La mattina seguente Arianna si svegliò sul divano di casa, con una coperta sulle gambe e il telefono pieno di notifiche.
Il video dello schiaffo era ovunque.
Qualcuno l’aveva intitolato La Cameriera Salvata dal Miliardario, come se lei non fosse mai stata altro che una comparsa nella propria vita.
Spense lo schermo.
In cucina trovò una tazza lasciata pronta da sua madre, Teresa, che abitava a poche fermate di tram e quella notte era rimasta con lei.
«Ho parlato con il medico, quando mi hai chiesto di telefonare», disse Teresa.
«Se hai bisogno, ti accompagno di nuovo. Oggi niente lavoro.»
Arianna annuì.
Aveva dormito poco, non per il dolore alla guancia ma per quel furgone che tornava nei suoi pensieri.
Non voleva inventare una targa e nemmeno permettere che altri scegliessero al posto suo ciò che doveva ricordare.
«Mamma, ricordi la scatola con i quaderni dell’università?»
«Quella che non hai mai voluto buttare?»
Nel ripostiglio, sotto vecchi libri e bollette, trovarono una scatola di cartone chiusa con lo spago.
Arianna la aprì lentamente.
Otto anni prima aveva fatto la pendolare, lavorando alla sera e studiando durante il giorno.
Dopo l’incidente aveva annotato ogni particolare che temeva di dimenticare, non pensando a un processo, ma soltanto perché i rumori dell’autostrada continuavano a svegliarla.
Sul fondo di un quaderno a righe trovò una pagina piegata.
C’erano quattro parole segnate con una penna blu: furgone chiaro, striscia blu.
Più sotto, due numeri preceduti da un punto interrogativo: 47.
Accanto aveva scritto: uomo del verbale, Riva?
Teresa le si sedette accanto.
«Adesso ricordo quel cognome. Mi dicesti che un uomo in ospedale aveva insistito per sapere se avevi visto un urto vero e proprio.»
«Non l’avevo visto. Avevo visto una manovra pericolosa, poi la macchina uscire di strada.»
«E tu gli rispondesti proprio così.»
Arianna riprese in mano il quaderno.
Non provava sollievo: quelle righe dimostravano che la sua memoria non era nata dopo aver incontrato i Romano, ma non spiegavano perché la testimonianza fosse scomparsa.
Chiamò Matteo usando il numero che lui le aveva lasciato.
Non gli inviò una fotografia del quaderno.
Chiese invece di incontrare un avvocato indipendente, scelto da lei, prima di consegnare qualsiasi cosa.
«Pagherò io», disse Matteo d’istinto.
«Preferisco parlare prima con una persona che lavori per me, non per te.»
Ci fu un breve silenzio.
«È giusto. Posso chiedere al mio legale un elenco di professionisti, ma deciderai tu.»
Quel pomeriggio Arianna incontrò l’avvocata Giulia Moretti in uno studio vicino a Porta Venezia.
Teresa l’accompagnò, mentre Matteo e Isabella attesero altrove.
Giulia esaminò il quaderno senza strapparne pagine né promettere che quelle annotazioni sarebbero bastate a dimostrare un reato.
«È importante conservare l’originale», spiegò.
«Ed è altrettanto importante distinguere ciò che hai visto da quello che hai saputo dopo.»
Arianna raccontò il luogo dell’incidente, la collega che viaggiava con lei e l’uomo incontrato in ospedale.
Ricordava di avergli descritto il furgone e di essersi fidata quando aveva parlato di un verbale.
Non ricordava, invece, di aver firmato un documento.
«Avevo vent’anni», disse piano.
«Mi sembrava impossibile che un adulto potesse fingere di fare un lavoro così serio.»
Giulia non la interruppe.
Poi le chiese il nome della collega.
Arianna lo ricordava: Elena Valli.
Avevano perso i contatti quando Elena si era trasferita a Torino, ma sua madre conservava ancora un vecchio recapito.
Giulia propose di cercarla con discrezione e soltanto per chiederle una testimonianza spontanea.
In un altro ufficio di Milano, Matteo ascoltava il proprio avvocato, Lorenzo Neri.
Il fascicolo dell’incidente non era mai stato del tutto dimenticato.
C’erano fotografie della vettura, dichiarazioni di Enzo, il conducente ferito, e la segnalazione generica di un mezzo commerciale che nessuno era riuscito a identificare.
Non c’era però alcuna testimonianza sottoscritta da Arianna.
«Il cognome Riva compare?» chiese Matteo.
Lorenzo consultò gli appunti.
«Non tra i funzionari che si occuparono del caso. Ma un consulente assicurativo con quel cognome lavorava allora per il gruppo Santoro.»
«Questo non prova che Riccardo abbia ordinato qualcosa.»
«No. E proprio per questo dobbiamo cercare documenti, non una confessione ottenuta con le minacce.»
Matteo rimase a lungo davanti alla finestra.
Per otto anni aveva creduto che il dolore fosse una questione rimasta sospesa tra sua sorella e una strada bagnata.
Adesso temeva che qualcuno avesse avuto la possibilità di aiutare e avesse scelto di proteggere i propri interessi.
Intanto, nella sede della Fondazione Santoro, Vittoria guardava il video dello schiaffo per la quarta volta.
Non sopportava i commenti che la descrivevano come una donna crudele.
Eppure era impossibile non vedere la sequenza: prima la sua mano, poi il vassoio che cadeva, poi Arianna che si proteggeva il ventre.
Suo padre le aveva ordinato di non parlare con i giornalisti e di non rispondere ai Romano.
Le aveva anche chiesto di verificare che alcuni vecchi archivi della società di trasporti fossero custoditi nell’ufficio centrale, lontano dai collaboratori della fondazione.
La richiesta l’aveva sorpresa.
Il gruppo Santoro amministrava molte attività, ma normalmente Riccardo non si occupava di cartelle vecchie di otto anni.
Vittoria conosceva il sistema documentale perché, prima di dedicarsi agli eventi benefici, aveva lavorato nell’ufficio amministrativo.
Accedette soltanto ai registri per i quali disponeva ancora di autorizzazione.
Tra le note di spesa del 2018 comparve una riparazione urgente di un furgone aziendale, effettuata due giorni dopo l’incidente di Isabella Romano.
Il documento indicava una fiancata danneggiata e una copertura della spesa direttamente autorizzata dalla direzione.
Sotto, qualcuno aveva aggiunto a mano una causale: urto nel deposito.
Vittoria pensò che fosse una coincidenza.
Poi vide il nome del consulente che aveva approvato la pratica: Riva.
Stampò il registro e cercò il fascicolo collegato.
All’interno c’era una breve comunicazione indirizzata a Riccardo, con la proposta di non coinvolgere la compagnia assicurativa fino a una verifica interna.
La risposta di suo padre era stata archiviata nello stesso fascicolo.
Prima che potesse aprirla, sentì la porta alle proprie spalle.
Riccardo era entrato senza bussare.
«Ti avevo detto di lasciare stare quegli anni», disse.
Vittoria tenne una mano sopra il foglio.
«Papà, perché il nome di Riva compare accanto a un furgone riparato dopo l’incidente dei Romano?»
Riccardo chiuse la porta a chiave.
«Perché ci sono cose», rispose, «che una figlia dovrebbe sapere soltanto quando è pronta a perdere suo padre.»
La domanda non era più se Vittoria avrebbe protetto la reputazione di famiglia, ma quanto avrebbe dovuto sacrificare per farlo.
Per scoprire che cosa Riccardo aveva nascosto negli archivi, prosegui con la Parte 4.













