«Non è Vanessa la donna che entra di notte nella camera dei bambini.»
Grace lo disse senza alzare la voce, ma Evan si fermò con la mano ancora sulla porta della cameretta.
«Che cosa hai detto?»
Sul tavolino accanto alla finestra c’erano un computer portatile e una piccola scheda di memoria. Grace non cercò di convincerlo con altre parole. Girò lo schermo verso di lui e avviò il filmato.
La registrazione mostrava proprio la cameretta di Sophie e Caleb, nella villa sul lago di Como. Evan riconobbe la finestra, il tappeto chiaro e l’armadio del figlio, gli stessi che aveva davanti a sé. Tutto sembrava immobile, fino a quando una linea scura comparve dietro il guardaroba.
Una parete si aprì.
Evan fece un passo avanti. Per un momento non vide più il filmato: rivide sua moglie china sui disegni della casa, intenta a spiegargli perché aveva voluto un passaggio di emergenza collegato alla stanza dei bambini. Doveva essere una via d’uscita in caso di pericolo. Dopo la sua morte, Evan aveva ordinato che fosse chiuso definitivamente.
«È impossibile», mormorò.
«Guarda fino in fondo», rispose Grace.
Dal varco uscì una donna. Si muoveva con attenzione, senza accendere la luce. Si avvicinò alla finestra, ne controllò la chiusura, poi fotografò il corridoio attraverso la porta socchiusa. Infine si chinò sul coniglio di stoffa di Caleb e infilò qualcosa sotto il giocattolo.
Non sfiorò né Caleb né Sophie.
Evan fissò l’ora della registrazione. Era notte fonda. I suoi figli dormivano a pochi passi da un ingresso che lui credeva murato.
Grace fece partire altri spezzoni. Cambiavano le date, non i gesti. La donna tornava ogni notte, verificava la finestra, osservava il corridoio e lasciava qualcosa sotto il coniglio.
«Le telecamere del corridoio non hanno registrato nessuno», disse Evan.
«Perché non passava dal corridoio.»
Fu allora che Grace bloccò l’immagine più nitida.
Sul collo della sconosciuta brillava un piccolo ciondolo. Evan lo riconobbe prima ancora di distinguerne bene la forma. Apparteneva a sua moglie. Era un oggetto che aveva visto centinaia di volte, quando erano ancora insieme.
Per qualche secondo riuscì soltanto a guardarlo.
Vanessa, la sua fidanzata, era rimasta accanto al tavolo. Fino a quel momento non aveva detto nulla. Quando vide il volto della donna sullo schermo, le sparì il colore dalle guance.
«Io la conosco.»
Evan si voltò.
«Chi è?»
Vanessa indicò lo schermo, ma la mano le tremava.
«Rebecca Hale.»
Quel nome rese la stanza improvvisamente estranea. Rebecca era la sorella minore della moglie di Evan. Secondo tutti i documenti, era morta nello stesso incidente.
«Rebecca non può essere lì», disse Evan. «È morta.»
Vanessa non rispose. Continuava a fissare il fermo immagine, come se aspettasse che il viso cambiasse.
Evan attraversò la cameretta. Sophie e Caleb non erano lì in quel momento; sul letto di Caleb c’era il coniglio di stoffa, con un orecchio piegato e la cucitura consumata dal tempo. Evan lo prese. Ripensò alla mano della donna che scivolava sotto il giocattolo, notte dopo notte.
Tornò al tavolino e strappò la cucitura sul dorso del coniglio.
Caddero diversi foglietti ripiegati. Poi altri ancora.
Grace li distese uno accanto all’altro. Su alcuni erano annotate date e descrizioni di estranei visti vicino ai bambini. Altri riportavano modifiche agli orari della sicurezza domestica. Non erano messaggi lasciati a caso: qualcuno aveva osservato la casa con una precisione che Evan non aveva mai avuto.
In più fogli ricompariva la stessa frase:
«NON FIDARTI ANCORA DELLA NUOVA FIDANZATA. NEMMENO LEI SA CHI L’HA INGAGGIATA.»
Vanessa lesse quelle parole una volta, poi una seconda.
«Ingaggiata? Io non sono stata ingaggiata da nessuno.»
Evan avrebbe voluto crederle senza esitare. Ma nella sua mente riaffiorò il modo in cui si erano conosciuti. Una fondazione che organizzava incontri tra persone compatibili li aveva messi in contatto. All’epoca gli era sembrata una coincidenza fortunata, arrivata dopo mesi in cui non avrebbe immaginato di poter amare ancora.
«Come si chiamava quella fondazione?» chiese.
Vanessa glielo disse. Evan aprì il sito e cercò le informazioni sulla proprietà e sulla fondazione dell’ente. La data lo colpì per prima: sei mesi prima del loro primo appuntamento.
Poi trovò il nome che non compariva nelle presentazioni pubbliche dell’organizzazione. La fondatrice, rimasta anonima per chi utilizzava il servizio, era Rebecca Hale.
Vanessa si appoggiò al bordo del tavolo.
«Non lo sapevo», sussurrò.
Evan abbassò gli occhi sui foglietti. Se Rebecca era viva, perché si nascondeva? Perché sorvegliava Sophie e Caleb? E perché aveva fatto incontrare proprio lui e Vanessa, per poi metterlo in guardia da lei?
Stava per rivolgersi a Grace quando, alle loro spalle, si udì un clic secco.
Il pannello nascosto dietro l’armadio si stava aprendo.













