Lessi il messaggio di Bianca tre volte.
Poi appoggiai il telefono sulla scrivania, accanto al quaderno aperto.
Matteo si sedette di fronte a me, senza cercare di guardare lo schermo.
«Vuoi raccontarmi che cosa ha scritto?» mi domandò.
Gli mostrai la conversazione.
Non era una prova definitiva, ma cambiava il significato di tutto ciò che Luca aveva fatto durante la serata.
Mi aveva accusata di inventarmi un marito mentre, secondo Bianca, nel suo studio circolava un documento che avrebbe potuto farmi apparire bugiarda sul mio stesso lavoro.
«Devo parlarle», dissi.
«In un posto tranquillo», rispose Matteo.
«E senza prometterle che non userai quello che ti racconta.
Devi essere chiara fin dall’inizio.»
Il giorno dopo incontrai Bianca in una caffetteria vicino a Porta Venezia.
Era arrivata prima di me e aveva davanti una tazza ormai fredda.
Senza il vestito verde e i gioielli della festa sembrava più giovane, quasi spaventata.
«Prima di tutto, mi dispiace per ieri sera», disse.
Mi sedetti senza togliermi il cappotto.
«Hai riso mentre Luca mi umiliava.»
«Lo so.»
«Non è stato un malinteso, Bianca.
Sapevi benissimo che cosa stava facendo.»
Lei guardò la tazza.
«Mi sono comportata male», ammise.
«Non ti chiedo di dimenticarlo.»
Per un momento pensai di alzarmi.
Ma avevo bisogno di sapere che cosa fosse accaduto ai miei disegni.
«Parlami della firma.»
Bianca spiegò di occuparsi della comunicazione dello studio Ferri tramite un contratto di consulenza.
Tre giorni prima dell’evento aveva preparato il dossier da inviare agli organizzatori.
Luca le aveva consegnato una cartella con vecchie tavole, un elenco di titoli e una presunta autorizzazione firmata da me.
«Quando l’ho aperta, ho riconosciuto la firma», disse.
«L’avevo già vista su una ricevuta di consegna dei materiali per una mostra che avevamo organizzato anni fa.»
«Come puoi esserne certa?»
«La stessa inclinazione, lo stesso segno interrotto sulla lettera finale.
Ho sovrapposto le immagini sul computer perché mi sembrava strano.
Coincidevano perfettamente, comprese le piccole macchie della scansione.»
Mi sentii stringere la gola.
«Hai chiesto spiegazioni a Luca?»
«Sì.
Mi ha detto che era una formalità, che tu avevi dato il consenso e che la firma era stata inserita da un vecchio documento per risparmiare tempo.»
«E hai accettato quella risposta?»
Bianca arrossì.
«Ho pensato che non fosse compito mio discutere i suoi accordi.
Poi ti ho vista ieri e ho capito che forse non sapevi niente.»
Le chiesi se conservasse la ricevuta e il file di lavorazione.
Bianca disse che il materiale si trovava ancora nel sistema a cui accedeva per il suo incarico, ma non intendeva copiarlo di nascosto o mandarmelo senza aver capito quali obblighi avesse.
Quella prudenza, per una volta, mi sembrò ragionevole.
«Puoi almeno confermare quello che hai visto a un avvocato?» domandai.
«Vorrei.
Ma se Luca interrompe il contratto perdo quasi tutto il mio reddito.
E temo che dica che ho preparato io il falso.»
Non le promisi di proteggerla da conseguenze che non conoscevo.
Le dissi soltanto che avrebbe potuto chiedere un parere indipendente e conservare i messaggi e le indicazioni ricevute, senza alterarli.
Bianca annuì, ma non prese alcuna decisione.
Uscii con il peso di un’altra esitazione addosso.
Per anni avevo sacrificato parole importanti per evitare che Luca si arrabbiasse.
Ora rischiavo di aspettare il coraggio di Bianca prima di esercitare il mio.
Quello stesso pomeriggio incontrai l’avvocata Chiara Neri, che si occupava di contratti e diritti sulle opere creative.
Le portai il quaderno, le email con Teresa, il programma dell’evento e la presentazione ricevuta da Davide.
Le riferii anche il contenuto della conversazione con Bianca, distinguendo ciò che avevo visto da ciò che mi era stato raccontato.
Chiara esaminò tutto con attenzione.
«La cronologia è importante», spiegò.
«Ma essere l’autrice di un disegno e poter dimostrare quali diritti siano stati concessi sono due questioni da verificare separatamente.
Prima di accusare qualcuno pubblicamente, dobbiamo chiedere copia completa di quella presunta autorizzazione.»
«Luca può continuare a distribuire quelle tavole nel frattempo?»
«Possiamo contestarne formalmente l’attribuzione e chiedere agli organizzatori di sospenderne la diffusione fino ai chiarimenti.
Poi valuteremo le risposte e i documenti.»
Firmammo una lettera che descriveva i fatti senza anticipare conclusioni.
Chiara la inviò allo studio di Luca e agli organizzatori.
Teresa, intanto, aveva recuperato la copia conservata del mio progetto universitario e una valutazione datata.
Mi autorizzò a trasmetterle all’avvocata.
La reazione arrivò la sera successiva.
Una comunicazione dello studio Ferri sosteneva che Luca avesse ricevuto da me il diritto di utilizzare e sviluppare quelle tavole.
In allegato c’era la scansione di un foglio intitolato «Autorizzazione all’utilizzo degli elaborati».
La firma sembrava proprio la mia.
Riconobbi anche la piccola macchia grigia sotto la lettera finale.
Era identica a quella presente sulla vecchia ricevuta che conservavo nell’archivio delle mostre.
Luca non aveva nemmeno tentato di nascondere il difetto della copia.
«Questo ci dà una pista da verificare», disse Chiara al telefono.
«Non una sentenza.
Conserva gli originali e non rispondere direttamente a lui.»
Gli organizzatori convocarono entrambe le parti a un incontro di chiarimento prima di confermare i materiali destinati ai possibili finanziatori.
Nessuno prometteva di assegnarmi un incarico né di punire Luca.
Per la prima volta, però, la mia contestazione sarebbe stata ascoltata in una sede precisa.
La sera prima dell’incontro, Bianca mi chiamò.
Piangeva a bassa voce.
«Luca sa che ti ho parlato», disse.
«Mi ha chiesto di dichiarare che la firma era già nel dossier quando l’ho ricevuto.
Se non lo faccio, dice che darà tutta la colpa a me.»
«Hai deciso che cosa farai?» le chiesi.
«Non lo so ancora.»
Dopo la chiamata guardai le copie sul tavolo.
Avevo paura che senza la sua testimonianza Luca riuscisse a far passare il documento per autentico.
Ma rimandare significava lasciargli anche il potere di stabilire quando sarei stata pronta a parlare.
Presi il quaderno e lo riposi nella cartellina, accanto alla corrispondenza con Teresa.
Il mattino dopo sarei entrata in quella stanza con le prove che potevo sostenere personalmente, anche se Bianca non si fosse presentata.
Sarei riuscita a difendere il mio lavoro senza dipendere ancora una volta dalla scelta di qualcun altro?
Segui ciò che accadde durante l’incontro nella Parte 5.













