Quella sera Diego riaccompagnò Valentina e Teresa a casa.
Il laboratorio di Elisa occupava il piano terra di una vecchia palazzina, dietro una vetrina con tre manichini e un cartello scritto a mano: «Riparazioni e abiti su misura».
L’appartamento era al piano superiore.
Valentina gli mostrò la piccola scrivania dove faceva i compiti e una pianta di basilico che continuava a dimenticare di annaffiare.
Diego capì che conosceva meno di mezz’ora della vita di sua possibile figlia, e che non avrebbe potuto recuperare nove anni con una dichiarazione solenne.
«Domani torni?» gli domandò lei.
«Se tua madre è d’accordo, sì.»
«E se non è d’accordo?»
«Le chiederò quando posso tornare. Non voglio decidere io per tutti.»
Valentina rimase un momento a pensarci, poi disse che era una risposta abbastanza buona.
Diego se ne andò senza tentare di abbracciarla.
Non voleva che la gratitudine per il suo aiuto diventasse un obbligo di affetto.
La mattina dopo incaricò un’avvocata, Laura Conti, di assisterlo in una verifica documentale.
Le chiese di tenere distinti tre problemi: la possibile falsificazione della lettera, la corrispondenza sottratta e il diritto di Valentina a conoscere le proprie origini.
Non voleva usare l’impresa per condurre un’indagine privata sulla vita di Elisa.
«E soprattutto», aggiunse, «qualsiasi passo riguardi la bambina dovrà essere concordato con sua madre.»
Laura gli spiegò che i sospetti su Beatrice e l’accertamento della paternità erano questioni diverse.
Una firma falsa poteva provare una manipolazione; un bottone riconoscibile no.
Per Valentina servivano consenso, attenzione e un percorso affidabile, non una discussione davanti agli invitati della villa.
Diego telefonò a Elisa.
Le raccontò ciò che aveva scoperto sulla raccomandata e le chiese il permesso di esaminare insieme i documenti conservati nel laboratorio.
Elisa accettò, a condizione che Teresa fosse presente e che nessuno interrogasse Valentina sul passato.
Dal fondo di un armadio Teresa prese una scatola di latta verde.
Conteneva il vecchio cappotto di Elisa, senza un bottone, una copia del certificato di nascita di Valentina e una cartellina trasparente.
Il nome del padre non era indicato nel certificato.
Diego osservò a lungo il cappotto.
L’assenza del piccolo oggetto dorato aveva un significato preciso per lui, ma non costituiva una risposta ufficiale.
Nella cartellina c’erano la lettera attribuita a Diego e la ricevuta dell’invio raccomandato.
La firma stampata in fondo al documento era molto simile alla sua.
Il numero di pratica corrispondeva al formato dei vecchi fascicoli dell’impresa.
Ma c’era una frase che lo lasciò senza parole: «Il signor Valenti non intende assumere alcun rapporto personale con la minore».
«Io non avrei mai scritto una cosa simile», disse.
Teresa non lo consolò.
«Forse. Ma Elisa ha vissuto per anni credendo di averla letta dalla tua mano. Questo non scompare solo perché adesso sei qui.»
Diego piegò con attenzione il foglio e lo rimise nella custodia.
In sede fece consultare alla responsabile amministrativa i registri cartacei della segreteria di nove anni prima.
Non cercò nei cassetti personali di Beatrice.
Voleva una verifica che potesse essere raccontata senza dover nascondere come l’aveva ottenuta.
Il registro delle consegne riportava la raccomandata di Elisa con il suo indirizzo di allora.
Accanto compariva una sigla usata dall’ufficio privato della villa: BV.
Nel diario dei passaggi interni, alla stessa data, una riga riportava «Da non inoltrare. Direzione».
Non indicava chi avesse scritto quell’ordine.
L’ex segretaria della villa, Marta, lavorava ormai soltanto due mattine alla settimana.
Diego la chiamò nello studio insieme all’avvocata, chiarendo che poteva rifiutare di rispondere.
Marta ricordava quella busta perché una donna era tornata a chiederne notizia, qualche settimana dopo la consegna.
«Le dissi che l’avevamo ricevuta», spiegò. «Poi la signora Beatrice mi ordinò di non occuparmene più. Pensavo fosse una questione privata. Non sapevo che riguardasse una bambina.»
«Perché non me lo dicesti quando tornai?»
«Quando lei chiedeva di non disturbarti, tutti noi obbedivamo. Era la persona che gestiva la casa e l’ufficio. Me ne vergogno ancora.»
Diego non la accusò di avere avuto lo stesso potere di Beatrice.
Ma registrò mentalmente il modo in cui l’autorità aveva trasformato il silenzio in una consuetudine.
Nel pomeriggio chiese alla zia di raggiungerlo nella biblioteca della villa.
Laura partecipò all’incontro su richiesta di Diego.
Beatrice arrivò convinta che si trattasse di una discussione sulle conseguenze pubbliche della visita di Valentina.
«Hai già messo in allarme mezzo personale», esordì. «Non immagini cosa diranno.»
«Ho chiesto di controllare documenti di mia competenza. Nessuno ha diffuso la storia della bambina.»
Diego le mostrò una copia della ricevuta e del registro, senza consegnarle gli originali.
Poi posò sul tavolo la lettera con la firma contestata.
«Elisa dice che gliel’hai data tu. È vero?»
Beatrice non la toccò.
«Quella donna si presentò pretendendo di parlare con te.»
«Era incinta.»
«Lo sapevo.»
Fu la prima ammissione chiara.
Diego avvertì il desiderio di gridare, ma guardò Laura e riprese fiato.
«Sapevi anche che Valentina era nata?»
Beatrice serrò le dita attorno al bracciolo.
«Tornò con una carrozzina. Ti trovavi ancora all’estero. Tu non capivi quanto fosse fragile la situazione dell’impresa.»
«Non eri tu a dover decidere della mia vita.»
«Avevo promesso a tuo padre di proteggere ciò che aveva costruito. Pensavo che con Elisa e un figlio avresti lasciato tutto. E io non sarei più stata necessaria.»
Diego comprese che la paura della zia non era soltanto economica.
Da anni Beatrice confondeva il proprio posto in famiglia con il diritto di governare quello degli altri.
«Hai inventato la mia firma?»
Beatrice guardò Laura, poi abbassò gli occhi sul documento.
«Ho usato la scansione di un contratto che avevi firmato prima di partire», ammise. «Ho riprodotto la tua firma in fondo a quella lettera. Tu non l’hai mai letta e non l’hai mai firmata.»
Laura annotò le parole della donna, senza attribuire a quell’ammissione il valore di una sentenza.
Diego rimase immobile.
«Hai fabbricato un rifiuto al posto mio. Hai fatto credere a Elisa che non volessi conoscere nostra figlia.»
«Non volevo che lei ti trascinasse in una battaglia», rispose Beatrice.
«L’hai creata tu, quella battaglia.»
Beatrice si alzò, improvvisamente stanca.
«Non puoi cambiare quello che è successo.»
«No. Ma posso smettere di coprirlo.»
Prima di uscire, lei ammise di avere trattenuto la raccomandata.
Non disse di averla distrutta.
Guardò invece verso il vecchio mobile dove conservava le carte private del fratello defunto.
«È ancora lì», mormorò. «Non ho mai trovato il coraggio di leggerla una seconda volta.»
Diego non si avvicinò al mobile.
Chiese che la busta fosse consegnata, integra, all’avvocata.
Per nove anni quella lettera era rimasta nella stessa casa in cui lui aveva cercato una risposta.
Che cosa aveva scritto Elisa quando Diego poteva ancora conoscere sua figlia appena nata? Leggi la Parte 5.













