Lunedì mattina accompagnai Martina dal dentista prima di tornare alla villa.
Per tutta la strada mia sorella tenne il preventivo piegato tra le dita, come se bastasse a far scomparire la paura.
Quando arrivammo alla reception, scoprii che il pagamento degli straordinari era stato accreditato sul mio conto insieme alla normale retribuzione.
Non era un regalo di Luca.
Erano ore che avevo lavorato, registrate e finalmente pagate.
«Ce la facciamo?» mi chiese Martina.
«Sì», risposi.
E quella volta potevo dirlo senza mentire.
Mentre aspettavo fuori dall’ambulatorio, Teresa mi inviò un messaggio.
La polizia aveva chiesto copia degli accessi alla rimessa della villa e dei turni del personale.
Teresa era stata ascoltata per ciò che aveva visto alla cena, senza che nessuno la obbligasse a schierarsi con Luca.
Quando arrivai alla residenza, Elena era in giardino.
Un fisioterapista le stava proponendo esercizi alla mano sinistra e un percorso di recupero per la comunicazione.
Non era guarita all’improvviso.
Si stancava dopo poche frasi, dimenticava parole e a volte chiedeva di ripetere due volte la stessa domanda.
Ma aveva chiesto personalmente di riprendere la riabilitazione.
«Tua sorella?» segnò appena mi vide.
«È andata bene.
Adesso deve riposare.»
Elena sorrise e mi chiese di sedermi accanto a lei.
Sulle ginocchia teneva la fotografia di sé e Patrizia da ragazze.
La voltò: sul retro il marito Guido aveva scritto una dedica per le due sorelle, ringraziandole di avergli insegnato ad aspettare una risposta invece di completarla al posto loro.
«Luca ha bisogno di impararlo», segnò Elena.
«Forse lo sa già», dissi.
Lei scosse la testa.
«Sapere non basta.»
A metà pomeriggio Giulia Rinaldi incontrò Luca nello studio.
Mi chiesero di partecipare soltanto alla parte riguardante la testimonianza di Elena, perché avrebbe dovuto scegliere se depositare una denuncia aggiuntiva per l’uso della firma.
L’avvocata le spiegò ancora una volta il significato della decisione, con il supporto dell’interprete.
Elena confermò di non aver mai autorizzato il trasferimento né la vendita.
Intanto, dagli accertamenti disposti sull’auto era emersa un’anomalia incompatibile con la semplice usura.
La perizia non era ancora conclusa, ma una prima relazione descriveva un intervento su una tubazione del circuito frenante.
Era la prima volta che il ricordo di Elena trovava un riscontro materiale indipendente.
Luca chiuse gli occhi.
«Se qualcuno l’ha manomessa nel nostro garage, sapeva che mia madre l’avrebbe guidata», disse.
Giulia non lo lasciò terminare.
«Questo è ciò che bisogna provare.
Il codice d’accesso e la relazione tecnica sono elementi importanti, non una sentenza.
Non faccia nulla che possa compromettere l’indagine.»
Le indagini avevano anche individuato una fattura emessa da una società di servizi per una manutenzione mai autorizzata da Elena.
Il pagamento proveniva da un’impresa controllata da Giorgio Bellini.
Il nominativo indicato per l’accesso alla rimessa era Fabio Lodi, un tecnico esterno che aveva già lavorato per le società dei Bellini.
Non sapevamo chi avesse eseguito l’intervento, né chi lo avesse ordinato.
«Vanessa conosce quell’uomo», disse Luca.
«Lo riferisca agli investigatori», rispose Giulia.
«Non lo affronti personalmente.»
Ma Vanessa comparve alla villa quella stessa sera per ritirare i vestiti.
Aveva ricevuto la comunicazione che non avrebbe più potuto usare il personale e i documenti di Elena per organizzare trasferimenti o firmare richieste.
Quando ci vide nello studio, sorrise come se la cena di pochi giorni prima fosse stata soltanto una lite da dimenticare.
«Luca, davvero siamo arrivati a questo per colpa di una domestica?»
La voce era dolce.
Ricordai le parole con cui mi aveva umiliata davanti agli ospiti, e per un attimo tornai a sentirmi piccola.
Poi Elena mosse la carrozzina verso la porta e il sorriso di Vanessa scomparve.
«Mamma, ti ho sempre voluto bene», disse Vanessa.
Elena non le rispose subito.
Aspettò l’interprete, poi segnò con precisione una frase breve.
«Se mi volevi bene, perché non hai chiesto che cosa volevo?»
Vanessa fece per avvicinarsi, ma si fermò quando Elena alzò il palmo per chiederle distanza.
Non fu Luca a decidere per sua madre.
Elena fu ascoltata, e Vanessa restò dall’altra parte della stanza.
«Mio padre cercava soltanto di salvare un investimento», disse infine Vanessa.
«La villa era ferma, le spese erano enormi.
Avevo pensato a una soluzione per tutti.»
«Una proposta di acquisto precedente all’incidente?» domandò Luca.
Vanessa serrò le labbra.
«L’ho preparata perché tua madre stava già male.»
«Prima dell’incidente stava bene», rispose Patrizia, che era entrata con l’interprete.
«E io l’avevo vista rifiutare quella vendita.»
La stanza piombò nel silenzio.
Vanessa guardò la donna che aveva detto essere lontana e irraggiungibile.
Non negò di conoscerla, ma indicò immediatamente il suo avvocato come unico interlocutore per ulteriori domande.
Luca non provò a trattenerla.
Le disse soltanto che il loro fidanzamento era finito e che qualsiasi questione sarebbe stata gestita per vie legali.
La porta si richiuse piano, senza la scena violenta che molti si sarebbero aspettati da lui.
Quando rimanemmo soli, Elena tirò fuori dalla tasca una piccola busta.
Dentro c’era una lettera che aveva scritto prima dell’incidente e non era riuscita a consegnare a suo figlio.
Chiese che fosse letta ad alta voce.
Non conteneva una confessione contro Vanessa.
Conteneva una domanda a Luca: da quanto tempo aveva smesso di controllare il denaro e i favori che circolavano sotto il suo nome?
Elena aveva notato movimenti sospetti nella fondazione, ma temeva che alcuni passaggi fossero legati alle attività criminali frequentate dal figlio.
Voleva affrontarlo prima di rivolgersi a un consulente esterno.
Luca lesse la firma di sua madre, quella autentica, e la confrontò con la copia dei documenti del trasferimento.
Poi aprì il cassetto dove conservava i registri delle società a lui riconducibili.
Alcune carte avrebbero potuto aiutarlo a risalire ai Bellini.
Altre avrebbero esposto i suoi stessi affari a domande che aveva evitato per anni.
«Se consegno tutto, non potrò scegliere che cosa gli investigatori scopriranno su di me», mormorò.
Elena lo guardò senza abbassare gli occhi.
Non gli ordinò nulla.
Gli lasciò davanti la lettera e attese che decidesse da solo.
Quella notte capii che il gesto più difficile non sarebbe stato accusare Vanessa, ma rinunciare alla protezione del proprio potere.
Luca avrebbe accettato di rispondere anche delle proprie scelte? Segui la decisione nella Parte 6.













