Per un istante nel salone si sentì soltanto il rumore dell’acqua che cadeva dalla fontana del cortile.
Beatrice guardò Diego come se avesse commesso un’imprudenza imperdonabile.
«Non sai nemmeno di cosa stai parlando.»
Diego si accorse dello sguardo di Valentina e abbassò la mano.
Aveva appena attribuito a quella bambina un’identità che nessuno aveva ancora verificato.
«Hai ragione su una cosa», disse alla zia. «Non conosco ancora la verità.»
Poi si inginocchiò per guardare Valentina alla stessa altezza.
«Mi dispiace averti fatto ascoltare quella domanda. Non dovevo parlare di te come se tu non fossi qui.»
Valentina fissò il bottone.
«Posso riaverlo? La mamma dice che porta fortuna.»
Diego glielo posò nel palmo.
«Certo. E non devi spiegarmi nulla che non vuoi.»
Lei annuì, ma invece di allontanarsi aprì il cestino.
Sotto un fazzoletto piegato c’erano una bottiglietta d’acqua, un quaderno di scuola e una busta bianca, spiegazzata agli angoli.
Sul davanti era scritto un nome che Diego riconobbe immediatamente: Diego Valenti.
«L’ho presa dal cassetto della cucina», confessò Valentina. «Non l’ho aperta. Non sapevo se avrei fatto bene a venire.»
«Dov’è tua madre?»
«All’ospedale San Gerardo. Ieri una macchina l’ha urtata mentre attraversava sulle strisce. Si è rotta un braccio e ha battuto la testa. Mi hanno detto che adesso è fuori pericolo.»
La voce della bambina si incrinò soltanto sull’ultima frase.
Diego le lasciò il tempo di respirare.
«Se è fuori pericolo, perché sei venuta proprio oggi?»
«Perché stamattina ha chiesto a Teresa di prendere un numero dal suo telefono. C’era scritto il tuo nome. Poi ha cambiato idea. A casa ho trovato questa lettera. Ho pensato che forse tu potessi aiutarci.»
Beatrice mosse un passo verso di loro.
«È evidente che qualcuno le ha insegnato cosa dire.»
«Basta», rispose Diego.
Non alzò la voce, ma fece cenno al personale di lasciare il salone.
Non voleva altri testimoni di una conversazione che riguardava una bambina spaventata.
«Teresa è qui?» chiese a Valentina.
«Mi aspetta fuori dal cancello. Lavora nel negozio accanto al nostro. Mi ha accompagnata perché da sola non potevo venire, ma io le ho chiesto di lasciarmi parlare con te.»
Diego telefonò al custode e lo pregò di far entrare Teresa nel piccolo ingresso laterale.
La donna arrivò pochi minuti dopo, con la borsa ancora in spalla e un’espressione preoccupata.
Si presentò come Teresa Colombo, vicina di casa di Elisa da sei anni.
«Mi assumo la responsabilità di averla accompagnata», disse. «Valentina mi ha supplicata. Io sapevo che la madre aveva cercato un certo Diego Valenti, ma non immaginavo tutto questo.»
Diego le spiegò che intendeva raggiungere l’ospedale e chiese se Elisa avesse espresso il desiderio di vederlo.
Teresa scosse la testa.
«Non ha detto di sì. Ma non ha detto nemmeno di no. Stamattina mi ha chiesto se sapevo dove fosse questa villa.»
Il silenzio che seguì fu diverso da quello del salone.
Era lo spazio fra una possibilità e il diritto di rifiutarla.
«Allora non entrerò nella sua stanza senza chiedere», decise Diego.
Beatrice tentò di trattenerlo all’ingresso.
«Devi pensare alle conseguenze. Un uomo nella tua posizione non può seguire chiunque si presenti con un vecchio oggetto.»
«Non sto riconoscendo legalmente nessuno, zia. Sto andando a parlare con una persona che conoscevo.»
«Quella donna ti ha lasciato.»
Diego si voltò.
«È quello che ho creduto. Non è la stessa cosa.»
Durante il tragitto, Teresa sedette davanti e Valentina sul sedile posteriore.
Diego affidò la guida all’autista, così da poter parlare senza dover continuamente cercare gli occhi della bambina nello specchietto.
Valentina gli raccontò che sua madre riparava abiti in un piccolo laboratorio di Monza e che la domenica le insegnava a fare orli storti, perché quelli diritti richiedevano più pazienza.
«Io però sono brava a disegnare», aggiunse. «Ho fatto il ritratto del nostro gatto, anche se non abbiamo un gatto.»
Diego sorrise involontariamente.
Elisa inventava sempre animali nelle sue illustrazioni, perfino sui biglietti che lasciava in cucina.
«E il bottone?» domandò.
«Era in una scatola insieme alle prime cose che avevo da neonata. Una volta si è staccato dal mio zaino. La mamma lo ha cucito su questo cardigan, così non l’avrei perso.»
Non era una prova della loro parentela.
Era la traccia di una memoria che Elisa aveva tenuto vicina alla figlia.
Diego cercò di non trasformarla in una conclusione.
«Se la mamma si arrabbia perché sono venuta?» domandò improvvisamente Valentina.
«Potrebbe essere preoccupata. È una cosa diversa dall’essere arrabbiati con te.»
«Io ho detto a Teresa che dovevo consegnare la busta. Non le ho raccontato che volevo anche conoscere la persona che c’era scritta sopra.»
Diego esitò prima di rispondere.
«Puoi dirglielo tu, quando vorrai. Io le spiegherò che ti ho ascoltata e che non ti ho chiesto di scegliere da che parte stare.»
Valentina tornò a osservare il paesaggio dal finestrino, stringendo la tracolla del cestino fra le mani.
All’ospedale, Teresa si fece annunciare e spiegò a Elisa che c’erano degli ospiti.
Diego rimase nel corridoio, accanto a una macchinetta del caffè, finché Teresa non tornò.
«Può entrare», disse. «Ma soltanto lui, per il momento.»
Elisa sedeva sul letto con il braccio sinistro immobilizzato.
Aveva una piccola fasciatura vicino alla tempia e i capelli raccolti senza cura.
Nove anni le avevano cambiato il viso, non il modo di guardare chi le stava di fronte.
«Diego.»
Lui si fermò sulla soglia.
Aveva preparato cento domande e improvvisamente non ne trovò una che non suonasse come un’accusa.
«Valentina è al sicuro con Teresa», disse. «Mi ha portato una lettera. Non l’ho aperta.»
Elisa chiuse gli occhi.
«Avevo deciso di scriverti. Poi ho avuto paura di consegnartela.»
«Di me?»
«Di quello che avrebbe potuto succedere a lei.»
Diego si sedette soltanto quando Elisa gli indicò la sedia.
Le raccontò del salone, del bottone e della domanda che aveva pronunciato senza pensarci.
«Non pretendo una risposta adesso», concluse. «Vorrei sapere perché nove anni fa sei sparita senza permettermi di capire.»
Elisa fissò la propria mano libera.
«Ti cercai, Diego. Ero ancora incinta quando venni qui la prima volta. Quando tornai, Valentina era già nata.»
«Non ho mai saputo che aspettassi un bambino.»
«Lo so.»
Quelle due parole gli fecero più male di una spiegazione lunga.
Elisa sollevò finalmente gli occhi.
«Tua zia non si limitò a mandarmi via. Mi mostrò una lettera con la tua firma. E io, per molto tempo, ho creduto che l’avessi scritta davvero.»
Che cosa c’era in quella lettera e perché Elisa l’aveva creduta autentica? Continua con la Parte 3.













