Riccardo Santoro si avvicinò al tavolo dei benefattori, ma non guardava più sua figlia.
Fissava Arianna come se la sua presenza potesse mandare in pezzi qualcosa che aveva costruito con estrema cura.
«Matteo, ti prego, non trasformiamo una serata di beneficenza in uno spettacolo», disse.
«Lo spettacolo è cominciato quando tua figlia ha alzato le mani», rispose Matteo.
Arianna si aggrappò allo schienale di una sedia.
Il dolore alla schiena non era scomparso e, sotto le luci del salone, cominciava a sentire la testa leggera.
Isabella se ne accorse prima degli altri.
«Devi sederti.»
«Sto bene», mormorò Arianna.
«Non devi dimostrarlo a nessuno.»
Isabella spostò una sedia lontano dai vetri.
Quando Arianna si sedette, un applauso timido si levò da un tavolo, subito seguito da altri.
Lei arrossì ancora di più.
Non desiderava che la sua paura diventasse l’intrattenimento della serata.
«Per favore, basta fotografie», chiese.
Matteo fece un cenno al responsabile dell’evento.
I fotografi abbassarono le macchine, anche se alcuni invitati avevano già ripreso lo schiaffo con i telefoni.
Non c’era modo di cancellare quello che era successo.
Il direttore del Grand Atoria arrivò accompagnato da una dipendente dell’assistenza sanitaria presente all’evento.
Si scusò per non essere intervenuto prima e propose una visita immediata.
Arianna accettò soltanto quando Isabella le promise che nessuno avrebbe discusso del suo impiego senza di lei.
«Domani devo tornare al lavoro», precisò Arianna.
Il direttore distolse gli occhi.
«Di questo parleremo quando starà meglio.»
«No», rispose Arianna, sorprendentemente ferma.
«Ho bisogno di sapere che non perderò il posto per essere stata colpita.»
Il direttore rimase in silenzio per un istante.
«Non sarà lei a pagare per questo episodio. Glielo metterò per iscritto.»
Vittoria emise un sospiro irritato.
«Sembra che abbia aggredito qualcuno senza motivo. Il vassoio le stava cadendo addosso.»
«Mi ha colpita prima che il vassoio cadesse», disse Arianna.
La frase era semplice, ma cambiò qualcosa nel salone.
Due camerieri annuirono.
Una signora vicino all’orchestra abbassò il telefono e confermò di aver visto la stessa scena.
Vittoria osservò i loro volti e capì che, per una volta, il cognome Santoro non bastava a riscrivere i fatti.
Riccardo cercò di condurla verso l’uscita laterale.
Lei gli si sottrasse con uno scatto.
«Papà, digli qualcosa.»
«Non adesso, Vittoria.»
Era la prima volta che Arianna vedeva Riccardo rivolgersi alla figlia con autentica durezza.
Eppure i suoi occhi continuavano a tornare su di lei.
La visita avvenne in una stanza tranquilla al piano superiore.
Dopo un primo controllo, il personale sanitario consigliò ad Arianna di farsi valutare in ospedale, considerata la gravidanza e il dolore che aveva avvertito.
Matteo offrì un’automobile con autista.
Arianna preferì che fosse Isabella ad accompagnarla.
«Puoi venire anche tu», disse infine a Matteo, «ma senza altre persone.»
Durante il tragitto nessuno parlò per diversi minuti.
Isabella teneva le mani intrecciate sulle ginocchia.
Ogni tanto guardava Arianna, come per assicurarsi che non fosse un ricordo destinato a svanire.
«Ricordi davvero quella notte?» le chiese.
Arianna fissò la pioggia sul finestrino.
«Ricordo una ragazza che aveva paura di morire. Le dissi che sarebbe andato tutto bene, anche se ero terrorizzata anch’io.»
Isabella annuì lentamente.
«Non riuscivo a vedere il tuo volto. Ricordo la tua voce e il fatto che mi tenevi la mano prima che arrivassero i medici.»
«Eri in macchina con qualcuno?»
«Con Enzo, l’autista di famiglia. Rimase ferito anche lui.»
Matteo osservò entrambe dallo specchietto dell’auto, seduto davanti.
«Enzo disse che un altro veicolo aveva cambiato corsia all’improvviso. Ma non ricordava abbastanza per identificarlo.»
Arianna sentì tornare il rumore dell’autostrada.
Un clacson prolungato.
La pioggia così fitta da confondere le luci.
Una portiera che qualcuno tentava inutilmente di aprire.
«C’era un furgone», sussurrò.
Matteo si voltò.
«Che cosa hai detto?»
«Mi ero fermata poco dopo l’incidente. Ero su un’auto con una collega. Avevo visto un furgone spostarsi verso la corsia dove viaggiava Isabella.»
La giovane donna impallidì.
«Perché non l’hai raccontato?»
«L’ho fatto.»
Arianna sentì la gola chiudersi.
«In ospedale parlai con un uomo che disse di raccogliere le informazioni per il verbale. Mi fece alcune domande, poi mi spiegò che sarei stata ricontattata. Non successe mai.»
Matteo non disse nulla.
Da anni aveva cercato invano un testimone che la prima notte fosse comparso soltanto in un appunto incompleto.
Fino a quel momento aveva pensato che si fosse trattato di un errore amministrativo.
«Quel furgone aveva un segno particolare?» domandò.
Arianna scosse la testa.
«Non voglio indovinare soltanto perché voi sperate che io ricordi. Ci devo pensare.»
Matteo abbassò lo sguardo.
«Hai ragione. Non devi dimostrare niente a me.»
In ospedale, Arianna fu visitata e trattenuta per gli accertamenti che i medici ritenevano opportuni.
Il bambino stava bene e, dopo il monitoraggio, non emersero segnali immediati di complicazioni.
Le raccomandarono comunque riposo e attenzione a eventuali nuovi sintomi.
Arianna riuscì finalmente a respirare con meno paura.
Quando Isabella uscì per comprare dell’acqua, Matteo rimase vicino alla porta.
«Hai aiutato mia sorella e stanotte nessuno ha aiutato te abbastanza in fretta», disse.
«Non posso cambiare nessuna delle due cose, ma posso almeno ascoltarti.»
Arianna lo guardò.
«Allora ascolti bene: non voglio che la mia vita diventi una guerra tra persone ricche.»
«Neppure io.»
«E non voglio che qualcuno usi mio figlio per convincermi a tacere.»
Matteo esitò.
«Perché pensi che possa accadere?»
Arianna ripensò a Riccardo, al modo in cui aveva perso colore prima ancora che fosse nominato un furgone.
Non era una prova, soltanto una sensazione che l’aveva accompagnata per tutta la serata.
Il telefono di Matteo vibrò.
Era arrivato un messaggio dal suo avvocato, incaricato anni prima di seguire gli sviluppi dell’incidente.
Qualcuno aveva appena chiesto, usando il nome di Riccardo Santoro, se la famiglia Romano avesse recuperato il vecchio verbale.
Matteo mostrò il messaggio ad Arianna, senza pretendere una risposta.
Per la prima volta, lei capì che la paura vista negli occhi di Riccardo forse non riguardava soltanto lo schiaffo.
Chi aveva interesse a sapere che cosa fosse rimasto di quel verbale, dopo otto anni di silenzio?
Per scoprire perché Riccardo temeva tanto quella testimonianza, continua con la Parte 3.













