Per diversi secondi Domenico sentì soltanto le unghie di Bruno contro le pietre del vialetto.
Vincenzo restava davanti alla porta della serra, con il fiato corto e le mani abbandonate lungo i fianchi.
La frase appena pronunciata sembrava avere cancellato nove anni di funerali, anniversari e silenzi.
«Ripetilo.»
«Non qui.»
«Hai detto che Emilia era viva.»
«Era una notte confusa.»
Domenico fece un passo, ma Chiara gli si mise di fianco, senza toccarlo.
«Se gli fa paura, non parlerà», disse piano.
Quella semplice osservazione lo fermò più efficacemente della presenza delle guardie.
Domenico aveva imparato presto a ottenere risposte con la forza; non aveva mai imparato a distinguere una risposta dalla verità.
«Daniele», ordinò, «allontana tutti dalla serra e chiama un ingegnere strutturista per controllare la stabilità dell’edificio.
Nessuno entri prima che sia sicuro.»
Vincenzo sollevò la testa.
«Vuoi invitare degli estranei qui dentro?»
«Voglio sapere perché qualcuno ha mentito sulla morte di mia sorella.»
Daniele fece un cenno e si avviò verso la casa.
Vincenzo provò a seguirlo, ma Domenico gli chiese di consegnare le chiavi della serra.
Ne uscì un mazzo pesante, con un’etichetta ingiallita che portava ancora la scritta ORCHIDEE.
«Che cosa accadde dopo che la trovaste?»
«La portammo fuori.»
«Chi?»
«Io e tuo padre.»
«E Samuele?»
Vincenzo guardò Chiara come se la risposta potesse ferirla più della domanda.
«Arrivò troppo tardi.»
«Mio padre non è mai stato accusato di aver toccato Emilia», ribatté Chiara.
«Non sto accusando nessuno.»
Ma adesso ogni parola di Vincenzo era una difesa.
Domenico gli disse di aspettare nello studio e di non parlare con gli ospiti rimasti alla tenuta.
Non lo minacciò: aveva bisogno di fatti che potessero sopravvivere anche fuori dai muri dei Moretti.
Quando furono soli, Bruno tornò a graffiare la porta.
Chiara gli parlò con il tono che usava quando voleva calmarlo, e il cane si accucciò tra i vasi vuoti.
«Pensi che sappia ancora che cosa c’è dietro?» chiese Domenico.
«Non so se ricorda un odore oppure una paura.
Non possiamo chiedergli di essere una prova.»
Domenico la guardò sorpreso.
Si era aspettato che la figlia di Samuele volesse usare qualsiasi indizio per riabilitare il padre.
Invece Chiara sembrava più spaventata dall’idea di una nuova ingiustizia che dalla possibilità di perdere quella vecchia.
Rientrarono dalla porta posteriore.
Nel corridoio, una fotografia ritraeva Emilia con una sciarpa verde e Bruno ancora cucciolo.
Domenico l’aveva fatta spostare lì perché non riusciva più a passarle davanti ogni mattina.
Ricordava ancora il pomeriggio in cui Emilia aveva insistito per insegnare a Bruno a riportare un guanto smarrito, invece della solita pallina.
Aveva riso quando il cane era tornato con un rametto, e Domenico le aveva promesso che l’avrebbe accompagnata alla prima esercitazione di soccorso.
Non era mai andato.
Quel giorno aveva scelto un incontro con gli uomini di suo padre, un incontro di cui ormai non ricordava neppure l’argomento.
Ora gli sembrava insopportabile che tanti dettagli insignificanti fossero rimasti impressi nella memoria, mentre le ultime parole di Emilia gli sfuggivano ogni volta che tentava di afferrarle.
«Le piacevano le orchidee?» domandò Chiara.
«Mia madre le insegnava a rinvasarle.
Dopo la sua morte, Emilia continuò da sola.»
«Mio padre diceva che sua sorella andava alla serra quando aveva paura.»
Domenico si voltò.
«Paura di che cosa?»
«Questo non me l’ha detto.»
Nello studio aprì la cassaforte dove custodiva una copia del fascicolo giudiziario.
La teneva da anni, convinto che conoscere ogni pagina fosse un modo per proteggere la memoria della sorella.
Sul verbale del ritrovamento erano indicate le sette e venti del mattino e il laghetto come luogo in cui Emilia era stata recuperata.
Nessuna riga parlava della serra.
Nessuna menzionava il fatto che qualcuno l’avesse vista ancora viva.
Una fotografia allegata mostrava un tratto del sentiero dopo la bufera.
Domenico notò che il cancello appariva sullo sfondo, troppo lontano per stabilire se il lucchetto fosse chiuso.
Per anni aveva indicato quella stessa immagine come prova della colpa di Samuele.
Non aveva mai osservato quanto poco mostrasse davvero.
Chiara, in piedi accanto alla scrivania, non gli chiese di ammetterlo.
Attese che fosse lui a posare la fotografia sul tavolo e a dire che sarebbe stato necessario farla esaminare da qualcuno competente.
«Se è vero quello che ha detto Vincenzo, il rapporto è incompleto», osservò Chiara.
«O è stato costruito per portarci a una conclusione.»
Domenico telefonò all’avvocata di famiglia, Laura Ferretti, chiedendole di raggiungerlo e di procurare le copie ufficiali degli atti.
Le disse anche che voleva segnalare ai carabinieri una possibile testimonianza nuova.
Laura ascoltò e non nascose la gravità delle conseguenze.
«Se emergono reati, Domenico, non avrai il controllo dell’indagine», avvertì.
«Non l’ho mai avuto.
Credevo soltanto di averlo.»
Chiara chiese il permesso di chiamare suo padre.
Domenico esitò: aveva evitato Samuele per nove anni, nutrendo un rancore che gli aveva dato qualcosa da odiare quando non riusciva a sopportare il vuoto.
Poi le porse il telefono dello studio.
Samuele rispose al terzo squillo.
La sua voce era più rauca di quanto Chiara ricordasse.
«Papà, sono alla tenuta.
Bruno ha trovato di nuovo la serra.»
Ci fu un rumore di sedia trascinata.
«Esci subito da lì.»
«Domenico sa che Emilia era viva quando la trovarono.»
«Chi te l’ha detto?»
«Vincenzo.»
Il silenzio che seguì non sembrò sorpresa.
Sembrò il silenzio di un uomo che aveva passato nove anni a temere proprio quelle parole.
«Non parlare con Vincenzo da sola», disse Samuele.
«E chiedi a Domenico se ricorda la scatola azzurra.»
Chiara ripeté la domanda.
Domenico scosse il capo.
«Emilia ci teneva le lettere di vostra madre», spiegò Samuele.
«La nascondeva sotto il banco di legno, nella serra.
Quella notte io la cercai, ma il banco era stato spostato.»
«Perché non lo raccontasti al processo?» domandò Domenico, avvicinandosi al vivavoce.
Samuele riconobbe immediatamente la sua voce.
«Lo raccontai.
Il mio avvocato mi disse che non compariva nel verbale del sopralluogo.»
Fuori dallo studio, un colpo secco interruppe la conversazione.
Bruno si alzò, ringhiando verso il corridoio.
Daniele arrivò pochi istanti dopo con il volto teso.
«Qualcuno ha aperto il magazzino dietro la serra», riferì.
«Le telecamere esterne erano spente da mezz’ora, e il registro delle chiavi è sparito.»
Domenico si voltò verso il telefono ancora acceso.
«Samuele, chi sapeva della scatola?»
La risposta arrivò senza esitazione.
«Emilia.
Io.
E l’uomo che la minacciò perché non parlasse.»
Nella Parte 3, scopri perché una scatola nascosta da una bambina poteva spaventare ancora qualcuno dopo nove anni.













