Luca fece un passo indietro come se il pavimento avesse improvvisamente ceduto.
La mano che teneva intorno al bicchiere si irrigidì.
Matteo osservò quel movimento, poi tornò a guardarmi.
«Stai bene?» mi chiese.
Avrei potuto dire di sì e lasciar cadere tutto.
Lo avevo fatto tante volte quando Luca mi metteva in imbarazzo, convincendomi che fosse più semplice dimenticare.
Quella volta, però, avevo ancora la cartellina stretta contro il fianco.
«Non del tutto», risposi.
«Stavo andando a presentare i miei progetti e Luca ha deciso di trattenere tutti qui per discutere del mio matrimonio.»
Matteo non si rivolse subito al mio ex.
Mi lasciò il tempo di finire, come faceva quando raccontavo una giornata difficile e avevo bisogno che qualcuno ascoltasse prima di cercare una soluzione.
«Allora riprendi da dove ti sei fermata», disse.
«Io resto qui, se vuoi.»
Luca deglutì.
«Ingegnere Rinaldi, non sapevo che Sofia fosse sua moglie.»
Quella parola mi colpì più di tutte le risate precedenti.
Ingegnere.
Matteo lavorava nella valutazione tecnica di progetti di recupero urbano, ma non parlava quasi mai dei nomi dei clienti a casa.
Non per mistero: riteneva che la mia carriera dovesse avere uno spazio separato dalla sua.
«Non era necessario saperlo per trattarla con rispetto», rispose Matteo.
Bianca abbassò lentamente il calice.
Il suo sguardo passò da Luca a mio marito e poi si fermò sulla cartellina che tenevo.
«Vi conoscete?» domandai.
Fu Luca a rispondere troppo in fretta.
«Ci siamo incontrati per lavoro, tutto qui.»
«Due settimane fa», precisò Matteo.
«Mi hai presentato un progetto per il programma di riqualificazione delle corti storiche.
Ti ho chiesto chiarimenti sulla provenienza di alcuni elaborati e non mi hai ancora risposto.»
Un silenzio breve cadde intorno a noi.
Avvertii che diverse persone avevano smesso di guardare soltanto il mio anello.
Ora osservavano Luca.
«Non credo sia il luogo per parlarne», disse lui.
«Sono d’accordo», replicò Matteo.
«Per questo non ne parlerò oltre.
Ma nemmeno tu trasformerai il lavoro di Sofia in uno spettacolo.»
Quell’ultima frase non mi fece sentire salvata da un uomo importante.
Mi fece sentire riconosciuta.
Era una differenza che conoscevo bene, perché con Luca le due cose non erano mai coincise.
Un organizzatore, attirato dal silenzio, si avvicinò.
Si presentò come Davide Conti e mi ricordò che il tavolo degli incontri era ancora disponibile per dieci minuti.
«La signora aveva un appuntamento», disse con un’occhiata verso Luca.
«Possiamo accompagnarla?»
«Sì», risposi prima che chiunque intervenisse.
«E preferirei farlo adesso.»
Attraversai il salone con Matteo accanto, ma dopo pochi passi gli chiesi di fermarsi.
Avevo bisogno di ritrovare il filo dei pensieri.
Dalla grande finestra vedevo le luci dei tram scorrere lungo la strada e mi concentrai su quel movimento ordinario.
«Perché Luca ha avuto quella reazione?» chiesi.
Matteo esitò.
«Ho esaminato una proposta che ha consegnato per conto del suo studio», spiegò.
«C’erano indicazioni incomplete sulla paternità di alcune tavole.
Ho chiesto di integrarle, senza formulare accuse.
Non sapevo che sarebbe stato qui, né che ti avrebbe trattata così.»
«E adesso?»
«Adesso ti dico un’altra cosa che avrei dovuto chiarire subito.
Se il programma per cui lavoro dovesse valutare un progetto tuo, mi asterrò da qualsiasi decisione che ti riguardi.
Non voglio che nessuno possa attribuire a me il risultato del tuo lavoro.»
Gli presi la mano per un istante.
Era il motivo per cui mi fidavo di lui.
Non mi prometteva porte aperte: mi aiutava a riconoscere quelle che potevo attraversare da sola.
Il tavolo degli incontri era occupato da due donne.
Una si chiamava Elena Grassi e seguiva progetti di rigenerazione con una cooperativa di investitori.
L’altra, Miriam Bellini, era una progettista specializzata nel recupero degli edifici pubblici.
Matteo le salutò senza entrare nella conversazione e si allontanò per lasciarmi lavorare.
Appoggiai la cartellina sul tavolo.
Mostrai lo studio per trasformare una corte inutilizzata in un luogo con abitazioni accessibili, una piccola biblioteca e spazi comuni per il quartiere.
Avevo chiamato il progetto Cortile Aperto.
«Mi interessa soprattutto come gestirà i costi», disse Elena.
Aprii una seconda tavola.
Le spiegai quali pareti avrei conservato, come avevo organizzato gli accessi e perché i locali al piano terra dovevano restare disponibili anche a chi non abitava nell’edificio.
Il tremore alle dita cominciò a diminuire.
Miriam osservò un disegno a matita riprodotto nell’angolo della pagina.
«Questa soluzione per raccogliere l’acqua piovana è insolita», disse.
«Da dove nasce?»
«Da un cortile dove giocavo da bambina», risposi.
«Ogni temporale lo allagava.
Mia madre metteva dei secchi sotto le grondaie e diceva che gli edifici avrebbero dovuto aiutare chi ci viveva, non complicargli la vita.»
Elena mi chiese di inviarle il dossier completo entro la settimana.
Non era un finanziamento, ma era un incontro vero, conquistato spiegando ciò che avevo disegnato.
Quando mi alzai, vidi che Davide Conti mi aspettava vicino all’ingresso della sala.
«Posso mostrarle una cosa?» domandò.
Teneva in mano il programma stampato dell’evento.
Prima di aprirlo, guardò alle proprie spalle.
«Non voglio metterla in difficoltà», aggiunse.
«Sono incaricato di raccogliere le presentazioni, non di giudicare i partecipanti.
Ma quando ho visto le sue tavole mi è venuto un dubbio preciso.
Ho pensato che fosse giusto parlarne prima con lei, senza alimentare pettegolezzi.»
Gli chiesi se qualcuno avesse già segnalato il problema.
Scosse la testa.
Mi resi conto che avrei preferito una risposta diversa: finché non c’era una contestazione ufficiale, la somiglianza poteva passare per una coincidenza e continuare a circolare indisturbata.
Una pagina era dedicata ai progetti presentati in anteprima dagli studi invitati.
Vicino al nome di Luca Ferri compariva la fotografia di una corte con tre ingressi e un sistema di raccolta dell’acqua.
All’inizio pensai a una somiglianza.
Poi vidi il piccolo muro curvo accanto alla scala, una soluzione che avevo disegnato molti anni prima e che non avevo mai pubblicato.
Nell’angolo inferiore c’era perfino una nota scritta con la mia grafia, rimasta sulla scansione.
Davide indicò quella riga.
«L’ho riconosciuta perché compare anche nella tavola che mi ha consegnato lei», disse.
«Credevo lavoraste insieme.»
Il sangue mi si gelò.
Luca non aveva soltanto cercato di farmi perdere un appuntamento.
Aveva presentato come proprio un disegno che conoscevo in ogni tratto.
E se quella pagina era stata distribuita agli invitati, non sapevo quante altre persone avessero già visto il mio lavoro sotto il suo nome.
Per capire come Luca fosse entrato in possesso delle mie tavole, continua con la Parte 3.













