Emma rimase immobile, con le dita strette intorno al bordo della scrivania.
Io interruppi la chiamata con Riccardo.
La voce di Stefania arrivò ancora, questa volta più vicina.
«So che sei dentro. Ho visto la tua macchina.»
Non avevamo il tempo di nascondere i fascicoli, e non volevo farlo.
Li rimisi sul tavolo nell’ordine in cui li avevo trovati.
Avevo già fotografato le pagine principali con il telefono; sullo schermo erano rimaste la procura, i nomi dei presunti medici e la planimetria delle cinquantotto ville.
Non sapevo ancora se quelle immagini sarebbero servite in tribunale, ma non potevo fingere di non aver visto.
«Apriamo», dissi a Emma.
Lei scosse la testa.
«Mio padre non doveva essere con lei.»
«Allora ascolteremo quello che hanno da dire.»
Stefania entrò senza salutare.
Aveva ancora il trucco della cerimonia, ma non l’abito bianco.
Indossava un tailleur color sabbia e stringeva una borsa che riconobbi: l’avevamo acquistata insieme durante un fine settimana a Firenze.
Si fermò sulla soglia dello studio.
«Emma, che cosa hai fatto?»
Sua sorella si mise davanti alla scrivania.
«Ho smesso di aiutarti.»
Stefania guardò me, poi i fogli.
Per la prima volta da quando la conoscevo, non trovò subito una frase capace di trasformare la colpa in un malinteso.
«Non dovevi entrare qui, Carlo.»
«E tu non dovevi scrivere il nome di mia madre su una richiesta che lei non ha mai visto.»
«È una bozza.»
«E i referti?»
«Valutazioni preliminari.»
«Di medici che non l’hanno visitata?»
Stefania serrò le labbra.
«Mio padre voleva tutelare tutti. Il podere è troppo impegnativo per una donna della sua età.»
«Mia madre ieri ha caricato da sola il fieno che dovevo spostare io. Non significa che non possa ammalarsi, ma significa che nessuno può inventarsi una malattia per decidere al posto suo.»
Lei distolse lo sguardo.
«Non capisci quanto vale quel terreno.»
«Vale la vita che ci abbiamo vissuto.»
«Parlo di soldi veri, Carlo.»
Emma fece un passo avanti.
«Questa è la frase che ripeti da mesi. Quando le hai chiesto almeno di parlarne con Margherita, papà ha detto di aspettare dopo le nozze.»
Stefania la fissò con un rancore che non le avevo mai visto rivolgere a sua sorella.
«Hai copiato le mie email?»
«Mi avevi chiesto di preparare le cartelle per il tuo avvocato. Le ho lette perché c’era il nome di una persona che conosco. Non sono più riuscita a chiudere gli occhi.»
Un rumore di passi ci fece voltare.
Riccardo era comparso all’ingresso e non si era neppure tolto gli occhiali scuri.
«Basta con questa scenata», ordinò.
«Lei ha parlato di mia madre come di una pratica da archiviare», risposi.
«Quando una proprietà rende meno di quanto potrebbe, qualcuno deve avere il coraggio di pensare al futuro.»
«Non è la tua proprietà.»
«Ancora», disse lui.
Nessuno parlò per un istante.
Riccardo se ne accorse e tentò di correggersi.
«Intendevo dire che le possibilità possono cambiare.»
«Ho sentito benissimo.»
Stefania si avvicinò.
«Se esci con quelle fotografie, non torneremo più insieme.»
La guardai senza rabbia.
Fu questo a sorprenderla.
«Non torneremo insieme comunque.»
Emma mi accompagnò alla porta mentre suo padre continuava a minacciare azioni legali.
Prima di separarci mi sussurrò che avrebbe conservato i messaggi ricevuti e che era pronta a spiegare come aveva preparato quelle cartelle.
Non le chiesi di rubare gli originali.
Avevamo già abbastanza errori da non potercene permettere un altro.
Tornai al Podere Saliceto poco dopo mezzogiorno.
Mamma stava riparando una cerniera del cancello con una chiave inglese troppo grande per la sua mano.
Mi vide scendere dall’auto e capì subito che qualcosa era cambiato.
«Non riguarda più il matrimonio, vero?»
«No, mamma. Riguarda te.»
Ci sedemmo al tavolo della cucina.
Aprii finalmente la busta color avorio che l’avvocato Ferri mi aveva consegnato due settimane prima.
Dentro c’erano una visura dei terreni, la copia di una proposta di acquisto inviata da una società riconducibile a Riccardo e una lettera datata tre settimane prima delle nozze.
L’offerta era stata indirizzata direttamente a mia madre.
Lei aveva scritto di suo pugno, sulla prima pagina: «Non vendo».
«Perché non me l’hai detto?»
Margherita passò il dito sul margine piegato della carta.
«Avevo paura di metterti contro la famiglia della donna che amavi. Giulio mi aveva detto che dovevi sapere, e gli avevo chiesto di consegnarti tutto. Credevo che ne avremmo parlato dopo il matrimonio.»
Sentii vergogna per quella busta rimasta sotto la giacca e poi sul comodino.
«Non sei tu a dovermi proteggere dalla verità», le dissi.
«Nemmeno tu devi decidere per me, Carlo. Possiamo proteggerci senza nasconderci le cose.»
Le mostrai le foto delle carte false, una alla volta.
Quando arrivammo alle relazioni mediche, impallidì.
Non pianse.
Si alzò, prese dalla credenza il suo quaderno degli appuntamenti e lo posò accanto al telefono.
«Questi dottori non li ho mai visti. Se qualcuno dice il contrario, voglio poterlo dire io stessa.»
Chiamammo Giulio Ferri.
Ci consigliò di non affrontare da soli altre persone coinvolte, conservare messaggi e immagini senza modificarli e portargli tutto quel pomeriggio.
Ci fece anche annotare l’ora del mio ingresso nell’appartamento, quando avevo scattato le foto e quali parole ricordavo di aver sentito.
Meglio scrivere allora ciò che sapevo davvero, spiegò, che cercare di ricostruirlo settimane dopo.
Compilai quelle righe davanti a mamma, sorpreso da quanto fosse facile confondere perfino i dettagli importanti quando si aveva paura.
Soprattutto, spiegò che nessuna bozza permetteva automaticamente a Stefania di amministrare i beni di mia madre: una procedura del genere richiedeva controlli e un provvedimento del giudice.
Il pericolo erano i documenti falsi e i tentativi di usarli.
Mamma tirò un lungo respiro.
«Allora andiamo. Ma prima finisco il cancello.»
Fu quasi un sollievo vederla scegliere ancora una volta da sola una cosa piccola.
Alle quattordici e sette, mentre Giulio ci aspettava in studio, arrivò una telefonata dalla nostra banca.
L’impiegata non volle discutere i dettagli per telefono.
Disse soltanto che era stata presentata una procura a nome di Margherita e che, prima di qualsiasi operazione, la direttrice desiderava parlare personalmente con lei.
Mamma chiuse il quaderno.
«Quindi non erano soltanto fogli lasciati in un cassetto», disse.
Chi aveva portato quella firma falsa in banca, e che cosa aveva già chiesto di fare?
Per scoprire dove conduceva la procura, continua con la Parte 3.













