Il pannello scivolò di pochi centimetri e rimase fermo.
Dall’apertura comparve una mano graffiata che reggeva una piccola torcia spenta.
Poi una donna uscì dal vano, pallida, con una giacca troppo leggera per la stagione.
Evan riconobbe Rebecca, con i capelli corti e una cicatrice sul sopracciglio.
«Vi ho sentiti pronunciare il mio nome. Non potevo più nascondermi», disse lei.
Evan le andò incontro, ma si arrestò prima di toccarla.
Due anni prima aveva visto una bara chiusa e firmato documenti che attestavano la morte di due sorelle.
Adesso una delle due respirava davanti a lui.
«Dove sei stata?»
Rebecca abbassò gli occhi sul coniglio aperto sopra il tavolo.
«A cercare un modo per tornare senza mettere in pericolo i bambini.»
«Entrando di notte nella loro camera?»
«Hai ragione a essere furioso.»
Rebecca non tentò di avvicinarsi.
«Da fuori vedevo persone controllare i vostri orari. Pensavo che qualcuno aprisse anche la tua posta. Lasciavo appunti dove speravo che prima o poi li avresti trovati, ma era un piano sbagliato. Ho fatto vivere ai bambini un pericolo che non comprendevano.»
Evan non rispose.
La paura di Rebecca spiegava qualcosa, ma non trasformava quelle visite segrete in un gesto innocuo.
«Prima devi spegnere il telefono. Anche tu, Vanessa.»
Grace chiuse il computer senza togliere la scheda di memoria.
«La registrazione è su un dispositivo che non si collega alla rete», spiegò.
«L’ho montato io nove giorni fa. Qualcuno spostava le cose dei bambini, e il sistema di sicurezza continuava a dirmi che non era successo niente.»
Evan guardò Grace, stupito che avesse agito senza informarlo.
Lei sostenne il suo sguardo.
«Avrei dovuto parlartene. Avevo paura che le immagini sparissero prima che tu potessi vederle.»
Rebecca si chinò sul pavimento e richiuse il pannello con un fermo manuale.
«Dall’altro lato si arriva alla vecchia serra. Il muratore incaricato di sigillare il passaggio non ha mai eseguito il lavoro. Qualcuno ha pagato per lasciare libero il varco.»
«Chi?» domandò Evan.
«Non posso ancora dimostrarlo. Ho nomi, ma non voglio chiederti di credermi sulla parola.»
Evan indicò il ciondolo.
«Quello apparteneva a Chiara.»
Rebecca lo prese tra due dita.
«Me l’ha dato tre giorni prima dell’incidente. Disse che avevo bisogno di qualcosa che mi ricordasse di non affrontare tutto da sola.»
Il ricordo della moglie arrivò a Evan con una forza che quasi gli tolse la voce.
Avrebbe voluto domandare se Chiara avesse sofferto, ma i bambini erano ancora nella casa e non sapeva se fossero al sicuro.
«Sophie e Caleb sono in cucina con Teresa», disse Grace, intuendo la sua preoccupazione.
«Ho chiesto che non uscissero in giardino.»
Evan si avvicinò alla porta e la chiuse.
«Ora raccontami dell’incidente.»
Rebecca appoggiò sul letto una busta impermeabile.
«La macchina di Chiara venne urtata sulla provinciale da un furgone. Io ero seduta dietro. Dopo l’urto l’auto si fermò contro il guardrail, e una parte prese fuoco. Sono riuscita a uscire da un finestrino rotto. Chiara era bloccata.»
Si interruppe, cercando un punto della stanza sul quale fissare lo sguardo.
«Ho provato a liberarla. Un uomo mi ha tirata via prima che il fuoco raggiungesse l’abitacolo. Ricordo di aver sentito Chiara chiamarmi. Poi non ricordo più niente per due giorni.»
Evan rimase immobile.
Non aveva mai saputo che qualcuno avesse tentato di estrarre sua moglie dall’auto.
«Un volontario mi portò in un ambulatorio fuori provincia», continuò Rebecca.
«Quando ripresi conoscenza, una donna che lavorava lì mi mostrò la notizia della mia morte. Sul sito del giornale c’erano le nostre fotografie. La polizia aveva identificato due corpi femminili.»
«Perché non hai chiamato?»
«L’ho fatto. Ho cercato il tuo numero da un telefono dell’ambulatorio. Quella sera, sullo stesso apparecchio, arrivò una fotografia di Sophie nel suo lettino. Il messaggio che la accompagnava riportava l’indirizzo esatto del posto in cui mi nascondevo.»
«Avresti potuto andare dai carabinieri.»
«Avrei dovuto provarci prima. Ho avuto paura, Evan. Non pretendo che tu consideri giusta quella scelta.»
La risposta non cancellò il vuoto di quei due anni.
Evan sapeva soltanto che nessuna minaccia ricevuta da Rebecca giustificava il fatto che lui avesse seppellito da solo ogni ricordo di Chiara.
«Chi è la seconda donna morta?» chiese.
«Non lo so con certezza. I documenti di identificazione non coincidono con quelli dell’ospedale. C’è qualcuno che può aiutarci a verificare.»
Vanessa, fino ad allora silenziosa, si avvicinò alla busta.
«Ti ho riconosciuta dal ritratto nello studio», disse Vanessa. «Evan me lo aveva mostrato. Non ci eravamo mai incontrate.»
«E la fondazione? Perché hai organizzato il nostro incontro?»
«Non l’ho organizzato io.»
Rebecca respirò lentamente.
«Prima dell’incidente lavoravo a un progetto per persone rimaste sole dopo un lutto. Avevo firmato con un notaio l’atto istitutivo della Fondazione Seconda Luce e destinato una parte dei miei beni al progetto nel testamento. Non era un’agenzia matrimoniale. L’ente è stato attivato dopo la mia presunta morte, usando quell’atto. Qualcuno ha aggiunto il servizio di incontri e lo ha presentato come mio.»
«Perché il tuo nome non era visibile?» domandò Vanessa.
«Perché chi gestisce oggi il sito poteva scegliere che cosa mostrare. Non ho accesso a quella fondazione da due anni.»
Evan ripensò al momento in cui aveva trovato il nome della fondatrice.
Non era una risposta alle sue domande, ma un altro documento del quale qualcuno aveva controllato la presentazione.
«Allora perché mi hai scritto di non fidarmi di Vanessa?»
Rebecca guardò la fidanzata senza ostilità.
«Perché sul contratto di selezione compariva la parola incarico. Non so che cosa le abbiano detto né se abbiano usato documenti a sua insaputa. Non voglio accusarla. Voglio che si controllino le firme.»
«E perché tornare proprio adesso?» chiese Evan.
«Undici giorni fa ho scoperto il nuovo mandato sui beni dei bambini. Per due anni ho temuto che chiedere aiuto li mettesse in pericolo. Era paura, non una giustificazione. Sono tornata a Como e ho sbagliato ancora: sono entrata di nascosto.»
Vanessa strinse le mani.
«Sono stata invitata a un programma di incontri e orientamento dopo la fine di una relazione. Mi hanno offerto il rimborso delle spese per partecipare a degli eventi. Non sapevo chi avrebbe incontrato chi.»
«Hai ancora le email?» chiese Evan.
«Tutte.»
Rebecca aprì finalmente la busta.
Vi erano copie di un registro di trasporto sanitario, una fotografia sbiadita di un furgone e una pagina firmata.
«Marta ha conservato la scheda del mio ricovero. Il registro e la dichiarazione vengono dal fascicolo assicurativo, ottenuto tramite un legale indipendente», spiegò Rebecca.
La pagina era una dichiarazione allegata al riconoscimento del secondo corpo: chi firmava sosteneva che alcuni effetti personali appartenessero a Rebecca, senza alcun confronto genetico conclusivo.
Evan lesse il nome in fondo al documento.
Arturo Valli.
L’avvocato di famiglia si occupava del patrimonio lasciato da Chiara e, proprio quella sera, sarebbe arrivato per discutere un nuovo mandato di gestione a favore dei bambini.
Rebecca vide il suo volto cambiare.
«Non firmare niente prima di aver visto l’originale di questo registro.»
Evan osservò ancora quella firma.
Per anni aveva affidato a Valli le decisioni che non riusciva a prendere da solo.
La visita prevista per quella sera non gli sembrava più una pratica innocente.
Che cosa conteneva davvero il mandato preparato dall’avvocato? Per scoprirlo, continua con la Parte 3.













