto di ville.»
«Lo scriveremo», rispose Giulio.
«No. Lo scriverò io, e voi mi direte dove consegnarlo.»
Nelle ore successive firmammo due dichiarazioni distinte.
La sua riguardava la firma attribuitale, la procura e l’assenza di autorizzazione alla trasformazione del podere.
La mia riguardava il documento tecnico che non avevo redatto.
Giulio ci aiutò a presentare una denuncia sui fatti e a trasmettere le contestazioni agli enti interessati.
Nessuno ci assicurò che sarebbe stato rapido.
Era importante non confondere l’inizio di un’indagine con la sua conclusione.
Giulio ci ricordò anche che nemmeno un consenso autentico della proprietaria avrebbe reso automaticamente edificabili i terreni.
Servivano valutazioni urbanistiche e ulteriori passaggi, impossibili da sostituire con disegni suggestivi.
Noi non potevamo impedire a Riccardo di mostrare un’idea, ma potevamo contestare con precisione quando quell’idea veniva presentata come già accettata da mamma.
Quando tornammo a Saliceto, trovammo due uomini vicino alla recinzione del pascolo.
Uno teneva in mano una macchina fotografica, l’altro una cartella rigida.
Non avevano varcato il cancello.
Si presentarono come collaboratori di uno studio di progettazione.
«Siamo qui per un rilievo preliminare», disse il più anziano.
Mamma indicò la strada pubblica alle loro spalle.
«Da lì potete guardare quello che si vede. Ma dentro non entrate. Non vi ho incaricati io.»
L’uomo cercò il nome su un foglio.
«Ci avevano detto che c’era un accordo con la proprietà.»
«Le hanno detto una cosa falsa.»
Aspettò che se ne andassero prima di voltarsi verso di me.
«Non essere arrabbiato perché ho parlato prima di te.»
«Non lo sono. Sto imparando.»
Quella sera controllammo i costi reali del podere.
I tetti delle stalle avevano bisogno di manutenzione, la pompa del pozzo era vecchia e la raccolta delle olive non rendeva sempre abbastanza.
Non bastava ripetere che quella terra era piena di ricordi: conservarla richiedeva lavoro, scelte e soldi.
Mamma mise sul tavolo i conti che teneva da anni, scritti con una precisione che nessun referto falso avrebbe potuto descrivere.
«Se un giorno deciderò di vendere un pezzo di terra, sarà perché l’avrò scelto io», disse.
«Ma non voglio cinquantotto case dove ci sono le nostre stalle.»
Le proposi di studiare un piano di riparazioni in più anni, senza impegnare terreni che non erano miei.
Per la prima volta discutemmo da adulti della fattoria, non come un figlio che promette di salvarla e una madre che nasconde le difficoltà.
Il giorno dopo Emma venne da Giulio.
Portò il suo computer, non soltanto fotografie stampate.
Spiegò che, collaborando saltuariamente all’organizzazione dei documenti per la famiglia, aveva ricevuto in copia alcune email e preparato presentazioni per gli incontri di Riccardo.
Aveva conservato i messaggi nel proprio account, senza entrare nelle caselle altrui.
Giulio volle annotare con cura come erano stati ottenuti.
Tra i materiali c’era una versione precedente della presentazione per gli investitori.
Le cinquantotto ville erano indicate come «sviluppo potenziale, subordinato a verifiche e autorizzazioni».
Nella versione successiva quella precisazione era sparita.
Al suo posto compariva una riga: «Disponibilità della proprietà assicurata».
«Chi l’ha cambiata?» chiesi.
Emma guardò il tavolo.
«Stefania mi ha mandato la versione definitiva. Ho ancora il messaggio con la sua richiesta di togliere le condizioni dal titolo principale.»
Il messaggio non provava chi avesse falsificato tutte le firme.
Ma dimostrava che mia ex promessa sposa non era un’ospite inconsapevole di un progetto concepito dal padre.
Emma si asciugò gli occhi.
«Le ho detto che sembrava una truffa. Mi ha risposto che Carlo avrebbe capito quando sarebbe stato suo marito.»
Mi fece male sentirlo, anche se conoscevo già le email sul matrimonio.
Avrei voluto che esistesse una frase capace di separare completamente la donna che avevo amato da quella che stava davanti a noi nei documenti.
Non esisteva.
Due giorni dopo una vicina telefonò a mia madre per chiederle se fosse vero che presto sarebbe andata in una residenza assistenziale.
Un’altra le domandò se si ricordasse ancora i nomi delle persone del paese.
Non sapevamo da dove fosse partita la voce, ma il suo effetto era chiarissimo.
«Mi vogliono fare vergognare di rispondere alla porta», disse mamma.
Quella sera Riccardo annunciò tramite un invito circolato tra i proprietari della zona una presentazione privata del progetto, prevista per il sabato seguente in una villa fuori Siena.
Il volantino riportava ancora il nome Residenze Saliceto e parlava di un’opportunità ormai pronta per la fase successiva.
Mostrai l’invito a mamma, convinto che non avrebbe voluto avvicinarsi a quella famiglia.
Lei lesse il testo due volte.
«Se stanno usando il mio nome davanti a quella gente, voglio che sappiano dalla mia voce che non hanno il mio permesso.»
«Non dobbiamo presentarci senza un piano.»
«Allora prepariamone uno.»
Fu la prima volta che la vidi chiedere di entrare volontariamente in una stanza piena di persone pronte a giudicarla.
Ma non sapevamo ancora che cosa Stefania avrebbe detto di lei davanti a tutti.
Per seguire Margherita nel confronto che aveva scelto, continua con la Parte 5.













