L’avvocata Laura Ferretti arrivò prima che facesse buio.
Non chiese di vedere la scatola azzurra, né di interrogare subito Vincenzo.
Domandò anzitutto chi avesse toccato le chiavi, quando fossero state interrotte le registrazioni e se ci fossero persone rimaste sole vicino alla serra.
«Quello che ricordiamo non è ancora quello che possiamo dimostrare», spiegò.
Domenico sentì la stessa prudenza nelle parole di Chiara e, per la prima volta, non la scambiò per debolezza.
Consegnò il fascicolo all’avvocata e le fece ascoltare il racconto di Samuele, che aveva accettato di raggiungerli il mattino dopo.
Vincenzo aspettava nello studio.
Quando vide Laura, si raddrizzò e assunse il tono di un uomo offeso.
«Non permetterò che una domestica rimetta in discussione il nome dei Moretti.»
«Il nome dei Moretti non è un documento», rispose Laura.
«E Chiara Benedetti non è sotto interrogatorio.»
«Voglio soltanto proteggere questa famiglia.»
«Allora cominci col dirci perché ha parlato di Emilia viva.»
Vincenzo ammise di averla trovata nella serra, infreddolita e quasi priva di sensi.
Sostenne che il padre di Domenico l’avesse portata in casa e che la bambina, agitata, fosse poi riuscita a uscire di nuovo durante la notte.
Non sapeva spiegare perché nessuno avesse chiamato un medico.
Non sapeva neppure dire chi avesse lasciato il cancello aperto.
«Dove si trovava Samuele?» chiese Laura.
«Vicino al sentiero del lago.»
«Prima ha detto che arrivò troppo tardi.»
Vincenzo passò una mano sulla fronte.
«Erano ore terribili.»
«Le ore terribili non cambiano l’ordine degli avvenimenti», disse Domenico.
Laura concluse il colloquio senza provocarlo oltre.
Annotò le risposte, chiese che tutti conservassero i propri telefoni e comunicò ai carabinieri ciò che era emerso.
Vincenzo fu lasciato andare nella sua stanza, ma Daniele ricevette l’ordine di non affidargli più chiavi né accessi alle telecamere.
Quella notte Domenico non riuscì a dormire.
Nella camera di Emilia tutto era rimasto quasi come allora: i libri di scuola, il cuscino ricamato dalla madre e un vaso senza fiori sul davanzale.
Ricordava di averla rimproverata, l’ultima settimana, per aver frugato nello studio del padre.
Lei aveva risposto soltanto che certe carte non dovevano stare nella stessa stanza di un uomo cattivo.
Domenico aveva creduto che parlasse di una storia inventata.
Al mattino, Samuele Benedetti entrò dalla porta principale sostenendosi a un bastone.
Portava ancora un giubbotto marrone, ormai consumato sui gomiti.
Chiara gli corse incontro, ma Samuele non distolse gli occhi da Domenico.
«Non sono venuto per chiederti di perdonarmi», disse.
«Neppure io so ancora che cosa devo chiederti.»
Rimasero a guardarsi finché Bruno si avvicinò e posò il muso sulla gamba di Samuele.
L’uomo abbassò la mano e pronunciò appena due parole.
«Bravo, Capitano.»
Bruno scodinzolò una volta, con fatica.
Chiara dovette voltarsi per non piangere.
Samuele raccontò ciò che aveva sempre sostenuto.
La sera della bufera, poco dopo le ventidue, aveva visto una luce nella serra e aveva sentito Emilia chiamare Bruno.
Quando raggiunse la porta, la trovò chiusa a chiave.
Attraverso un vetro ancora integro vide il padre di Domenico e Vincenzo, chini accanto alla bambina.
Emilia era cosciente, ma tremava.
Samuele chiese di portarla subito all’ospedale.
Il padre di Domenico gli ordinò invece di controllare il cancello sul sentiero.
«Perché obbedisti?» chiese Domenico.
«Perché lavoravo per lui da vent’anni e perché tua sorella era viva.
Pensai che chiamassero il medico mentre io correvo a controllare.»
Al cancello trovò il lucchetto inserito.
Quando tornò, la serra era vuota.
Passò il resto della notte a cercare Emilia con Bruno, che continuava a trascinarlo verso la porta chiusa.
Alle prime luci dell’alba lo allontanarono con la forza.
Samuele ricordava ancora il modo in cui Bruno aveva resistito al guinzaglio, ferendosi una zampa contro il bordo di ferro.
Un veterinario lo aveva medicato più tardi, ma nessuno gli aveva chiesto perché fosse ferito proprio davanti alla serra.
La relazione del veterinario poteva forse esistere ancora, disse Laura, e valeva la pena cercarla.
Samuele non sorrise all’idea di un nuovo documento.
Aveva imparato che una prova non serviva a nulla se chi doveva valutarla decideva di guardare altrove.
Chiara gli strinse la mano sotto il tavolo, senza promettergli che quella volta sarebbe stato diverso.
Poco dopo gli dissero che il corpo della bambina era nel lago.
«E l’uomo che l’aveva minacciata?» domandò Chiara.
Samuele abbassò la voce.
«Sentii Vincenzo dirle di dimenticare quello che aveva letto.
Non vidi un’aggressione, e non voglio inventarne una adesso.»
Era un dettaglio piccolo, preciso, e proprio per questo sembrò più vero delle risposte di Vincenzo.
Prima di raggiungere la serra, Samuele chiese di fermarsi qualche minuto davanti alla porta del giardino.
Lì aveva aspettato per ore che qualcuno gli dicesse di continuare le ricerche.
Il vecchio orologio sopra l’ingresso segnava la stessa ora da anni, perché nessuno aveva più voluto ripararlo.
Samuele non ricordava se Emilia, uscendo da quella porta, avesse avuto un cappotto.
Ricordava invece che la sciarpa verde era rimasta appesa all’attaccapanni.
Quel particolare non dimostrava nulla, ma gli aveva impedito di credere alla versione della bambina uscita volontariamente nella bufera.
Il tecnico dichiarò che si poteva entrare nella serra solo dopo aver puntellato il lato nord.
Con i carabinieri presenti, aprirono la porta e fotografarono il locale prima di spostare qualsiasi cosa.
I vetri erano opachi, il pavimento coperto di terra e il vecchio banco di legno era stato trascinato vicino al muro.
Bruno si fermò davanti alla sua gamba spezzata e grattò il terreno una sola volta.
Un militare sollevò la tavola mobile sotto il banco.
C’era un vano vuoto, grande abbastanza per una piccola scatola.
Sul fondo rimanevano fibre azzurre e un nastro sbiadito.
«Qualcuno l’ha presa», mormorò Chiara.
«Oppure Emilia l’aveva spostata prima di morire», precisò Laura.
Domenico stava per rispondere quando vide qualcosa inciso sul bordo interno del legno.
Le lettere erano storte, tracciate con una punta metallica: NON È QUI.
Sotto, un piccolo disegno raffigurava tre petali.
«Li disegnava sempre», disse.
«Tre petali significavano il posto in cui lasciava i messaggi per me.»
Samuele si portò una mano alla bocca.
«Se quella scritta è sua, Domenico, Emilia sapeva che qualcuno avrebbe cercato la scatola.»
Domenico ripensò al vaso vuoto sul davanzale della camera di sua sorella.
Per nove anni lo aveva visto ogni volta che apriva quella porta, senza chiedersi perché fosse l’unico oggetto rimasto al suo posto.
Per capire che cosa Emilia avesse nascosto sotto gli occhi di tutti, continua con la Parte 4.













