Quella notte tornai a casa senza riuscire a raccontare tutto a mio padre.
Gli dissi soltanto che una donna anziana aveva chiesto aiuto e che io avevo avuto paura di perderci il lavoro.
Lui mi osservò mentre lasciavo le scarpe vicino alla porta, poi segnò una frase che conoscevo dall’infanzia: Ascoltare è un impegno, non un favore.
Mia sorella, Martina, dormiva già.
Sul tavolo aveva lasciato il foglio con l’orario dell’intervento di lunedì e una matita con cui aveva fatto piccoli conti.
Aveva diciannove anni e odiava l’idea di essere un peso.
Rimisi il preventivo nella borsa, decisa a non prometterle denaro che ancora non avevo.
Il giorno dopo Luca venne a prendermi con un’automobile diversa da quella abituale.
Mi disse che aveva depositato una denuncia con Giulia Rinaldi e consegnato i documenti del trasferimento.
Aveva anche comunicato dove si trovasse l’auto incidentata, ancora conservata in un deposito per una controversia assicurativa.
«Non ho chiesto a nessuno dei miei uomini di occuparsene», precisò.
Lo guardai.
«Perché me lo dice?»
«Perché temo che lei pensi il contrario.
E perché sarebbe stato il mio primo istinto.»
Era una confessione che non cancellava la fama di Luca Moretti.
Non gli risposi che fosse cambiato: nessuno cambia per aver pronunciato la frase giusta una volta.
Gli chiesi invece se Elena sapesse quali passi erano stati compiuti.
«L’avvocata glieli ha spiegati con l’interprete.
Mia madre ha acconsentito a essere sentita dagli investigatori, con i suoi tempi.»
Poco prima di mezzogiorno arrivò una chiamata di Ada Ferri.
Patrizia aveva ricevuto il messaggio lasciato all’associazione.
Non voleva incontrare Luca in villa, né parlare al telefono con lui.
Era disposta a presentarsi, accompagnata da una persona di fiducia, per fornire una dichiarazione formale.
Luca serrò la mascella.
«Dille che non deve aver paura di me.»
«Non posso dirle che cosa deve provare», risposi.
«Possiamo dimostrarle che accetteremo le sue condizioni.»
La sala dove la incontrammo, due giorni più tardi, non somigliava alla biblioteca di una famiglia ricca.
C’erano sedie grigie, acqua in bottiglie di plastica e un orologio che ticchettava troppo forte.
Erano presenti l’avvocata e un’interprete qualificata.
Io accompagnavo Elena, che aveva insistito per raggiungere sua sorella di persona dopo aver ottenuto il consenso del medico.
Patrizia era più bassa di quanto immaginassi dalla fotografia.
Portava una fascia elastica al polso destro e un cappotto troppo leggero per quel periodo dell’anno.
Quando vide Elena, non si avvicinò subito.
Restò immobile, guardandola come se temesse che qualcuno gliela sottraesse ancora.
Elena alzò entrambe le mani.
Sei qui.
Patrizia rispose con le lacrime agli occhi.
Ti ho cercata.
Le due sorelle si abbracciarono senza pronunciare una parola.
E io compresi quanto fosse crudele aver definito confusa una donna soltanto perché impiegava più tempo a esprimersi.
Quando poterono sedersi, Patrizia raccontò la propria versione con il sostegno dell’interprete.
La sera del due settembre Elena era passata a prenderla.
Volevano incontrare un commercialista il mattino seguente: Elena sospettava movimenti non autorizzati dai conti di una piccola fondazione culturale intitolata al marito defunto.
«Aveva trovato una proposta per acquistare la villa», spiegò l’interprete.
«Non era una semplice offerta.
Vi comparivano condizioni che davano per imminente la sua incapacità di amministrare i beni.»
Patrizia estrasse un quaderno a spirale dalla borsa.
L’aveva conservato per mesi, avvolto in una busta trasparente.
Conteneva appunti datati, nomi di società, domande da rivolgere al commercialista e la trascrizione di un messaggio minaccioso ricevuto dopo l’incidente.
«Perché non hai chiamato Luca?» chiese Elena, con gesti lenti.
Patrizia abbassò il capo.
Poi segnò: Dicevano che lo avrebbero colpito.
Raccontò che, poco prima dell’incidente, aveva notato un furgone scuro seguire l’automobile sulla strada provinciale.
Elena aveva premuto il pedale del freno e aveva gridato che non rispondeva.
La macchina aveva colpito il guardrail.
Patrizia era riuscita a uscire dalla portiera del passeggero, ma aveva perso il telefono nella scarpata.
Mentre cercava aiuto, un uomo era sceso dal furgone e si era avvicinato.
Non le aveva mostrato un’arma.
Le aveva detto soltanto che sapeva dove abitava e che un Moretti sarebbe stato il prossimo se avesse raccontato di essere stata in auto.
Pochi minuti dopo, vedendo arrivare un mezzo di soccorso, lei si era allontanata per una strada laterale.
«Non è stata una scelta di cui vado fiera», tradusse l’interprete.
«Mia sorella era ferita e io sono fuggita.
Ma in quel momento credevo che restare ci avrebbe condannate entrambe.»
Luca abbassò gli occhi.
«Mi dispiace di averti lasciata sola.»
Patrizia lo fissò.
«Non mi hai lasciata sola quella notte», tradusse l’interprete.
«Mi hai lasciata sola quando hai smesso di chiamare e hai creduto a chi parlava al posto mio.»
Nessuno provò a difenderlo.
Nemmeno Elena.
Sul quaderno, Patrizia indicò una combinazione di lettere e cifre annotata il quattro settembre.
Non era una targa completa, soltanto la parte che ricordava del furgone.
L’avvocata le chiese di consegnarne copia agli investigatori senza considerarla una prova definitiva.
Patrizia acconsentì.
Prima di uscire, Elena mi chiamò con un gesto.
Voleva che dicessi a Luca una cosa che non riusciva a pronunciare.
«Tua madre dice che quando è sopravvissuta non ha avuto paura soltanto di morire», tradussi.
«Ha avuto paura che nessuno avrebbe creduto a ciò che ricordava.»
Luca le prese la mano e rimase in silenzio.
Quella volta non cercò una frase capace di rimediare a tutto.
Il giorno seguente l’avvocata ci riferì un primo riscontro.
I dati d’accesso al deposito della villa indicavano che, poco prima dell’incidente, un furgone era entrato utilizzando un codice temporaneo.
Il codice risultava richiesto dall’ufficio amministrativo di Giorgio Bellini.
Non provava chi avesse toccato i freni, ma spiegava perché la proposta immobiliare meritasse un’indagine più ampia.
Luca rimase a fissare quella comunicazione.
Poi disse la frase che cambiò la direzione di tutto.
«Quel codice l’ho autorizzato io, perché Vanessa mi aveva detto che suo padre mandava un tecnico a controllare il cancello.»
La persona che aveva aperto il varco, senza rendersene conto, poteva essere stata proprio lui.
Quali altre decisioni aveva preso Luca fidandosi di Vanessa? Continua con la Parte 5 per scoprire che cosa aveva permesso.













