La firma di Vanessa rimase sullo schermo mentre Ferri esaminava l’allegato.
La marescialla non disse che fosse falsa: fece verbalizzare la contestazione e chiese a Vanessa documenti firmati in altre occasioni.
Le spiegò che soltanto una verifica tecnica avrebbe potuto stabilire come quella firma fosse arrivata nel file.
«Che cos’è, esattamente, questo incarico?» domandò Evan.
Vanessa lesse ad alta voce una clausola nascosta fra le tabelle.
Prevedeva che, dopo il matrimonio, il «referente del nucleo» facilitasse il passaggio delle informazioni finanziarie all’amministratore indicato dalla fondazione.
Non le attribuiva automaticamente alcun diritto sui figli, ma la presentava come una persona già informata e favorevole alla delega.
«Non mi sono mai occupata dei tuoi conti», disse.
«Lo so», rispose Evan.
E si accorse di aver pronunciato quelle parole senza doverle forzare.
Ferri fece trattenere per gli accertamenti una copia dei documenti portati da Rebecca e chiese a Evan di consegnare il mandato ricevuto da Valli.
A metà pomeriggio, dopo aver informato l’autorità giudiziaria, organizzò verifiche urgenti sulla sicurezza della villa e sui sistemi informatici coinvolti.
Non promise che avrebbero trovato subito il responsabile dell’incidente.
Le priorità erano impedire altri accessi ai bambini e conservare prove che potessero essere cancellate.
Evan telefonò alla suocera.
Sophie disegnava sul tavolo della cucina di Lecco; Caleb si era addormentato con la testa sulla spalla di Grace.
La nonna gli disse che nessuno aveva chiesto di loro.
Per la prima volta da quella mattina Evan riuscì a respirare senza controllare una porta.
Rebecca lo ascoltava poco distante.
«Vorrei che sapessi una cosa», disse.
«Non mi aspetto che tu mi perdoni per non essere tornata prima.»
«Non so se ci riuscirò», rispose lui.
«I miei figli avevano bisogno di adulti che parlassero chiaro. Io per primo ho smesso di fare domande dopo la morte di Chiara.»
Rebecca annuì.
Non usò il dolore per difendersi, e quel silenzio rese finalmente possibile continuare a lavorare insieme.
I carabinieri proposero che Evan incontrasse Valli senza i bambini e senza firmare nulla.
L’incontro, già concordato, si tenne nello studio dell’avvocato anziché alla villa.
Evan decise di registrare la conversazione alla quale avrebbe partecipato e di consegnarla poi agli investigatori.
Vanessa lo accompagnò, non per interpretare la fidanzata perfetta, ma perché il suo nome compariva nei documenti.
Arturo Valli li accolse con la consueta cartella di pelle scura.
Aveva assistito Evan dopo il funerale, parlato con le banche e preparato decine di pratiche mentre lui non riusciva nemmeno ad aprire la posta.
Evan ricordava ogni gesto di premura e, proprio per questo, temeva ciò che avrebbe potuto scoprire.
«Mi hanno detto che oggi eri irraggiungibile», osservò l’avvocato.
«Sono stato con i bambini.»
Valli aprì il mandato.
«Il patrimonio riservato a Sophie e Caleb necessita di un unico soggetto gestore. È una misura di ordine, niente di più. Naturalmente il matrimonio con Vanessa rende opportuno aggiornare anche il quadro familiare.»
Evan sfogliò il fascicolo.
In fondo compariva una società fiduciaria di cui non ricordava di aver mai sentito parlare: Lago Servizi Patrimoniali.
«Quanto verrebbe trasferito sotto la sua gestione?»
«Non trasferito, amministrato. Sono cose diverse.»
«Quanta disponibilità avrebbe sui conti?»
Evan indicò il nome di Vanessa nell’allegato.
«Lei non può autorizzare nulla al posto mio. Perché allora la presentate come già favorevole?»
Valli chiuse la penna.
«Le domande tecniche possiamo affrontarle dopo. Oggi serve la tua firma per avviare l’iter.»
Evan capì che il matrimonio serviva a presentare il mandato come una decisione condivisa, non a creare un potere che Vanessa non possedeva.
Vanessa posò sul tavolo la copia della propria dichiarazione.
«Chi ha firmato a nome mio?»
L’avvocato la guardò senza scomporsi.
«È documentazione raccolta dall’ente che vi ha fatto conoscere. Chiedi alla fondazione.»
«La fondazione opera con lo stesso codice che compare nel suo mandato», insistette lei.
«E questa dichiarazione risulta sottoscritta prima che conoscessi Evan.»
Valli prese il foglio, lo lesse e cambiò tono.
«Se avete dubbi, fateli valutare a un professionista. Ma non confondete un errore amministrativo con un’accusa.»
Evan aveva sperato, fino a quel momento, in una spiegazione semplice.
Capì invece che l’avvocato stava chiedendo di firmare prima di ottenere le risposte.
«Non firmerò», disse.
«E voglio una copia completa dei movimenti effettuati sui beni di Chiara da quando è morta.»
Valli raccolse lentamente le carte.
«Se vuoi contestare la mia gestione, sei libero di farlo. Ma è una decisione che potrebbe complicare la tutela dei tuoi figli.»
«La complica di più il fatto che qualcuno usi il nome di Vanessa senza permesso.»
Per un istante l’avvocato fissò la porta dello studio.
Poi gli tese un elenco di documenti e promise di rispondere per iscritto.
Evan uscì senza lasciargli una firma, né una copia delle fotografie scattate da Rebecca.
Quella sera Ferri riferì soltanto gli sviluppi che poteva condividere.
Marta Belli aveva confermato l’arrivo di Rebecca al centro sanitario il giorno dell’incidente.
La vecchia scheda riportava lesioni compatibili con il racconto e un orario precedente alla dichiarazione ufficiale della sua morte.
Una perizia avrebbe dovuto stabilire che cosa fosse accaduto durante l’identificazione dei corpi.
C’era anche una traccia sul furgone.
La fotografia mostrava un adesivo di una ditta di manutenzione poi cessata, il cui ultimo responsabile operativo risultava essere Dario Serra, il capo della sicurezza che lavorava ancora per Evan.
Ferri gli spiegò che il collegamento non bastava a dimostrare una responsabilità, ma imponeva di verificare il suo ruolo sia nell’incidente sia negli accessi alla villa.
Fra le fatture della ditta risultava inoltre un lavoro di «chiusura del passaggio della serra» addebitato a Lago Servizi Patrimoniali. Era il varco che Evan credeva murato.
Vanessa recuperò allora una ricevuta che aveva conservato per il rimborso di un viaggio.
La fondazione le aveva pagato un biglietto per un incontro pubblico, ma l’ordinante effettivo risultava Lago Servizi Patrimoniali.
La stessa società indicata nel mandato di Valli.
«Mi hanno avvicinata usando il nome di Rebecca», disse Vanessa.
«E intanto preparavano carte che non avevo mai visto.»
Evan ripensò ai foglietti sotto il coniglio.
Non erano stati un invito a odiare Vanessa, ma a controllare prima di concedere fiducia a chiunque, persino a se stesso.
Quando tornò alla caserma per integrare la denuncia, Ferri gli mostrò una nuova informazione ricevuta dagli uffici che stavano riesaminando il sinistro.
La seconda vittima indicata nel fascicolo era stata riconosciuta come Rebecca sulla base di effetti personali e di documentazione medica, non di un confronto genetico conclusivo.
Nello stesso periodo risultava scomparsa una donna di nome Eva Neri, che lavorava per la ditta del furgone.
Rebecca impallidì davanti alla fotografia allegata alla segnalazione di scomparsa.
«È lei», disse piano.
«È la donna che ho visto al volante subito prima dell’urto.»
Se Rebecca aveva ragione, qualcuno aveva lasciato un’altra famiglia senza verità pur di dichiarare morta anche lei.
Ma chi aveva ordinato di nascondere l’identità della seconda vittima?
Segui la Parte 5 per scoprire quali prove riusciranno finalmente a parlare.













