Evan avrebbe voluto telefonare immediatamente ad Arturo Valli e chiedergli spiegazioni.
Rebecca gli tolse di mano il registro prima che potesse farlo.
«Se gli annunci ciò che abbiamo trovato, avrà tempo di far sparire il resto.»
«Non posso nemmeno lasciare i bambini qui.»
«Su questo siamo d’accordo.»
Per la prima volta da quando il pannello si era aperto, Evan trovò una decisione che non dipendeva da una rivelazione altrui.
Andò in cucina, sollevò Caleb dalla sedia e disse a Teresa di preparare due piccoli zaini.
Sophie voleva portare con sé i colori; lui li infilò nella tasca esterna senza spiegarle perché sarebbero usciti prima di pranzo.
«Andiamo a fare una visita», le disse.
«Viene anche zia Vanessa?»
Evan cercò gli occhi della fidanzata.
«Sì, se vuole.»
Vanessa annuì, ma non sorrise.
Quel breve scambio gli fece capire quanto fosse cambiato il loro rapporto in pochi minuti: non voleva allontanarla sulla base di una frase nascosta in un giocattolo, ma nemmeno poteva ignorare ciò che aveva visto.
Grace conservò la scheda originale in una busta e copiò i filmati su un secondo supporto, davanti a Evan.
Rebecca raccolse i suoi documenti.
Uscirono dal portone laterale, evitando la vettura e l’autista della società che gestiva la sicurezza della villa.
Teresa rimase a presidiare la cucina, con l’ordine di non consentire l’accesso a nessuno fino all’arrivo delle autorità.
Alla caserma dei carabinieri di Como, Evan raccontò ciò che sapeva senza chiedere alla donna in uniforme di credergli per il suo cognome o per le sue conoscenze.
La marescialla Lucia Ferri lo ascoltò, poi chiese di vedere Rebecca da sola per qualche minuto.
«Risulta deceduta», disse quando tornò nella stanza.
«Questo rende necessarie verifiche formali, non rende impossibile ascoltarla. Metteremo a verbale anche quanto afferma sulla propria identità.»
Rebecca accettò di farsi fotografare e di fornire le impronte.
Guardò Evan come se stesse attraversando per la seconda volta una soglia dalla quale non sapeva se sarebbe tornata.
«I bambini resteranno con una persona di fiducia finché non sarà chiaro chi ha accesso alla casa», continuò Ferri.
«Possiamo organizzare gli accertamenti senza rimetterli in quell’edificio oggi.»
Evan chiamò sua suocera, che viveva a Lecco.
Le chiese di venire a prendere Sophie e Caleb senza informare l’avvocato, la società di vigilanza o altri parenti.
Grace sarebbe rimasta con loro.
Non era una soluzione definitiva, ma per quella giornata i bambini non avrebbero dormito accanto a un passaggio di cui non conosceva la serratura.
Evan aveva lasciato alla suocera il compito di parlare della morte di Chiara nei giorni in cui lui non trovava le parole.
Anche adesso avrebbe voluto chiederle di inventare una spiegazione per quell’uscita improvvisa.
Si fermò prima di farlo.
Le disse invece di spiegare ai piccoli soltanto che la loro stanza doveva essere controllata e che lui sarebbe tornato presto.
Era poco, ma almeno non chiedeva a un’altra persona di sostenere una menzogna al posto suo.
Nella stanza delle dichiarazioni, Rebecca spiegò come era sopravvissuta.
Il volontario che l’aveva soccorsa non era un complice: l’aveva trovata a valle della carreggiata, disorientata e con una ferita alla testa.
L’aveva affidata a un piccolo centro sanitario, dove l’infermiera Marta Belli aveva annotato l’arrivo di una paziente senza documenti.
Quando la notizia della doppia morte aveva raggiunto il centro, Marta aveva conservato la copia della scheda di ingresso, perché il volto della paziente somigliava troppo a quello pubblicato dai giornali.
«Marta è disposta a parlare?» chiese Ferri.
«Sì. Ha conservato la scheda originale e il numero dell’ambulanza.»
La marescialla fece contattare il centro attraverso i canali di servizio.
Evan non sentì il contenuto delle telefonate, ma vide il modo in cui Ferri segnava orari e nomi su un foglio.
Per la prima volta le affermazioni di Rebecca non gli parvero soltanto il racconto doloroso di una persona tornata dal passato.
Erano fatti che qualcuno avrebbe potuto verificare senza chiedere fiducia.
«Sulla strada c’era un secondo veicolo», aggiunse Rebecca.
«Un furgone intestato a una società di manutenzione. Dai documenti risulta che guidasse un uomo, ma io ricordo chiaramente una donna al volante.»
«La memoria dopo un trauma può sbagliare», osservò Ferri.
«Per questo ho portato la fotografia. Non prova chi guidasse, ma mostra la targa.»
Evan ricordò di aver sentito nominare quel furgone all’epoca del funerale.
Arturo Valli gli aveva detto che era stato rubato e che il conducente non era mai stato individuato.
Non si era mai chiesto perché fosse stato l’avvocato, anziché un investigatore, a parlargliene per primo.
La marescialla annunciò che avrebbe chiesto gli atti originali relativi all’incidente e all’identificazione dei corpi.
«La firma di Valli non dimostra da sola una falsificazione», precisò. «Dobbiamo verificare chi abbia associato quegli effetti personali al corpo, e perché il verbale di trasporto non coincida con l’identificazione finale.»
Non promise arresti né risposte immediate.
Evan, che aveva passato due anni a lasciare a Valli ogni documento sgradito, trovò quel rigore più rassicurante di qualsiasi certezza affrettata.
Nel frattempo Vanessa aprì sul proprio portatile i messaggi della Fondazione Seconda Luce.
C’erano inviti a serate, questionari sulle abitudini quotidiane e rimborsi spese per gli spostamenti.
Il tutto appariva amministrativamente ordinario.
«Non ho mai ricevuto soldi per frequentarti», disse, mostrando gli estratti conto.
«Mi rimborsavano i treni per gli incontri pubblici. Era previsto per tutti i partecipanti.»
«Ti credo su questo», rispose Evan.
«Ma voglio sapere chi ha deciso che dovevamo incontrarci.»
Vanessa trovò una vecchia comunicazione firmata da una coordinatrice della fondazione.
Il messaggio sosteneva che un consulente esterno aveva valutato la compatibilità dei partecipanti.
Non riportava il nome del consulente.
Nel fascicolo allegato, però, esisteva un codice di progetto che Evan riconobbe: era identico a quello scritto sull’intestazione di un documento patrimoniale inviato da Valli la settimana precedente.
Ferri chiese una copia integra del messaggio, non una semplice schermata.
«Potrebbe essere una coincidenza amministrativa», precisò.
«Oppure qualcuno sta usando lo stesso progetto per attività che non sono state descritte ai partecipanti.»
Vanessa scorse fino all’ultima pagina dell’allegato.
Una tabella la indicava come «referente del futuro nucleo familiare» e fissava una data d’inizio precedente di due settimane al suo primo incontro con Evan.
Sotto, in un riquadro intitolato «accettazione dell’incarico», compariva la sua firma.
Vanessa guardò a lungo quelle lettere.
«Questa non l’ho firmata io.»
Evan riconobbe il documento che Valli aveva annunciato per quella sera: lo stesso codice di progetto era riportato sul mandato che avrebbe dovuto affidare a un amministratore esterno parte dei beni destinati ai figli.
Per capire chi avesse apposto quella firma e perché, leggi la Parte 4.













