Rimasi davanti al programma aperto, incapace di staccare gli occhi da quella piccola annotazione.
Avevo scritto «verificare pendenza» accanto al muro curvo durante una notte di pioggia, quando il cortile che studiavo era ancora soltanto un esercizio di progettazione.
Non era una frase rara.
Era il modo in cui si incastrava nella mia grafia, con la lettera finale quasi cancellata, a renderla inconfondibile.
«Posso tenere questa copia?» chiesi a Davide.
«Certo.
Le farò avere anche il file che abbiamo ricevuto per la stampa, se mi lascia un indirizzo.»
Lo ringraziai e raggiunsi Matteo vicino alla scala.
Non gli mostrai subito il foglio.
Avevo paura che, vedendo la sua espressione, la mia rabbia si trasformasse in un’altra richiesta di protezione.
«Credo che Luca abbia usato un mio vecchio disegno», dissi alla fine.
Matteo prese il programma soltanto quando glielo porsi.
Lesse il nome dello studio e osservò il particolare indicato dal mio dito.
«Questo è il muro che mi hai raccontato di aver progettato all’università?»
Annuii.
Gli avevo mostrato il quaderno originale una domenica, prima ancora di sposarci.
Non ricordava tutte le misure, ma ricordava quanto fossi orgogliosa dell’idea.
«Allora conserva il programma», disse.
«E ricostruiamo i fatti senza saltare a una conclusione che ancora non puoi dimostrare.»
Mi irritai per un istante.
Avrei voluto sentirgli dire che era evidentemente un furto.
Poi capii che aveva ragione su un punto: quello che sapevo era più importante di quello che sospettavo.
Tornammo a casa senza fermarci alla cena prevista dopo l’evento.
Sul sedile del taxi tenevo la cartellina sulle ginocchia e controllavo che il programma non si fosse piegato.
Matteo non mi chiese di raccontare ancora la scena con Luca.
Mi lasciò scegliere da dove cominciare.
Nello studio di casa tirai fuori una scatola piatta che conservavo sopra l’armadio.
Dentro c’erano quaderni, fotografie di sopralluoghi e un vecchio disco esterno.
L’odore della carta mi riportò a quando dividevo una stanza in affitto e lavoravo fino a tardi con una lampada troppo debole.
Tre anni prima, mentre stavo ancora con Luca, avevo elaborato un progetto sperimentale su un cortile milanese abbandonato.
Non era un incarico del suo studio.
Era nato per un laboratorio seguito dalla professoressa Teresa Lodi e aveva ricevuto un giudizio scritto alla fine del corso.
Più tardi avevo mostrato alcuni schizzi a Luca, chiedendogli un parere sulle strutture.
Ricordavo la sua risposta.
«L’idea è interessante», aveva detto.
«Ma senza il mio nome non andrai lontano.»
Allora avevo scambiato quella frase per un consiglio mal formulato.
Adesso tornava con un peso diverso.
Aprii il primo quaderno.
Il muro curvo era a pagina ventisette, prima delle tavole definitive.
Accanto c’era il calcolo della pendenza, poi un errore corretto con una freccia.
Feci una fotografia con la data del giornale di quella mattina accanto al quaderno, soltanto per registrare lo stato in cui lo avevo ritrovato.
«La foto di oggi non prova quando l’hai disegnato», osservò Matteo con delicatezza.
«Lo so.
Ma le email di allora forse sì.»
Accesi il computer e cercai il nome di Teresa nella vecchia casella di posta.
Comparvero messaggi di tre anni prima, con allegati che avevo completamente dimenticato.
In uno c’era la tavola del muro curvo.
In un altro Teresa commentava proprio la raccolta dell’acqua piovana.
Rimasi a fissare lo schermo.
Non avevo soltanto un ricordo: avevo una corrispondenza precedente alla versione pubblicata da Luca.
«Scrivile domani», suggerì Matteo.
«Chiedile se conserva gli elaborati ricevuti.
Poi valuta con un professionista quali passi fare.»
«Non voglio che tu intervenga presso il programma», dissi.
«Nemmeno io.
Comunicherò formalmente che siamo sposati e che non prenderò parte a valutazioni che riguardino te o un possibile conflitto con Luca.»
Mi sedetti sul bordo della scrivania.
Pensai a quanto fosse strano: Luca aveva deriso la mia fede per insinuare che mentissi, e ora proprio quel matrimonio rischiava di diventare la scusa con cui screditare una denuncia legittima.
La mattina successiva Teresa mi richiamò mentre compravo il pane.
Riconobbi la sua voce energica e mi sorpresi a sorridere.
«Ho ancora il materiale del laboratorio», mi disse.
«Conservo le valutazioni e il file che mi hai mandato.
Non posso pronunciarmi su ciò che è successo dopo, ma posso confermare quando ho ricevuto il tuo lavoro.»
Le spiegai che avrei cercato un parere legale prima di diffondere accuse.
Teresa approvò.
Mi propose di recuperare le copie dall’archivio universitario e di inviarmi una dichiarazione limitata ai fatti che conosceva personalmente.
Nel primo pomeriggio arrivò anche il file promesso da Davide.
Era una presentazione consegnata dallo studio Ferri per il programma dell’evento.
Una delle pagine riportava il titolo di un progetto molto simile al mio; in basso si leggeva «ideazione e sviluppo: Luca Ferri».
Il messaggio di accompagnamento era professionale e prudente.
Davide spiegava soltanto che quel materiale era stato trasmesso per la stampa e che, dopo la mia segnalazione, l’organizzazione avrebbe conservato la versione ricevuta.
Non dichiarava chi ne fosse l’autore.
Mi fermai su un’immagine.
Luca aveva modificato i colori, sostituito alcune persone disegnate nel cortile e aggiunto il marchio del suo studio.
Ma aveva lasciato intatti il muro e la nota sulla pendenza.
Non era una semplice somiglianza tra progetti di recupero.
Prima che potessi parlarne con Matteo, il telefono vibrò.
Il nome di Bianca apparve sullo schermo.
Non ci sentivamo da anni e il suo messaggio non conteneva neppure un saluto.
«Mi hanno detto che hai riconosciuto le tavole.
Devi sapere che nello studio c’è una dichiarazione con il tuo nome.
Luca dice che lo hai autorizzato a usare il progetto.»
Le scrissi che non avevo firmato alcuna cessione.
La risposta arrivò dopo alcuni minuti.
«C’è una firma che sembra la tua, Sofia.
E io so da quale documento è stata presa.»
Fissai quelle parole mentre Matteo rientrava nella stanza.
Le prove del mio lavoro erano davanti a me, ma adesso esisteva un documento che poteva essere usato per negarle.
La domanda non era più soltanto chi avesse copiato il progetto: era chi avesse deciso di apporre il mio nome sotto una scelta che non avevo mai fatto.
Per scoprire che cosa Bianca sapeva davvero di quella firma, leggi la Parte 4.













