Vittoria guardò la chiave nella serratura e per la prima volta ebbe paura di suo padre.
Non perché credesse che l’avrebbe colpita, ma perché comprese quanto fosse abituato a decidere ciò che gli altri potevano sapere.
«Apri la porta», disse.
Riccardo non si mosse.
«Siediti. Ti spiegherò quello che è necessario.»
«Non sono una dipendente da convocare nel tuo ufficio.»
Lui lasciò la chiave nella serratura.
«Otto anni fa un nostro furgone rientrava da una consegna fuori Milano. L’autista fece una manovra per evitare un ostacolo. Una macchina uscì di strada poco dopo.»
«La macchina di Isabella Romano.»
Riccardo annuì.
Vittoria sentì svanire la speranza che si trattasse soltanto di un guasto avvenuto nello stesso periodo.
«Vi siete fermati?» domandò.
«Non ero a bordo.»
«Non ti ho chiesto dove fossi. Ti ho chiesto se il conducente si fosse fermato.»
L’espressione di Riccardo si indurì.
«Il conducente disse di non aver toccato nessuna vettura. Non posso rispondere di ogni scelta fatta da chi guida per me.»
«Ma puoi rispondere della riparazione pagata senza assicurazione.»
Lui si avvicinò alla scrivania.
«Quell’azienda dava lavoro a centinaia di persone. Se fosse esploso uno scandalo, avremmo perso contratti, finanziamenti, fiducia. E forse non avevamo neppure causato l’incidente.»
Vittoria ripensò alla propria voce nel salone del Grand Atoria.
Aveva giustificato uno schiaffo dicendo che un vestito avrebbe potuto macchiarsi.
Suo padre stava facendo qualcosa di simile, soltanto con conseguenze molto più grandi.
«Chi era Riva?»
«Un consulente che gestiva le pratiche assicurative.»
«Perché era in ospedale a parlare con una testimone?»
Riccardo non rispose subito.
Poi indicò il registro.
«Consegnami quelle carte.»
«Prima dimmi se sapevi che Arianna era la ragazza cercata dai Romano.»
«Non sapevo dove fosse finita.»
Vittoria comprese la differenza tra quella risposta e un no.
Non c’era più bisogno di discutere per capire che il padre nascondeva una parte essenziale della storia.
«Apri la porta», ripeté.
Questa volta Riccardo obbedì.
Vittoria uscì portando soltanto le copie che era autorizzata a consultare.
Non aveva ancora deciso cosa farne.
Sapeva però che, se fossero scomparse, avrebbe dovuto convivere con un’altra forma di silenzio.
Il giorno seguente chiese un appuntamento a Giulia Moretti, senza passare da Matteo.
L’avvocata le spiegò che non poteva darle consigli su come difendersi dall’accusa di aggressione mentre rappresentava Arianna.
Poteva però ricevere la sua disponibilità a consegnare documenti e indirizzarla a un proprio legale.
Vittoria accettò.
«Sono venuta perché temo che mio padre stia occultando fatti importanti», disse.
«Non perché mi aspetti che Arianna mi perdoni.»
Giulia osservò i fogli senza trattenere gli originali.
«Li faccia verificare dal suo avvocato. Dobbiamo preservare provenienza e integrità, non inseguire titoli sui giornali.»
Nel frattempo, Elena Valli aveva risposto alla richiesta di contatto.
Accettò di incontrare Giulia e Arianna, senza ricevere in anticipo la descrizione del furgone.
Ricordava una sera di pioggia, il suono violento del clacson e un mezzo commerciale bianco con una fascia blu che aveva proseguito la corsa.
Non ricordava alcun numero della targa.
«Mi vergognai di non aver saputo aiutare quella ragazza», confessò Elena.
«Arianna salì sull’ambulanza perché io tremavo troppo. Dopo, pensammo che qualcuno ci avrebbe richiamate per il nostro racconto.»
Giulia prese appunti.
Le due testimonianze non dimostravano da sole chi avesse causato l’incidente, ma confermavano che il ricordo di Arianna non era un’invenzione nata al gala.
L’avvocata consigliò di trasmettere tutto alle autorità competenti perché valutassero se e come procedere, anche alla luce del tempo trascorso.
Non promise condanne né risarcimenti.
Arianna sentì un nodo allo stomaco.
Aveva immaginato che ritrovare Isabella le avrebbe dato soltanto pace.
Invece sembrava aver riaperto una porta dietro la quale qualcuno aveva nascosto la sofferenza di molte persone.
«Se decido di raccontare ciò che ho visto», domandò, «diventerò per sempre la donna di quel video?»
Giulia si prese qualche secondo.
«Non posso controllare quello che scrivono gli altri. Posso aiutarti a difendere il tuo nome e a scegliere dove parlare.»
Arianna guardò sua madre, seduta in fondo alla stanza.
Teresa non le suggerì una risposta.
Le strinse soltanto la mano.
«Allora voglio rendere la mia testimonianza», disse Arianna.
«Ma senza una conferenza stampa e senza Matteo accanto a me davanti alle telecamere.»
Prima di lasciare lo studio, Arianna ricevette dal Grand Atoria la conferma scritta promessa dal direttore.
L’azienda aveva aperto una verifica interna sull’accaduto, conservato le registrazioni disponibili e confermato che l’aggressione non avrebbe avuto conseguenze disciplinari a suo carico.
Le venivano inoltre indicati i passaggi da concordare con il personale competente per la tutela della gravidanza.
Era una lettera di poche righe, senza parole eroiche.
Arianna la lesse due volte.
La paura di non poter pagare l’affitto non era sparita, ma per la prima volta dopo il gala non si sentì costretta a scegliere tra il lavoro e la propria dignità.
Teresa osservò il foglio.
«Questo lo hai ottenuto chiedendo una risposta precisa», le disse.
Arianna sorrise appena.
«Vorrei imparare a farlo più spesso.»
Quando Matteo lo seppe, accettò la decisione.
Non gli era facile rinunciare a prendere in mano una situazione che riguardava sua sorella, ma aveva visto quanta gente aveva già parlato al posto di Arianna.
Isabella andò a trovarla quella sera con una piccola busta.
Dentro c’era un disegno fatto durante la convalescenza: due figure su un letto d’ospedale e una mano più grande che ne stringeva una piccola.
Sul retro, in una grafia adolescenziale, aveva scritto: la ragazza che non mi ha lasciata sola.
«Lo tenevo nel cassetto», spiegò Isabella.
«Avevo paura di dimenticare la tua voce.»
Arianna le restituì il foglio con delicatezza.
«Conservalo tu. È una parte della tua storia.»
«Anche della tua.»
Quella notte Vittoria ricevette una telefonata dal proprio avvocato.
Una verifica preliminare dei registri aziendali aveva collegato la riparazione a un mezzo identificato da una sigla interna e risultante in servizio vicino all’autostrada la sera dell’incidente.
Il legale le raccomandò di non alterare nulla e di conservare le comunicazioni ricevute dal padre.
Vittoria tornò al fascicolo conservato nella propria cartella di lavoro e aprì finalmente la risposta di Riccardo a Riva.
Non conteneva una confessione sulla dinamica dell’incidente.
Conteneva una richiesta molto più precisa: sospendere ogni contatto con la testimone identificata dall’ospedale, in attesa di istruzioni della direzione.
In calce c’era un nome completo.
Arianna Ferri.
Vittoria si sedette lentamente.
Suo padre aveva saputo chi fosse quella ragazza mentre Matteo continuava a cercarla.
E per otto anni non gliel’aveva detto.
Se Riccardo conosceva il nome di Arianna fin dall’inizio, quale altra scelta aveva fatto al suo posto?
La risposta attende nella Parte 5, insieme alla decisione che Arianna non avrebbe più lasciato a nessun altro.













