Diego non si mosse.
Aveva il timore che qualunque parola pronunciata in quel momento potesse trasformare il racconto di Elisa in una difesa contro di lui.
«Prima voglio chiederti una cosa», disse lei. «Valentina sa che cosa hai detto in quella stanza?»
«Ha sentito la domanda. Le ho chiesto scusa. Non le ho promesso niente.»
Elisa annuì lentamente.
«Non voglio che debba scegliere fra noi due per fare stare meglio uno di noi.»
«Nemmeno io.»
Fu il primo accordo raggiunto dopo nove anni, e non riguardava il passato.
Riguardava una bambina che aspettava fuori dalla porta.
Elisa spiegò che Diego era partito per Anversa all’inizio dell’anno in cui Valentina era nata.
Un incarico difficile aveva tenuto l’impresa lontana dal fallimento e lui era rimasto in Belgio molto più del previsto.
All’inizio parlavano ogni sera, poi erano arrivate riunioni interminabili, giornate di lavoro senza orari e telefonate continuamente rimandate.
«Quando scoprii di essere incinta», disse, «volevo dirtelo guardandoti in faccia. Avevamo già litigato perché continuavi a rimandare il ritorno. Non volevo che pensassi che usassi il bambino per obbligarti a rientrare.»
Diego ricordava il litigio.
Aveva parlato di altri tre mesi all’estero come se fossero un dettaglio amministrativo.
Elisa aveva risposto che una vita insieme non poteva essere sempre rinviata a una data migliore.
Poi la comunicazione si era spezzata.
«Avevo chiamato il tuo numero di casa», continuò lei. «Mi rispondeva Beatrice. Diceva che eri in trasferta, che saresti stato richiamato. A un certo punto mi disse che avevi chiesto di non passarti più le mie telefonate.»
«Non è mai successo.»
«Non avevo modo di saperlo. Cambiai telefono quando il vecchio si guastò e persi molti contatti; scrissi comunque due volte al tuo indirizzo di lavoro. Non ebbi risposta.»
Diego ricordò il sistema di corrispondenza dell’ufficio di allora.
Beatrice apriva la posta che arrivava alla sede italiana durante la sua assenza e la inoltrava solo quando la riteneva urgente.
Lui lo aveva considerato un aiuto.
Quando Elisa era all’ottavo mese, si era presentata alla villa.
La zia l’aveva ricevuta senza farla entrare nel salone.
Le aveva detto che Diego aveva deciso di rompere ogni legame e che non avrebbe riconosciuto un figlio.
«Le dissi che volevo sentirlo da te. Lei rispose che ti avrei rovinato la vita e che avevi già dato istruzioni ai legali.»
«Era una menzogna.»
«Oggi posso dirlo. Allora ero sola, stanca e spaventata. Tornai a casa, ma non smisi di cercare un modo per parlarti.»
Valentina era nata pochi giorni dopo, in una mattina di pioggia, senza complicazioni.
Elisa ricordava il peso minuscolo della figlia sulla spalla e il pensiero assurdo che quel momento avrebbe dovuto appartenere anche a Diego.
«Una settimana dopo la nascita tornai alla villa. Valentina era con me, nella carrozzina. Beatrice mi aspettava già.»
La zia aveva portato una lettera stampata su carta intestata dell’impresa.
In fondo c’era una firma che Elisa conosceva bene.
Vi si leggeva che Diego non desiderava contatti personali, che qualunque questione relativa alla bambina doveva passare attraverso i legali e che Elisa avrebbe fatto meglio ad accettare una somma per iniziare altrove.
«Mi mostrò anche un assegno», disse Elisa. «Non l’ho incassato. Non volevo soldi. Volevo sapere perché tu non avessi il coraggio di dirmelo di persona.»
Diego abbassò il viso.
«Non l’ho scritto io.»
«Ti credo adesso. Ma allora la firma sembrava vera e il foglio conteneva il numero di un fascicolo interno dell’impresa. Beatrice disse che se avessi insistito, avreste potuto chiedere l’affidamento esclusivo di Valentina. Non sapevo se fosse possibile. Sapevo soltanto di non avere i mezzi per difendermi da una famiglia come la tua.»
Non cercò di presentare la propria paura come una scelta impeccabile.
«Avrei dovuto parlare con un avvocato, cercarti in Belgio, non fidarmi di lei. Ho pensato a queste possibilità ogni anno. Ma in quei giorni ero convinta che avrei perso mia figlia se avessi fatto un altro passo.»
Diego la lasciò finire.
«Io, invece, quando tornai e non rispondesti più, credetti che avessi deciso di andartene. Chiesi notizie a due amici, chiamai il vecchio numero e passai davanti al tuo appartamento. Era vuoto. Poi smisi. Non c’era nessuna legge che mi impedisse di continuare a cercarti.»
Era la parte della storia di cui non poteva dare la colpa soltanto a Beatrice.
La facilità con cui aveva accettato il silenzio gli appariva, adesso, una forma di rinuncia.
Elisa gli raccontò di essersi trasferita a Monza dopo la nascita.
Aveva affittato un laboratorio piccolo e trovato i primi clienti da sola, lasciando volantini nelle cassette delle lettere.
Tre anni dopo, Teresa si era trasferita nell’appartamento accanto e aveva iniziato a consigliarla alle persone del quartiere.
Da allora le due donne erano diventate amiche.
Per anni Elisa aveva pensato di spiegare a Valentina tutto, ma ogni volta il racconto le sembrava troppo grande per una bambina.
«Le ho detto che suo padre non viveva con noi e che non era colpa sua. Non le ho mai detto che non la voleva.»
«E la lettera che mi ha portato?»
«L’ho scritta la settimana scorsa. Mi ero resa conto che il silenzio stava diventando un’altra decisione presa al posto suo.»
Diego estrasse la busta senza aprirla.
Elisa gli chiese di conservarla finché non fosse tornata a casa.
Preferiva parlargli prima di lasciare un documento che Valentina avrebbe potuto trovare di nuovo.
«Ho conservato anche il foglio con la tua presunta firma», aggiunse. «E la ricevuta della raccomandata che ti spedii dopo essere stata cacciata. Non ricevetti mai risposta.»
«Che cosa mi avevi scritto?»
«Che Valentina era nata e che, qualunque cosa fosse successa tra noi, avevi il diritto di saperlo. Non chiedevo soldi. Chiedevo un incontro senza Beatrice.»
Diego uscì dalla stanza per raggiungere Valentina.
Le disse soltanto che aveva parlato con sua madre e che lei desiderava abbracciarla.
Mentre la bambina correva verso il letto, Teresa prese dalla borsa una fotografia della ricevuta, inviatale da Elisa anni prima per sicurezza.
Diego ingrandì l’immagine sul telefono.
La data corrispondeva al giorno del suo ritorno definitivo dal Belgio.
Accanto alla dicitura «consegnato», c’era il timbro della segreteria privata della villa.
La lettera non si era persa durante il viaggio.
Era arrivata proprio quando Diego era tornato a casa.
Qualcuno aveva deciso che non dovesse raggiungerlo.
Chi aveva nascosto quella raccomandata, e quali altre tracce erano rimaste? Segui la Parte 4.













